Caos. Un caos di luce e suono. Di suono e dolore… no, in verità quest’ultimo non è così intenso. Ma la confusione è immensa: come se non solo il mio corpo, ma la mia mente stessa venisse stirata attraverso Dio sa solo cosa. Cado… o salgo? O mi muovo di lato? O ognuna di queste cose insieme?
Un istante infinito racchiude tutte queste sensazioni. Un frammento di tempo nel quale non so se sono sveglio, addormentato, svenuto, o morto. Un attimo nel quale i miei pensieri paiono confondersi con la luce che mi avvolge e trascina.
Meno di un punto nell’universo. Nella vastità del creato, ecco cos’è la Terra.
All’improvviso, eccola: una visione del mondo. Una sfera azzurra che mi trovo ad osservare dallo spazio.
Eppure, su questo granello di polvere alla deriva nell’infinità del cosmo, esiste un’entità ancor più piccola, le cui azioni neanche si avvertono fra gli eventi del suo pianeta.
Sono io che lo sto pensando? Perché? È, forse, per l’influenza di ciò che ora mi s’affaccia davanti, nel miscuglio di luci dal quale sono circondato? Alla Terra s’è sostituita un’immagine dell’Inghilterra… e poi, della mia scuola… e infine…
… di me stesso?
Inconsapevole ti muovi fra i tuoi simili, seguendo il percorso tracciato da una società contingente. Vivi la tua vita rassegnato agli eventi avversi. Tolleri passivo le ostilità, e poi tenti di rimediare ai danni subiti.
Una nuova visione: quella di Justin che getta sulla cima di un armadietto un mio libro.
Senza ribellarti.
Scorgo la mia figura che si sforza per recuperare il volume.
Senza lottare.
Ora, ecco un’immagine di me seduto in aula, a fissare tristemente il vuoto.
Nondimeno, sotto la mitezza di un agnello nascondi un animo ben diverso. Non è vero, Ethan Knight?
Non riesco a capire. Sto rivolgendomi da solo a me stesso? O… è qualcun altro che lo sta facendo?
Sì, Ethan… in te c’è il desiderio di un’altra vita. Tu vuoi combattere. Mutare la tua condizione.
Già… è come se stessi ricevendo… no… assorbendo dei pensieri.
E anche se la tua indole tranquilla ti trattiene, presto le cose cambieranno, e gli eventi ti travolgeranno con tale forza che non potrai tirarti indietro.
Sono pensieri che non mi appartengono… pensieri che risuonano da lontano.
Perché il fato, unito alla mia mano, ti guiderà su un lungo percorso, affinché infine giunga il giorno…
Una saetta dal cielo. E di nuovo, ogni immagine scompare, risucchiata nel turbine di luci.
… e tu diventi il mio campione!
Un lampo accecante. Poi, all’improvviso quiete. Ed io mi ritrovo in piedi… dove? Che posto è?
Sembra un oceano… no, un lago… no, neanche quello. Non riesco a pensare bene. È come una distesa d’acqua, o forse di vapore… vapore azzurrognolo che si fonde con un cielo infinito. Uno scenario immenso, irreale, senza nulla da osservare. Nulla… eccezion fatta per una figura a pochi metri da me.
Nell’attimo in cui il mio sguardo si posa su di essa…
«Sophia… cos’hai fatto?»
La sento risuonare: una voce. Una di cui non riesco a riconoscere la lingua… eppure, a me perfettamente comprensibile.
«Volevo solo capire» giunge risposta da una differente voce.
«Non sarebbe mai dovuto esistere!» esclama la prima voce.
Cosa? Cosa sto ascoltando? Di chi si tratta? Di cosa parlano? Ma soprattutto… a quando risale questa conversazione? Essa… perché mi appare come una distante memoria?
