Energheia – Capitolo 1: Un lampo nel cielo

Prologo

Un tempo, l’Uomo possedeva un grande dono.

Grazie ad esso, l’Uomo plasmava il mondo secondo suo piacere.

E l’Uomo aveva un’aspirazione: ricongiungersi al suo creatore.

Così usò il proprio dono per innalzare una torre che toccasse il cielo.

Ma lo fece senza criterio, e la terra ne pagava il prezzo.

Perciò Dio scese e confuse la lingua dell’Uomo.

E l’Uomo, privo della sua forza, ora spezzata in mille frammenti, si disperse su tutta la terra.

Fece sue le tecniche, le scienze, le arti, e dominò il mondo in altra maniera.

Ma il dono frammentato era ancora lì, sparpagliato.

E il caso ne guidava il restauro, portandolo alla riunione.

Figure avvolte in mantelli rossi levano le braccia al cielo dinanzi a una luminosa torre di luce.

Energheia

Questa è una storia dalle radici profonde e antiche, che tanti protagonisti ha avuto… e di cui io sarò l’ultimo.

La storia di un grande dramma… di uno scontro fra opposti… ma anche di una straordinaria ricerca. E il mio ruolo in tale racconto è iniziato il giorno in cui giunsi a Tersain…

È il vento a svegliarmi, smuovendo i miei folti capelli a frustarmi la faccia. A fatica, comincio ad aprire gli occhi. La vista mi torna lentamente, e man mano che la visione si fa più chiara, mi accorgo che qualcosa non va. Allora scopro che a scompigliare la mia capigliatura non è il vento: in realtà, sono a testa in giù… e sto cadendo!

«AH…AAAAAAAAAAH!»

Nonostante il dolore che provo in tutte le membra, urlo con forza. Non c’è la terra, sotto di me. Soltanto nuvole, ovunque io guardi.

E precipito sempre più veloce.

Accidenti… riesco solo a pensare, ancora stordito per l’aver perso i sensi.

Mentre attraverso i nembi, fra le nuvole emerge quella che sembra la cima di una montagna. Sotto di me la coltre va aprendosi, consentendomi di vedere qualcosa: il suolo si avvicina rapidamente.

Io… sto per… morire!

– – – – – – – – – –

Hoddesdon (Inghilterra)

22 ottobre 20XX

– – – – – – – – – –

«È con piacere che vi accolgo in questo centro ricerche».

La sala in cui mi trovo non è particolarmente grande. Perlomeno, l’impressione è quella, ora che la riempie un numero considerevole di studenti. È solo la mia opinione, ma dubito sia stata pensata per ospitare riunioni troppo frequentate.

L’unica cosa buona è che sul fondo della stanza è stata posta una pedana, a rialzare chi si rivolge alla platea. Così, anch’io – che ho davanti le teste di molti compagni di classe a ostruirmi la visuale – riesco a vedere l’uomo che ci sta parlando.

«Fra voi che state avvicinandovi a decidere quale strada prendere, probabilmente c’è chi pensa alla carriera nella fisica… e perché no, nell’astrofisica» sta dicendo costui.

Nel presentarsi, ha affermato di essere un ricercatore, nonché il direttore di questo posto. Eppure, basandosi sui preconcetti comuni, non si direbbe proprio qualcuno in posizione di comando.

È un individuo sui trent’anni, coi neri capelli a coda di cavallo e il pizzetto. Alto e magro, veste in maniera piuttosto sciatta, con un camice da laboratorio che cela solo in parte l’abbigliamento casual sotto di esso. La sua parlata è svogliata, anche se nulla si può dire del suo inglese, che destreggia con l’abilità che ci si aspetta da un accademico londinese.

A dare un po’ di formalità in più a questa presentazione è, forse, la donna che accompagna il direttore: una ricercatrice abbigliata con discreta eleganza, coi capelli castano chiaro lunghi fino alle spalle e ben acconciati, e un paio di occhiali a darle un non so che di serio. Fattori che, uniti al suo atteggiamento composto, potrebbero farla sembrare più anziana del collega. Penso, però, che abbiano su per giù la stessa età… sebbene, devo ammetterlo, io non sia un granché nel valutare l’età apparente delle persone.

«Magari vi immaginate chissà dove, sperduti nel mondo, in un osservatorio puntato alle stelle…» insiste l’uomo, «ma è possibile anche che vi troverete, come noi, non così lontani da casa, a fare ricerca per l’Università di Londra. Non parrà entusiasmante, ma visto che la vostra scuola ha deciso di mandarvi a visitarci, proverò a stuzzicare le vostre menti con ciò a cui stiamo lavorando».

Beh, diciamo che com’è vestito questo tizio non fa la minima differenza. È libero di fare quel che vuole, finché saprà rendere interessante questo incontro. In effetti, credo ci sia il potenziale perché sia ben più intrigante di altri progetti di orientamento che già hanno propinato alla mia classe, ora che si sta avvicinando il momento di decidere cosa ne sarà del nostro futuro.

Faccio del mio meglio per non pensarci, ma a volte devo ricordarmi che sono pur sempre uno studente di sesta.

E tuttavia, di ciò che farò dopo le superiori non ho ancora un’idea chiara. Di sicuro sarà l’università, ma…

Intanto che, non richiesto, tale pensiero mi attraversa la mente, sento un lieve urto dietro la nuca. Una sensazione nota: sono certo sia stata una pallina di carta. Ritengo di avere sufficiente familiarità con simili proiettili improvvisati, da saperne riconoscere uno senza dover controllare.

Faccio finta di nulla. So da dov’è arrivato. Anzi, ad ostentare la mia indifferenza, simulo pure di accertarmi che la mia divisa scolastica sia in ordine. I pantaloni grigio scuro, la camicia bianca, la giacca e la cravatta blu sono, ovviamente, già a posto. L’unica cosa “insolita” è un cartellino che ho dovuto attaccarmi al petto, ad indicare che sono qui come visitatore. Tale e quale a quelli indossati dai miei compagni, il mio si distingue solo per il nome che vi ho scritto a penna: Ethan Knight.

Proprio mentre constato, con vago disappunto, che pessima calligrafia ho usato, di nuovo mi sento colpire.

Per puro scrupolo, volto appena il capo, a guardare i posti a sedere alle mie spalle. Un paio di file più in là, individuo così tre ragazzi che sghignazzano in silenzio, fissandomi.

Figurati se non dovevano essere loro. Sento l’irritazione crescere, ma non permetto che mi spinga a rispondere alla provocazione. Sto giusto tornando a girarmi avanti, che colgo di sfuggita un movimento del braccio di uno dei miei molestatori… e qualcosa che si avvicina veloce.

Solo per istinto, sollevo di scatto una mano, a proteggere il viso. Al che, mi ritrovo a serrar le dita su un oggetto soffice: una pallina di carta, da me bloccata a mezz’aria.

Che fortuna sfacciata. Diciamocelo, io non sono affatto preciso nei movimenti di questo tipo; che sia riuscito a fare una cosa del genere è un mero caso. Ammetto, però, che è una piccola soddisfazione, se quei tre idioti mi hanno visto.

Ora, però, che dovrei fare? Rilanciare il proiettile indietro? La tentazione c’è… ma alla fine, vi rinuncio. Causerei più problemi a me stesso che a loro.

Dunque, lascio cadere ostentatamente la pallina a terra. Con la coda dell’occhio, scorgo un guizzo di fastidio sui volti del trio.

Mi sa che li ho indispettiti.

In tutto questo, il direttore del centro ricerche ha continuato a parlare alla platea di studenti. E ora, con tono un po’ più enfatico di quello piatto che ha usato finora…

«Cosa pensate, se vi dico che di recente abbiamo notato… distorsioni anomale della luce proveniente dagli altri corpi celesti?» domanda. «Alterazioni che si direbbero provocate da campi gravitazionali… sapete di cosa parlo, immagino».

Ovvio che sì. Adoro questo genere di roba!

Le mie mani stringono un quaderno e una matita che tengo poggiati sulle gambe, intanto che sento l’interesse aumentare.

«Eppure, non vi sono masse significative nei luoghi dove tali campi dovrebbero generarsi» prosegue l’uomo. «Chissà di cosa potrebbe trattarsi. Qualche idea?»

Appena lo chiede, subito si alza una mano: quella di un ragazzo di corporatura robusta. Come al solito, Leopold si butta a capofitto in queste cose. Non che lo faccia per mettersi in mostra… credo. È solo fatto così.

«Materia oscura?» propone il giovane.

«Ah, sì… ecco una bella idea» annuisce il direttore. «E poi?»

Avverto una sensazione di disagio, dopo aver udito questo ultimo scambio. Già… è l’impressione che qualcosa non torni, in ciò che Leopold ha appena proposto… unita al fastidio per il fatto che il ricercatore non l’abbia corretto.

Sì… so perché l’idea del mio compagno di classe non mi piace. Ma questo è relativo. Trovo molto intrigante la faccenda delle distorsioni. Mi è pure venuta in mente una causa alternativa per la loro esistenza. Anche se… beh, stiamo un po’ sfiorando la fantascienza. Col cavolo che mi renderò ridicolo parlandone davanti a tutti.

Però è così interessante che ho paura di dimenticarmene. Chissà, a qualcosa potrebbe servirmi… magari, se un giorno mi verrà voglia di scrivere un racconto sci-fi.

Ethan tiene un quaderno e una penna in mano.

Dunque, la mia matita si muove veloce, a prender nota dei miei pensieri. Ho imparato, col tempo, che certe cose è meglio appuntarle subito; poiché, al contrario di quando ragiono passo per passo, le intuizioni improvvise come questa rischiano di passarmi subito di mente.

◊◊◊

Doveva succedere. È così tutte le volte. Per il sottoscritto è arrivato il momento di pagare per la sua ribellione.

Davanti a me, in un bagno del centro ricerche, stanno i tre ragazzi che prima mi lanciavano contro palline di carta. Uno di loro, che mi piace definire il “capobranco”, è fin troppo vicino. Appare piuttosto minaccioso, intanto che preme con una mano sul muro alle mie spalle, così da tenermi bloccato – pur senza toccarmi – in un ristretto spazio fra lui e la parete.

«Ehi…» mi fa, i suoi occhi che cercano i miei. «Ci ignoravi, prima?»

Non ne ricambio lo sguardo. Nemmeno gli rispondo. Anche se me l’aspettavo che – iniziata la pausa nella presentazione – sarei stato preso di mira, non ho nessuna replica pronta.

«Ci guardi con superiorità, vero?» insiste il ragazzo. «Chi ti credi di essere? Fai pure schifo a scuola… cos’hai preso in matematica, ieri?»

Senti da che pulpito. Justin, come si chiama questo mio compagno di classe, è ben lungi dall’essere bravo in qualche materia. E lo stesso vale per Elvin e Chaz, i due che lo accompagnano.