Proprio mentre lo penso, ecco che di colpo la figura si volta. Ed io li vedo: due occhi celesti, che paiono brillare nel viso di una giovane fanciulla. Una dai capelli come d’oro, e avvolta da un alone splendente che la fascia assieme a una candida veste.
Una vista di fronte alla quale il mio cuore sussulta. Perché quel che ho davanti mi trasmette un senso di eccezionalità e meraviglia al di là di qualsiasi esperienza io abbia avuto in passato.
«… chi…?» vado per chiedere.
«Sei qui».
Con tali parole, la giovane donna mi si rivolge, i suoi occhi fissi nei miei. E nel suo tono morbido e gentile, io riconosco una delle due voci che ho udito poco fa.
«Chi… sei tu?» domando, sconvolto.
La mia mente non sta ancora riuscendo a lavorare. Non sono affatto lucido… tutto ciò che sono capace di fare è guardare assorto questa apparizione… e porle tale quesito.
Uno al quale ella risponde con un triste sorriso, intanto che per un momento – come seguendone l’umore – la sua luminosità cala d’intensità.
«Io sono la causa» afferma. «La causa di tutto quanto è avvenuto… e di tutto quanto sta per accadere».
Al suo parlare, qualcos’altro sta apparendo. Anzi… sta crescendo: una pianta, subito alle spalle della donna. Una che, velocissima, si sviluppa…
«La fonte dell’errore…»
… divenendo, ben presto, un albero dall’ampia chioma.
«… e del destino che, per tale ragione, su di te è stato deposto».

Le braccia della giovane si alzano appena, le mani che le si protendono avanti, in un gesto che sembra convogliare una richiesta di perdono… ma anche un incoraggiamento.
«Io… sono Sophia» rivela. «E tu, Ethan…»
Mentre ella parla, informi bagliori ricominciano ad avvolgermi.
«… tu sei il…»
Sento la mia mente scivolare di nuovo nell’incoscienza. E intanto che il fulgore mi avvolge, smetto di udire… di pensare… e infine, di vedere. Persino le memorie di quanto ho appena guardato e ascoltato si dissolvono, senza lasciare traccia.
L’unica sensazione che resta è quella di precipitare nel buio.
◊◊◊
È il vento a svegliarmi, smuovendo i miei folti capelli a frustarmi la faccia. A fatica, comincio ad aprire gli occhi. La vista mi torna lentamente, e man mano che la visione si fa più chiara, mi accorgo che qualcosa non va. Allora scopro che a scompigliare la mia capigliatura non è il vento: in realtà, sono a testa in giù… e sto cadendo!
«AH…AAAAAAAAAAH!»
Nonostante il dolore che provo in tutte le membra, urlo con forza. Non c’è la terra, sotto di me. Soltanto nuvole, ovunque io guardi.
E precipito sempre più veloce.
Accidenti… riesco solo a pensare, ancora stordito per l’aver perso i sensi.

Mentre attraverso i nembi, fra le nuvole emerge quella che sembra la cima di una montagna. Sotto di me la coltre va aprendosi, consentendomi di vedere qualcosa: il suolo si avvicina rapidamente.
Io… sto per… morire!
Mi trovo a guardare per un attimo il mio riflesso su un lago. Poi colpisco l’acqua.
La violenza dell’impatto è terribile, tanto che non so come riesco a sopravvivere. Affondo di alcuni metri, tutta l’aria nei miei polmoni che viene risucchiata fuori. Ma pur nella totale confusione, appena la discesa s’arresta inizio a muovermi; d’istinto, convulsamente, mi spingo con mani e piedi verso la superficie. Su, su, incontro alla luce. Finché, nel risalire…
… non emergo con un rantolo.
Sono vivo!
Annaspo per alcuni secondi, disorientato, quindi prendo a nuotare alla cieca finché non giungo alla riva vicina. Allora mi tiro a terra, ansimante. Tremo in maniera incontrollabile.