«Potreste lasciarmi in pace almeno qui?» ribatto, muovendomi di lato per sfilarmi dall’invisibile presa del ragazzo. «Non sono in vena di ascoltarvi».

Mentre parlo, ancora evito di guardare Justin negli occhi. L’irritazione in me sta crescendo, e non voglio che trasparisca dal mio sguardo. Mi rendo conto che quel che ho appena detto non aiuterà a sedare gli animi; tuttavia, l’agitazione datami dalla situazione… l’ennesima come questa che vivo in tanti anni di scuola superiore… mi ha fatto tirare fuori parole diverse da quelle che uso di solito.

«Non sei in vena?»

Justin sembra scioccato dalla mia reazione.

«Ehi, che dici?» aggiunge, una nota d’ira nella voce.

All’improvviso, mi è alle spalle. Per un attimo, penso che voglia tirarmi un pugno, o un ceffone. Per questo, non proteggo affatto il quaderno che fino ad adesso ho stretto in mano… e che il giovane ora mi sfila.

Faccio giusto in tempo a voltarmi, che Justin ha piegato e arrotolato l’oggetto. Quindi lo solleva, e lo cala rapido a sbattermelo in testa.

«Oggi hai voglia di rispondere?» esclama. «Cos’è successo? Lo fai solo quando non siamo a scuola?»

Stupido troglodita. Ha subito perso il controllo delle proprie emozioni, appena il suo orgoglio è stato messo un minimo in discussione. Da me, poi, che non oppongo mai di simili resistenze.

Ma oggi non sono propenso ad assecondare il suo “fragile” animo ferito. Per niente. Non so perché… sarà, forse, come ha detto lui: non siamo a scuola, e qui mi sento più libero di agire come voglio.

Ed è già qualche giorno che sono al limite della sopportazione.

«Ridammelo…» protesto, allungando una mano a cercare di afferrare il quaderno.

Justin lo allontana da me. Vedo il divertimento sul suo volto, misto all’irritazione cui sta dando sfogo. Tale ira… non fa che accentuare la mia, come se la stessi assorbendo da questo stupido. Dannazione… l’idea di essere influenzato da un individuo del genere mi innervosisce persino di più.

Rivoglio quel dannato quaderno. Lo rivoglio adesso. Senza che quasi me ne renda conto, la mia destra si stringe a pugno. È una cosa del tutto non da me… ma spinti dalle emozioni, il mio corpo e la mia mente si stanno preparando a combattere per riprendermi ciò che è mio.

Prima che io possa agire in un modo di cui certamente mi pentirei, però… qualcuno dietro Justin gli sfila di mano il quaderno.

«Mh?»

Con tale verso, il ragazzo si volta. E se lo ritrova alle spalle: l’uomo con la coda di cavallo che poco fa ci stava parlando di astrofisica. È stato lui, il direttore di questo centro ricerche, a prendere il quaderno. Dev’essere appena entrato nel bagno.

Nathan tiene sollevato il quaderno mentre Ethan lo guarda insieme agli altri studenti.

«Ci stiamo divertendo, qui?»

Lo scienziato lo domanda con espressione quasi annoiata… o forse scocciata? Le sue emozioni attuali non mi sono di facile lettura.

Certo è che questo tizio… è proprio alto. Non ci avevo fatto davvero caso fino ad adesso. Dunque, l’angolazione con cui scruta Justin lo rende persino più minaccioso di quanto non faccia il suo essere un adulto.

E ciò agita non poco i tre bulli.

«Ma sì…» dice Justin, sorridendo nervosamente. «Scherzavamo fra compagni di classe!»

Sì, come no.

«Ah, che divertente, la gioventù» commenta l’uomo, senza ricambiare il sorriso. «Tormentate spesso i vostri compagni di classe, voialtri?»

«Cosa? No, che tormentare» replica Justin, ancor più in difficoltà. «E poi, è lui che non reagisce mai».

Lo dice additandomi. Io non posso che guardarlo stranito. Di fronte a questa scena singolare, tutta l’irritazione mi sta passando.

«Oooh… chiarissimo» annuisce più volte il direttore, ostentando l’aria di qualcuno che ha compreso ogni cosa. «Ottimo ragionamento: se non reagisce, è vostro dovere dargli addosso, vero? Mh…»

All’improvviso, lo colgo: un cambiamento velocissimo nell’espressione del ricercatore, sia pur molto lieve, tanto da non esser quasi percettibile. A doverlo descrivere, nemmeno saprei dire di cosa si tratti di preciso. Ma mi è sufficiente per avvertire che qualcosa sta per succedere.

«Perché, invece, non sparite…»

Proprio mentre l’uomo lo dice, il suo volto viene distorto da una smorfia inquietante. Non un sorriso… non una manifestazione di rabbia… è pura e semplice minaccia. Una davanti alla quale, anche se ne ho colto i segni anticipatori, non posso evitare di sentire un brivido interiore.

E lo stesso effetto me lo provoca la sua voce, dal tono normale, eppure colma di vibrazioni sinistre intanto che conclude:

«… PRIMA CHE VADA A FARE UN’ILLUMINANTE CHIACCHIERATA COI VOSTRI PROFESSORI?»

Justin e compagni ammutoliscono. Nessuno dei tre osa replicare. Di certo, ciò che io sto provando lo stanno avvertendo con molta più forza, visto che il bersaglio di tanta minacciosità sono loro.