La vista ricomincia a venirmi meno. Cercando di schiarirmela, alzo il capo. Ci sono delle macchie d’alberi, non lontano. Vedo due figure in piedi fra i tronchi. Provo a metterle a fuoco, ma prima che riesca a distinguere i dettagli, perdo di nuovo i sensi.
◊◊◊
Quando riapro gli occhi, mi trovo ad osservare un soffitto di legno. Gemo nel sentirmi tutto dolorante. Avverto qualcosa di bagnato sulla fronte. E a pensarci bene, sono steso in un letto, una coperta su di me.
Dove mi trovo?
Giro la testa di lato. Sono in una stanza di legno, con una porta aperta che dà su un corridoio. Il luogo è spoglio, se non per un armadio e un comodino di fianco al letto. Una lampada antiquata, di quelle a petrolio, sta sul ripiano. Una fioca luce filtra attraverso le tende tirate di una finestra.
Io… sono caduto in un lago, mi sembra. Però non mi sento i vestiti bagnati. Ho solo qualcosa di umido in testa…
Mentre cerco di raccapezzarmi, rantolando per lo sforzo mi tiro a sedere. Tuttavia, quando sollevo il braccio sinistro, una fitta lancinante mi trapassa il busto.
Che dolore!
Il braccio mi scatta involontariamente di lato, e la mano va a colpire la lampada posta sul comodino. L’oggetto finisce a terra, dove la sua parte di vetro si rompe. Quasi all’istante, sulla soglia appare un uomo.
Osservo l’individuo, così sorpreso che lascio cadere la cosa bagnata sulla mia fronte: una pezza di stoffa umida.
«Dawn!» chiama l’uomo, rivolgendosi verso un capo del corridoio. «Si è svegliato! E ha anche rotto la lampada…»
«M…m…mi… dispiace» balbetto.
«Non preoccuparti» rassicura lo sconosciuto, entrando nella stanza. «Spaccherai un po’ di legna per ripagarmi».
L’uomo ha una barba bruna e baffi folti. È vestito in maniera strana, per non parlare del suo accento. I pesanti scarponi ai suoi piedi fanno scricchiolare con forza il pavimento legnoso.
Non si direbbe uno di città… pare più un contadino o qualcosa del genere. Deve avermi soccorso quando sono svenuto.
Dunque, si presume che io sia in casa sua.
«Come ti senti?» domanda l’uomo, facendosi vicino a me.
«Io…» comincio a rispondere.
Qualcun altro appare sulla soglia: una ragazza dai lunghi capelli fra il rosso e il castano, acconciati in modo da avvolgersi intorno a due bastoncini per poi ricadere fluenti lungo la schiena. I suoi occhi nocciola chiaro sono grandi ed espressivi. Indossa un vestito davvero insolito, all’apparenza tenuto insieme da tanti cinturini, e che esalta la figura slanciata della ragazza. Deve essere lei la persona che l’individuo ha chiamato poco fa.

«Papà?» dice la giovane.
«Dawn, il ragazzo ha bisogno di un’altra pezzuola bagnata» asserisce l’uomo.
«No, io sto bene!» intervengo.
«Se ne sei convinto…» acconsente l’altro, mentre la figlia si avvicina. «Sei caduto da un’aeronave?»
«Cosa?» faccio, stupito dalla strana domanda. «No, io… veramente non saprei… aeronave?»
«Il tuo tuffo nel lago ha avuto le sue conseguenze, dopotutto» sentenzia lo sconosciuto. «Ricordi almeno di dove sei?»
«Sono di Hoddesdon» annuisco.
Beh, per la precisione di Stanstead St Margarets. Ma è un posto troppo sconosciuto…
«Hoddesdon?» ripete l’individuo barbuto, scambiando uno sguardo interrogativo con la giovane di nome Dawn. «Non lo conosco, su che frammento è?»
«Frammento?»
«Sì, su che frammento!»
«Non credo di capire… cosa intende con frammento?»