Dunque, come fossero già d’accordo, si voltano insieme, per poi iniziare ad andarsene.

Nel farlo, Justin mi passa di fianco. In quel momento…

«Ti senti protetto, ora? Mh?» mi sussurra, senza fermarsi.

E passa oltre, uscendo con gli altri dal bagno. Ma il messaggio è arrivato forte e chiaro.

Dovrò pagare anche per questo?

In verità, al momento poco m’importa. Sono solo molto stanco, dopo che quasi stavo per cominciare a battermi per riavere ciò che è mio. IO, che con la violenza non ho mai nulla a che vedere.

Lo sguardo mi cade su uno specchio davanti ai lavelli del bagno. A ricambiarmi sono due occhi verde acqua: quelli del sottoscritto. Dal mio riflesso, bado appena per un attimo a che i miei capelli biondi siano in ordine, prima di constatare come il mio viso – uno che definirei gentile e un po’ fanciullesco – mostri un’aria fin troppo esausta e spenta.

Forza… riprenditi, Ethan.

Allora, mi ricordo che non sono solo.

Vado a guardare il direttore. Costui ha ormai perso interesse per i bulli. I suoi occhi sono rivolti al mio quaderno, apertosi fra le sue mani. Là, sembra stare leggendo ciò che v’è scritto… con espressione interessata.

La cosa dura appena pochi secondi, durante i quali io rimango immobile, confuso e imbarazzato. Dopodiché, l’uomo pare rendersi conto della mia attenzione. Mi fa un mezzo sorriso, per poi chiudere il quaderno e porgermelo.

◊◊◊

Ma cos’è successo, poco fa?

Seduto su un divanetto in una sala ricreativa del centro ricerche, a tratti riporto la mente alla scena cui ho appena preso parte. Dopo avermi tratto d’impiccio, il direttore se n’è andato senza dire una parola. È stata una situazione così strana, da lasciarmi un senso di disorientamento che ora mi distrae da ciò che sto facendo: leggere un articolo scientifico sul mio smartphone.

È una cosa che mi piace fare, nei momenti morti come questo. Non ho particolari preferenze d’argomento; prendo un po’ quel che capita.

In questo caso, si tratta di una notizia appena uscita riguardo alla scoperta di una nuova specie di batteri ai poli. Forse ne ho sentito accennare anche in TV, di recente.

Ah, ma sono troppo distratto per capire quel che sto leggendo. Il mio sguardo vaga lontano dal cellulare… e finisce per posarsi su una delle varie persone nella stanza. Lizzie: una studentessa con una lunga treccia, che sorride nel chiacchierare con un’altra mia compagna di classe.

Nel guardarla, il mio cuore accelera un po’, ed io non posso fare a meno di sentire un vago senso di benessere, misto ad una nota di malinconia.

«Ti piace quella ragazza?»

Improvvisa, tale domanda mi raggiunge, e qualcuno si siede vicino a me. Mi coglie tanto di sorpresa da farmi sobbalzare. In me sento montare, bruciante, l’imbarazzo, intanto che riconosco la figura dell’uomo con la coda di cavallo. Costui stringe una tazza fumante, che dall’odore presumo contenere del tè.

«Eh? Cos…?» farfuglio, col cervello in panne per l’agitazione. «No…»

«Mica è un crimine» fa il ricercatore, prima di prendere un sorso dal contenitore nella sua mano. «Perché non ci vai a parlare?»

Non sembra aver creduto alla mia negazione. Beh, ovvio, non sono stato affatto convincente. La situazione imprevista non mi ha dato modo di mascherare le mie emozioni.

«… non mi sembra il caso».

A peggiorare le cose, mi ritrovo a dirgli così. Ma che gli rispondo a fare? E cos’ho a che vedere io con ‘sto tizio, comunque? Davvero gli ho appena detto una cosa del genere? Sono impazzito?

Calmati, Ethan… calmati!

Nel rivolgermi a me stesso, traggo un gran sospiro. È evidente che oggi non sono in me. Mi sto comportando in modo molto anomalo. Che giornata…

In tutto questo, il direttore se ne sta tranquillo a sorseggiare il suo tè, come se la nostra fosse una qualunque, normalissima conversazione.

«Mmmh… dovrai pur far qualcosa, se lei ti interessa» considera meditabondo, senza guardarmi. «Anche con quelle mezze tacche di prima… non puoi farti mettere sotto da gente del genere».

«Trovo più facile sopportare» spiego.

È strano. Sarà la calma di quest’uomo, unita all’informalità che traspare dalla sua figura… ma non mi sento così a disagio, nel rispondere sinceramente alle sue osservazioni.

Molto insolito. Ma c’è pure da dire che prima si è preso la briga di difendermi. È una cosa che apprezzo, specie perché non sembra voler insinuare che la colpa per le “attenzioni” di Justin stia nella mia incapacità di reagire. Una cosa che mi sento dire già abbastanza volte dai professori, come fosse una loro scusa per non intervenire a mettere fine alle angherie di quel ragazzo.

«Sopportare è un’opzione, ma devi valutare quanto ci rimetti a farlo» afferma il direttore. «Se sopporti qualsiasi cosa, finirai per farti togliere tutto».

Vignetta doppia con Nathan che beve da un bicchiere fumante ed Ethan che lo ascolta.

Silenzio. Non so proprio come replicare a una dichiarazione del genere. Non ho l’impressione che mi stia facendo la predica; è più come se mi invitasse a considerare, da pari a pari, il suo punto di vista.

Di fronte a un tale atteggiamento, la mia mente non può fare a meno di cogliere il significato che sembra trasparire dalle sue parole.

«Dimmi, comunque…» aggiunge l’uomo dopo un po’. «Come te la cavi in fisica?»

Che domanda… bizzarra. Va bene che sto parlando con un astrofisico, ma…

«Così così…» rispondo, una punta di vergogna che mi filtra dalla voce. «Le formule matematiche non sono il mio forte».

«Ah, nemmeno per me» ammette il direttore, con un mezzo sorriso. «Ho Susan, che è brava in quello…»

Nel dirlo, accenna con la testa alla porta della stanza in cui ci troviamo. Là, la vedo: la donna che, prima, era con lui durante la presentazione.

Costei sta parlando con un altro giovane uomo, anch’egli con un camice da laboratorio. Le loro espressioni sembrano piuttosto serie.

«Avevi degli appunti interessanti, sul tuo quaderno».

All’improvviso, il direttore mi dice così. Allora, per la prima volta da quando questa conversazione è iniziata… il suo sguardo va a me. Ed io ne sento tutta l’attenzione addosso.

«Pochi, devo dire…» aggiunge. «Ma c’erano idee stimolanti. Perché non le hai proposte, quando ho chiesto che ne pensavate delle distorsioni della luce che stiamo studiando?»

Ah… quindi è questo che, prima, stava leggendo sul mio quaderno. Che imbarazzo!

«Erano solo pensieri senza capo né coda…» affermo, distogliendo gli occhi dai suoi.

Il quaderno è poggiato sulle mie ginocchia. Lo apro, a ricontrollare quel che avevo scritto:

“Non può essere stata la materia oscura: sarebbe stata rilevata. Detta così, è come se dei pianeti invisibili fossero apparsi a creare nuovi campi gravitazionali nel sistema solare. Ma avrebbero individuato anche quelli”.

Sì, è imbarazzante come ricordavo. Però… non sembra che quest’uomo la pensi uguale. Nel suo sguardo non ho colto alcun accenno di divertimento o sarcasmo.

E adesso…

«Non è male, ragionare fuori dagli schemi» dichiara il ricercatore. «C’è fin troppa gente che fa solo le cose dettate dal buon senso, senza spingersi mai un po’ più in là».

Proprio allora, pare notare qualcosa. Seguendone le pupille, vedo che la donna di cui mi ha accennato prima gli sta facendo segno con la mano di avvicinarsi.

In risposta, l’uomo si alza.

«Coltiva questa mentalità stravagante…» conclude, prendendo ad andarsene. «Potrà tornarti utile in futuro».

Io lo guardo allontanarsi. Non ho modo di commentare… né saprei cosa dire.

Frattanto, il direttore raggiunge la collega e l’uomo con cui ella stava parlando.

«Nathan» sento dire da lei, malgrado ci separi qualche metro. «La crescita delle distorsioni luminose è aumentata all’improvviso. E continua ad accentuarsi».

Posso avvertire una sorta di tensione trasudare dal corpo del direttore.

«… andiamo a vedere» risponde subito.

È successo qualcosa? mi chiedo. Ma fra poco non finirà la pausa?

Proprio mentre lo penso… improvviso, uno sfarfallio coglie le lampade della stanza. Subito dopo, con uno stranissimo rumore, esse si spengono tutte insieme.

Ci ritroviamo al buio.

◊◊◊

Il centro ricerche che ha ospitato la mia classe è stato costruito piuttosto di recente, poco fuori dalla cittadina di Hoddesdon. Nulla di eccezionale: è un piccolo edificio immerso nella campagna, con antenne di varie forme e dimensioni a costellarne il tetto e il cortile. A quel che ho capito, le persone che vi lavorano non sono tante; non che ci si possa aspettare granché, essendo finanziato coi magri fondi stanziati dalle università.

Probabilmente, sempre a ciò si deve il fatto che – chissà com’è possibile – una buona metà delle luci nella struttura si sia bruciata di punto in bianco.

In tali condizioni, il personale è stato costretto a sospendere la visita della mia classe. Sospetto, però, che anche altro stia bollendo in pentola, a giudicare dallo scambio che ho involontariamente origliato fra i ricercatori chiamati Nathan e Susan.

Non cambia il risultato: tutta la nostra classe può tornarsene a casa. E dunque, eccomi che esco dal centro ricerche assieme agli altri studenti.

Speriamo non piova…

Sopra di noi, banchi di nubi sembrano essere giunti dal mare, ad oscurare il cielo in modo preoccupante. Considerato che il sole si avvia al tramonto, è tanto buio che dentro l’edificio era diventato piuttosto difficile far qualcosa in mancanza di illuminazione artificiale.

Giusto per un attimo, il mio sguardo va a Lizzie, che cammina assieme all’amica di prima a pochi metri da me. In quell’istante, mi tornano in mente i consigli del direttore. Poi scuoto la testa, e senza parlare con nessuno mi dirigo a un palo al quale ho legato la mia bicicletta.

Di solito, non si può dire che abbia un grande occhio per i dettagli… perlomeno, per quelli del mondo attorno a me. Per un puro caso, però, stavolta noto subito che qualcosa non va.

La gomma anteriore della bici è a terra.

Oh, no…

Mi piego vicino al mezzo, alla ricerca di danni, anche se difficilmente potrò trovarne senza un controllo approfondito. Sono abbastanza sicuro, comunque, che la camera d’aria sia forata.

Sarà un caso?