«Accidenti! L’hai presa proprio forte, la botta!» commenta l’uomo con divertimento. «Come lo devo chiamare? Gran pezzo di roccia volante?»
E scoppia a ridere.
«Continuo a non capire» replico, sempre più confuso. «Comunque, Hoddesdon si trova vicino Londra».
«Londra?»
«Sì, Londra».
«Dovrebbe essere un luogo importante?»
«È la capitale dell’Inghilterra!»
«Inghilterra?» ripete Dawn, che non pare comprendere più del padre.
Ma con chi ho a che fare? Possibile che non sappiano dove ci troviamo?
«Insomma, sapete di certo che siamo in Inghilterra: parlate pure inglese!» insisto.
Anche se con accento strano. Però non sembrano americani. Saranno scozzesi?
«In verità siamo nella Repubblica Maltiana, e stiamo parlando in anglìsc» obietta l’uomo.
«Hai un accento particolare» aggiunge la figlia, avvicinandosi a me. «Da quel che dici si direbbe tu sia straniero».
Straniero io?
«Sarà del continente fluttuante?» si domanda l’uomo. «Non è che in questo super-arcipelago ci siano altre nazioni oltre a Maltia».
«Vado a prendere una mappa» decide la giovane, allontanandosi.
«Sì, brava!»
Dawn torna quasi subito con la mappa promessa. Srotola il foglio e senza cerimonie me lo pone davanti. Sulla cartina ci sono tante forme irregolari affiancate da scritte. Linee concentriche paiono indicare dei rilievi su tali figure, tuttavia lo spazio fra un disegno e l’altro è pressoché vuoto.
«Ecco qua» dice la ragazza, additando una piccola forma. «Noi ci troviamo qui. Riconosci il luogo?»
«Come si legge questa mappa?» chiedo io, che non riesco proprio a capire i simboli sulla carta geografica.
«Non hai mai letto una mappa?» fa Dawn, stupita. «Guarda, queste sono le isole volanti, i frammenti che ti dicevamo».
«Isole…» ripeto, prima perplesso, poi più inquieto mentre penso a cosa possono significare tutte le strane cose dette da questi due. «Isole… isole volanti?»
È come un flash improvviso: un’intuizione nata non da un ragionamento, ma da qualcosa scattato ai margini della mia coscienza. Essa mi attraversa la mente come una scarica elettrica, riempiendomi di una sensazione spiacevole.
Repentinamente, sollevo la coperta e mi alzo dal letto. Di colpo dimentico del dolore, muovo a passo di marcia verso la soglia della stanza.
«Aspetta!» mi richiama l’uomo. «Non dovresti alzarti così… dove vai?»
Per tutta risposta, mi metto a correre e raggiungo la porta sotto gli sguardi attoniti di padre e figlia. Una volta in corridoio, scatto a destra lungo di esso, spostandomi veloce in cerca dell’uscita.
Cosa succede? Dove mi trovo? penso agitato, girando un angolo e proseguendo senza rallentare. Questi parlano di cose assurde, eppure… non può essere, sono io che sto lavorando di fantasia!
La casa, per buona parte costruita in legno, non è grande. Giungo in un attimo alla seconda svolta del corridoio. Lì trovo una porta affiancata a una finestra. Intuisco che l’uscio deve portar fuori, e lo spalanco. Varcata la soglia, mi ritrovo all’esterno.
La luce del sole illumina un bosco che cresce poco distante dalla casa. Non perdo troppo tempo a guardarmi intorno. Non vedendo strade, muovo semplicemente in direzione della selva per inoltrarmi fra gli alberi.
Perché scappo nel bosco? Ma innanzitutto, perché sto fuggendo?
Attraverso le fronde ignorando i rami che mi graffiano. Il terreno accidentato e le fitte continue al busto rendono difficoltosa l’avanzata, ma io proseguo irriducibile.