Spinto da un’improvvisa intuizione, levo gli occhi, alla ricerca di qualcuno. Vedo, così, un ragazzo che sale nella macchina con cui i genitori sono venuti a prenderlo: Justin, che sogghigna nel ricambiare il mio sguardo, prima di sparire oltre la portiera.

No… figuriamoci…

Come volevasi dimostrare. Non poteva proprio far correre l’onta di essere interrotto mentre mi tormentava, eh?

◊◊◊

Sempre più nere, le nubi che invadono il cielo hanno iniziato ad animarsi. Prima lontani, poi via via più rumorosi, rombi di tuono cominciano a risuonare nelle campagne che mi circondano.

A un tratto, un fulmine saetta nella volta, accompagnato dal tipico rumore lacerante.

Mi chiedo come sono arrivato a questo punto.

Lo penso mentre spingo la bici lungo la strada che, passando da Hoddesdon, mi condurrà verso casa. Con la ruota a terra, pedalare è impossibile, e già solo muovere il mezzo così è piuttosto disagevole.

Attorno a me non c’è nessuno. La maggior parte delle macchine che hanno portato gli studenti a casa sono passate oltre, dunque ora la via è molto tranquilla. O meglio, lo sarebbe se non fosse per il brutto tempo.

Il vento soffia forte, trascinando con sé le foglie cadute dagli alberi. Io proseguo comunque nel mio viaggio, esposto alle correnti che spazzano i campi circostanti.

Quel tizio… com’è che ha detto? Finirò per farmi togliere tutto? E cosa mai dovrebbero togliermi? Non ho nulla che gli altri possano desiderare. A scuola non sono un granché… praticamente non ho amici… e in generale la mia vita è tutto fuorché interessante. Non riesco nemmeno a interfacciarmi con le persone senza sembrare strano o sospetto. Come prima, ad esempio: il direttore è stato gentile con me, ma non mi è neanche passato per la testa di ringraziarlo come avrei dovuto.

Levo lo sguardo al cielo tempestoso, le orecchie piene dell’ululato del vento. Le nubi sono nere come pece, illuminate solo a tratti da sporadiche saette. La visibilità è tanto scarsa che per procedere ho acceso il fanalino della bici.

Mh… a vederla così, sembro decisamente rassegnato… arreso all’idea di vivere in una patetica condizione. E tuttavia… non lo sono per niente!

Serro involontariamente i denti. Un moto di fastidio mi ha colto improvviso, indotto da tali riflessioni. Subito, però, esso si placa, mentre invoco la calma a quietare il mio animo.

Ma non me la sento di lamentarmi. Se lo facessi, chi sta peggio di me vorrebbe prendermi a calci, e a ragione. No… meglio non pensarci troppo. Di distrazioni per riuscirci non me ne mancano…

Sorrido fra me e me.

… compreso il parlarmi da solo come sto facendo adesso.

La suoneria del mio cellulare mi giunge alle orecchie. Senza smettere di camminare, prendo il dispositivo dalla tasca e accetto la chiamata in arrivo.

«Pronto?» rispondo. «Oh, sì, perfetto!»

Parli del diavolo…

◊◊◊

Frattanto, all’interno del centro ricerche, la scienziata di nome Susan entra nello studio del direttore. Il battere dell’astrofisico sulla tastiera è udibile fin da fuori. Ovviamente l’uomo è davanti al computer, la fronte corrugata mentre lavora. Molte altre stanze dell’edificio sono ancora senza illuminazione, ma per sua fortuna quella è stata risparmiata.

Sul muro alle spalle del ricercatore è appeso un poster raffigurante un atomo, circondato da una costellazione di foglietti scribacchiati attaccati in modo confuso col nastro adesivo. La scrivania, poi, è messa pure peggio. Il direttore è un uomo tanto alacre nel proprio lavoro quanto disordinato.

«Nathan» fa Susan, cauta nel disturbare il collega. «In varie zone del paese si segnalano accumuli elettrostatici anomali».

L’astrofisico neanche distoglie gli occhi dal monitor. Una cosa del tutto regolare, specie ora che è stato registrato l’incremento delle anomalie elettromagnetiche.

«Non m’interessa» risponde. «Io lavoro solo alle distorsioni».

«Il fatto è che… gli accumuli si accompagnano perfettamente agli aumenti delle distorsioni luminose».

A rimarcare quanto detto, la ricercatrice volge verso l’uomo un tablet PC che si è portata dietro, a esibire una serie di grafici sullo schermo. Ma non ve n’è più bisogno. Già nell’udire le “parole magiche”, Nathan ha alzato lo sguardo ad osservare la collega.

Dopo qualche secondo…

«Ne sei sicura?» chiede.

Il rombo di un fulmine molto vicino giunge dall’esterno. Nel contempo, sul tablet della scienziata si vede un picco nei grafici mostrati.

Si tratta dei segni, non ancora riconosciuti né da lei, né dal direttore, né da nessun altro, che qualcosa va addensandosi oltre le nubi sopra l’edificio: grandi energie pressoché inosservate se non per i loro effetti indiretti, che ricercatori come Nathan e Susan stanno monitorando nei loro laboratori.

◊◊◊

L’ennesimo lampo squarcia le nuvole, gettando una breve ma intensa luce sul paesaggio, che si copre per un istante di ombre nette e grottesche.

Il libro che avevo ordinato in libreria è arrivato in anticipo… se mi sbrigo, dovrei poterlo prendere di passaggio!

Lo penso gongolando, appena chiusa la telefonata.

Se tutto va bene, quello spoiler su Z1 che vince la guerra si rivelerà falso. Diamine, ancora mi brucia! Io odio quando mi anticipan…

Un baleno particolarmente intenso mi abbaglia, accompagnato da un agghiacciante rumore. Un fulmine ha attraversato la volta proprio sopra di me. E non è l’unico.

Altre saette si sviluppano fra le nubi, gettando continui lampi sul paesaggio.

Avrei dovuto farmi venire a prendere.

Un po’ per orgoglio, un po’ per non dare fastidio, non ho voluto disturbare i miei genitori. Ma sto cominciando a pentirmene.

Devo sbrigarmi. Qui sta proprio per piovere.

Neanche finisco di pensarlo, che una folata di vento di straordinaria forza m’investe. Io pianto i piedi al suolo, temendo quasi di essere buttato a terra.

◊◊◊

Nel centro ricerche, di colpo i grafici cartesiani sul computer di Nathan spariscono.

«Accidenti!» prorompe il direttore. «Che è successo?»

Intanto che lui e Susan cercano di far tornare a funzionare il software, non passa molto che nella stanza entra un altro ricercatore.

«Le comunicazioni sono andate» annuncia. «Siamo isolati».

«Cosa? Perché?» esclama Nathan.

«Ho sentito un brutto rumore venire da sopra» afferma il nuovo arrivato. «Credo che il vento abbia tirato giù l’antenna per le trasmissioni».

«… maledizione!»

Senza far mistero della propria furia, Nathan scatta in piedi.

«Dannata università col suo misero portafoglio… fanno sempre tutto al risparmio!»

In quello sfogo, ha raggiunto un attaccapanni, per poi indossare un cappotto che lì stava appeso.

«Nathan!» interviene Susan, allarmata. «Dove vai?»

«A cercare di salvare il salvabile!» risponde l’uomo, nell’uscire dalla stanza. «Non possiamo smettere di raccogliere dati proprio ora!»

«… cosa?» sbotta lei. «Ma hai visto che tempo c’è…?»

Nathan si infila il cappotto mentre Susan lo osserva con un tablet tra le braccia.

Parole al vento. Pochi minuti dopo, Nathan sta emergendo da una porta che dà sul terrazzo del centro ricerche. All’istante, impetuose correnti d’aria lo travolgono, facendogli sollevare le braccia a riparare gli occhi.

Malgrado ciò, riesce a vederla: l’antenna abbattuta.

Speriamo non sia un danno grave…

Affrontando il brutto tempo, che per fortuna non si è ancora trasformato in un acquazzone, Nathan avanza fino al punto dell’incidente. Dopodiché, afferra lo strumento danneggiato, e con un grande sforzo lo tira in su.

Il peso dell’oggetto è considerevole, e anche molto mal distribuito, a rendere l’operazione assai ardua per uno col fisico del direttore. Tuttavia, facendo leva con tutto il proprio corpo, alla fine l’uomo riesce a raddrizzare l’antenna, a puntarla incontro all’oscurità delle nubi.

D’accordo… ora, però, bisogna far sì che non vada giù di nuov… eh?

Per puro caso, lo sguardo dello scienziato è andato a quanto è visibile dal terrazzo del centro ricerche. Al che, gli occhi gli si sono sgranati.

Che fa, quel pazzo, in mezzo a una tale burrasca?

A qualche chilometro di distanza, è visibile un fievole brillio, come se qualcuno tenesse una torcia accesa. Alla luce di una saetta nel cielo, Nathan distingue presto la fonte del lucore: un ragazzo con una bicicletta, che cerca di avanzare lungo la strada che porta a Hoddesdon.

◊◊◊

Muoversi in mezzo alle folate è diventato una fatica immensa. Sopra di me, la frequenza dei fulmini aumenta rapida. Si arriva al punto che esplode un nuovo tuono ogni pochi secondi.

Nel proteggere il viso dalla polvere portata dal vento, posso quasi sentire le mie ossa tremare. I miei timpani soffrono, infastiditi dal continuo e intenso rumore. Nulla di tutto questo, però, mi ferma… finché, a un certo punto, le correnti si fanno ancora più violente. Allora, mi ritrovo a non riuscire più ad andare avanti. Quasi nello stesso momento…

… di colpo, avverto tutti i peli sulla mia pelle rizzarsi. Non in senso figurato: sta accadendo davvero, come quando una carica elettrostatica attraversa il corpo.

Ma che diamine…?

◊◊◊

«Nathan! Torna qui!»

La voce di Susan: la donna è giunta sul terrazzo del centro ricerche. Ma il direttore non le presta affatto attenzione.

Lo sguardo dell’uomo è lentamente salito dalla figura del ragazzo con la bicicletta fino al cielo soprastante. Non può evitare di tener gli occhi spalancati per la meraviglia. Poiché ciò che sta osservando è una volta colma di una quantità indicibile di scariche elettriche. Qualcosa che mai gli è capitato di vedere, neppure durante i peggiori temporali.

Flussi di energia luminosi, che sembrano concentrarsi in particolare al di sopra della zona dove è visibile il giovane con la bici. Un fenomeno che, proprio ora, quel medesimo ragazzo va a guardare a sua volta.

◊◊◊

Allarmato, levo il viso al cielo; come se un presentimento, scaturito dall’elettricità che mi sento in corpo, mi avesse indotto a cercarne in alto la causa. Ed è in quel momento, quasi non stesse aspettando altro… che mi abbaglia: una grande luce. Una d’intensità fuori scala, come se le folgori che riempiono le nubi si fossero unite in una sola, a invadere il mio campo visivo.