È perché temo che quei due siano pazzi? O è perché credo a ciò che dicono?
Sono pressoché fuori di me: in questo momento, solo una cieca determinazione a procedere guida le mie azioni. La mia mente è governata dai presentimenti.
Questi ultimi continuano a manifestarsi a partire dalla sensazione che ho avuto poco fa. Una che, ora, va mescolandosi con un’altra percezione di cui solo adesso sto iniziando a rendermi conto… ma che in verità, ho avuto fin da quando mi sono svegliato. Qualcosa… è come se qualcosa, invisibile agli occhi, fosse fuori posto.
Di norma, ciò non basterebbe ad agitarmi così. Ma questa non è una situazione normale… non lo è affatto! Ed io sento il bisogno di vederci chiaro IMMEDIATAMENTE.
Molto presto vedo la fine del bosco. La raggiungo, e ansimante mi fermo al limitare della selva. Di fronte a me c’è un burrone.
«Oh?!»
Mi trovo di colpo a corto di fiato. Questo non è un burrone. Potrebbe sembrare una scogliera, ma sotto di essa non v’è il mare: ci sono solo nuvole. Mi scopro sul bordo di un grande frammento di roccia che fluttua nell’aria insieme alle nubi. Ai miei piedi c’è il vuoto e nient’altro.
Nella distanza, avvolti da coltri di nuvole, ulteriori frammenti galleggiano nel nulla facendosi beffe della gravità. Un po’ più vicino, due strani velivoli dalle forme mai viste sfrecciano nel cielo sotto il mio sguardo allibito, lasciandosi dietro scie di fumo bianco.
Per me tutto ciò è un po’ troppo da metabolizzare. I miei presentimenti si sono concretizzati.

«Cosa… cosa succede?» chiedo a nessuno in particolare.
Qualcuno mi ghermisce all’improvviso per le spalle e mi tira nel bosco. È Dawn. Troppo turbato per opporre resistenza, la lascio fare. Una volta all’ombra degli alberi, la ragazza mi costringe a poggiare la schiena a un tronco non distante dallo strapiombo.
«Sei impazzito?» mi sgrida. «Questa è zona proibita! Se ti vedono, sono guai!»
«Io…» faccio, stordito.
Posso udire il rumore dei velivoli che sfrecciano qui vicino. Qualunque cosa siano, non sono certo gli aerei cui sono abituato.
«Vieni, andiamo via!» dice Dawn, afferrandomi il polso.
Dimostrando una discreta forza, la ragazza mi trascina attraverso la selva. Smarrito, mi guardo un’ultima volta indietro, per poi consentire alla giovane di ricondurmi sui miei passi.
Non credo di essere in una situazione dalla quale possa uscire facilmente.
◊◊◊
I velivoli si allontanano dall’isola fluttuante, sparendo dal campo visivo di chi si trova su di essa. Volano veloci fra i frammenti e fendono ampi banchi di nuvole, scintillando nell’intensa luce solare. Alla fine raggiungono un tratto di cielo pulito. Allora, di fronte ad essi divengono visibili tanti altri aeromobili, un gran numero dei quali sono molto, molto più grandi.
Parecchio diversificati nell’aspetto e nelle dimensioni, i macchinari sono divisi in due schieramenti che si danno battaglia in un violento scontro fra i cieli. I proiettili attraversano rumorosamente l’aria, andando ad abbattere i mezzi di entrambe le fazioni. Raggi di luce e cannonate sfrecciano da un apparecchio all’altro, riempiendo l’aria di boati.
All’interno di uno dei velivoli più grandi, definibile come una nave di metallo volante, un individuo con un’elegante uniforme osserva la battaglia da un’ampia finestra. Un uomo in divisa si rivolge a costui in atteggiamento formale:
«La Resistenza si ritira, signore». «Inseguiteli senza farvi notare» ordina l’altro con tono pacato. «Ci condurranno al loro rifugio».