Non ho il tempo di fare… nulla. Di agire, di pensare… niente di niente.

Giacché, un istante dopo l’apparire del terribile flash, mi arriva addosso: tutto quel fulgore… e un grande miscuglio di suoni, tremende sensazioni… e dolore.

La terrificante potenza di un fulmine.

Un fulmine colpisce Ethan accanto alla sua bicicletta durante il temporale.

◊◊◊

Immensa, una folgore spaventosa è calata dal cielo. Dritto sulla figura del ragazzo con la bicicletta. Impotente, Nathan può solo assistere a quel drammatico spettacolo, gli occhi che bruciano per la violenta luce.

Intanto, ancora sente Susan chiamarlo:

«Nathan! Vieni!»

Alla fine, assieme al ricercatore che aveva avvisato del problema all’antenna, la donna raggiunge il direttore. Siccome egli persiste nell’ignorarli, i due scienziati lo afferrano per le spalle, tirando per trascinarlo al riparo. Ciò, però, non impedisce a Nathan di continuare a guardare il punto d’impatto del fulmine. Anzi, no… la sua attenzione va oltre, a quanto visibile sullo sfondo.

Poiché lì, al di sopra dell’orizzonte, le nubi si stanno aprendo veloci, come sospinte da impetuose correnti d’aria. Al di là di esse, il cielo oscuro della sera va emergendo… assieme a qualcos’altro. Uno spettacolo addirittura più impressionante della saetta… e che induce anche i due ricercatori assieme a Nathan a bloccarsi, i loro occhi spalancati che riflettono una luce verdastra.

Quella di spettrali strie luminose, apparse a stagliarsi sullo sfondo nero, dove si muovono sinuose, bellissime… e innaturali.

Vignetta doppia con Nathan sul tetto del centro di ricerca e un’aurora boreale nel cielo.

◊◊◊

Riesco a malapena a emettere un grido, mentre un’enorme energia pare investirmi. Eppure, persino in queste folli condizioni… intanto che il mio corpo viene folgorato, per un attimo ho una strana sensazione. Come se qualcosa, nel profondo di me, scattasse all’improvviso.

Non ho modo di vedere, o sapere, cosa mi accade dentro. Non ho modo di scorgere un anomalo brillio che, per una frazione di secondo, scintilla nelle mie iridi. Ma riesco a distinguere una luce distorta… anzi, un caos di bagliori che si avvolgono attorno a me, piegandosi come a ghermirmi e risucchiarmi in… un tunnel? Un pozzo?

Qualcosa di così istantaneo e assurdo che potrei tranquillamente dire di essermelo immaginato. Specie perché, un momento dopo…

… perdo conoscenza.

◊◊◊

In futuro, le frasi che Nathan ed Ethan useranno per parlare degli eventi di quel giorno saranno quasi complementari.

«Non avevo certo una lunga carriera alle spalle» dirà l’astrofisico. «Però, di cose sorprendenti ne avevo viste… anche se solo come dati teorici fra libri e ricerche per il mio dottorato. Mai, tuttavia, avevo assistito a qualcosa come ciò che osservai quel giorno».

«Mi sarebbe piaciuto… eccome, se mi sarebbe piaciuto…» saranno, invece, le parole di Ethan, «se un qualche evento straordinario fosse piombato a sconvolgere la mia vita all’improvviso, dandomi la possibilità di darvi un nuovo corso. Mai, però, mi sarei aspettato qualcosa come ciò che mi accadde quel giorno».

«Il giorno in cui il cielo si squarciò fra migliaia di saette… e le aurore boreali apparvero a sovrastarci con un tale splendore da sembrare irreale» dirà Nathan.

«Lo stesso giorno in cui fui strappato alla mia quotidianità, e catapultato su un percorso che, senza che me ne rendessi ancora conto… era incominciato già molto, molto tempo prima» rivelerà Ethan.

«Lo stesso giorno…» concluderà l’astrofisico, «in cui uno strano ragazzo con cui avevo scambiato appena qualche parola scomparve senza lasciar traccia».

◊◊◊

Quando, dopo lunghi secondi, il fulmine infine si esaurisce… in terra, sulla strada fra le campagne, non rimane che una bicicletta. Una carcassa di metallo bruciato, illuminata dalla sinistra luce delle aurore boreali… senza che alcuno vi stia di fianco a reclamarne la proprietà.

Sul telaio annerito della bici, gocce di pioggia prendono a cadere.

La risoluzione del più ancestrale degli errori

potrebbe essere nel più piccolo dei suoi frutti.

Il seme che lì giace in attesa

porta in sé il potenziale per divenir come l’albero dal quale nasce.

Poiché la molteplicità è apparenza.

L’unità è astrazione.

Quel che ciascuno chiama realtà

non è che lo sguardo d’un unico occhio

che osserva se stesso.

Il dono è stato restituito.

Il tempo dell’indeterminismo ha inizio.

Thanks For Reading! Thomas: E questo ci insegna che non è mai una buona idea uscire in bici durante un temporale. A meno che tu non voglia... ops, non posso dirlo! Elena (illustratrice): Guarda, ti basta aprire il secondo capitolo per scoprirlo... fidati, sono l'illustratrice, so cos'ho disegnato per il seguito! Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

Lasciami una reazione!

Sarei felicissimo di sapere cosa ne pensi del capitolo!

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