Energheia – Capitolo 3: Il mondo di frammenti

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Stanstead St Margarets (Inghilterra)

21 ottobre 20XX

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«Ho visto la signora Lonsdale. Vi saluta».

Sono seduto a tavola con la mia famiglia, quando dico ciò.

«È sempre così gentile!» commenta mia madre.

«E svitata…» aggiunge mio padre, indifferente. «Scommetto che ti ha tenuto bloccato per un pezzo».

«Beh… un po’, sì…»

Siamo in cinque seduti a cenare: i due coniugi e i loro tre figli. Della prole, coi miei diciassette anni io sono il primogenito. Anche per questo, al pari di mio padre, mi tocca uno dei posti a capotavola. La cosa dovrebbe essere positiva, non fosse per il fatto che in questa posizione do le spalle al televisore.

«Indossi ancora l’orologio che ti regalò anni fa» considera mia madre, mentre il marito accende la TV. «Che dici, Ethan? Non è un po’ vecchio?»

Effettivamente, quello al mio polso è un antiquato orologio analogico regalatomi a un mio compleanno proprio dalla signora Lonsdale. Il cinturino in pelle è un po’ logoro, ma l’oggetto funziona alla perfezione, pur essendo sprovvisto delle tipiche funzioni dei moderni orologi digitali.

«Sì» annuisco. «Ma nonostante tutto non si è ancora scaricato. Mi piace!»

Dal televisore giunge il rumore di un forte vento sul quale si accavallano delle voci. Giro il capo per vedere dalla mia scomoda posizione cosa trasmettono. Nello schermo, un giornalista parla con un uomo in una landa ghiacciata. Entrambi sono imbacuccati in pesanti cappotti, con soltanto i volti esposti alle intemperie. Dietro di loro, diverse altre persone lavorano intorno a una struttura metallica, di quelle usate per le indagini scientifiche in luoghi remoti.

«Durante le ricerche sulla microfauna locale, abbiamo trovato una nuova specie di batterio» dice l’uomo intervistato, il quale dev’essere un biologo.

«Non è la prima scoperta del genere» osserva il giornalista, mentre porge il microfono.

«È vero che già molti batteri sono stati rinvenuti sotto i ghiacci polari» ammette lo scienziato. «Tuttavia, questo presenta un’interessante caratteristica».

«Ce la può spiegare?»

Ascolto il servizio con vago interesse, ma gran parte della mia attenzione è monopolizzata dal libro che aspetto con ansia. Non si può nemmeno dire che la tavola sia così tranquilla da permettere di seguire ogni parola del Tg.

Vicino a me, mia madre sta rivolgendosi a Miley, la mia sorellina, la quale fissa il proprio piatto a base di carne con sguardo truce.

«Ma che hai?» fa la donna.

«Io sono vegetariana» risponde la bambina.

«E da quando?»

«Da oggi!»

Lo scienziato in TV continua a spiegare, gli occhi quasi chiusi a causa del vento gelido:

«Esso mantiene una temperatura di molto superiore a quella delle acque circostanti. Curiosamente, ciò non si spiega con le reazioni chimiche che compie. Per giunta, l’acqua in cui è immerso tende a raffredd…»

Le interferenze disturbano la comunicazione, e all’improvviso torna visibile lo studio del Tg. Colto di sorpresa dall’inaspettata interruzione, il giornalista che presenta i servizi appare nell’atto di divorare un grosso panino. Si accorge quasi subito dell’accaduto, e con la voce distorta dal boccone chiede:

«Ma fiamo in onda?»

E già…

Dimostrando un’innegabile presenza di spirito, il giornalista si dà un contegno. Come se non fosse accaduto nulla, tossicchia e dice:

«Scusate… sembra sia caduto il collegamento, dunque passiamo al prossimo servizio della rubrica “Scienza e tecnologia”. Oggi abbiamo intervistato il direttore del centro ricerche inaugurato di recente a Hoddesdon».

«Oh!» fa mia madre. «È qui vicino!»

Sì… è il posto in cui dobbiamo andare domani con la scuola.

«Si tratta di Nathan Yates» prosegue il giornalista, «giovane e brillante astrofisico studioso delle onde elettromagnetiche nello spazio».

A distrarmi di nuovo è Jason, il secondogenito.

«Ethan, dopo puoi aiutarmi con i compiti?» chiede il ragazzino.

«Di che materia?»

«Matematica. Le sai fare le disequazioni parametriche?»

«Mmh… rammentami come funzionano».

«E allora perché ti ho chiesto aiuto?»

«Non sono ferrato in matematica…»

Nel frattempo, la linea è passata a un giornalista che intervista un altro ricercatore. Alla domanda su quali siano gli studi dei quali si sta occupando, lo scienziato parte in quarta:

«Di recente abbiamo notato distorsioni anomale della luce proveniente dagli altri corpi celesti. Sembrano alterazioni provocate da campi gravitazionali, ma non vi sono masse significative nei luoghi dove tali campi dovrebbero generarsi».

«Pensa che c’entri la materia oscura?»

«Gli studi sono ancora nella fase preliminare, ma sì, la materia oscura è fra le nostre ipotesi…»

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Hoddesdon (Inghilterra)

23 ottobre 20XX

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Dall’oscurità giunge una voce:

«Accendete il generatore di emergenza».

Il ronzio del gruppo elettrogeno che si avvia invade l’ambiente, e le luci sul soffitto si riaccendono. Di nuovo in grado di vedere, i membri del centro ricerche di Hoddesdon si guardano a vicenda, chi perplesso, chi preoccupato.

«Puoi uscire, Peter» dice Nathan.

Si è rivolto a un collega corpulento che fino ad ora è rimasto nascosto sotto la scrivania del locale: lo stesso che, assieme a Susan, si era gettato nella tempesta per portar via il direttore dal terrazzo. Lo scienziato fissa di rimando il superiore, inquieto ma poco imbarazzato malgrado si trovi nella stanza del suo capo.

«Siamo sicuri sia finita?» domanda.

Non riceve risposta.

«Termine tempesta di fulmini: ore 3.35 ante meridiem del giorno 23 ottobre» annuncia Susan, il tablet PC stretto fra le braccia. «Durata totale: 8 ore e 45 minuti circa».

Ovviamente, sta parlando con Nathan. Senza commentare, questi si avvia a passo di marcia per lasciare l’ufficio stracolmo di gente, il candido camice da laboratorio che gli svolazza alle spalle. Nell’allontanarsi, il ricercatore punta il dito verso un collega.

«Rimettete in funzione le strumentazioni» ordina. «Voglio ogni singolo dato sulla tempesta di fulmini e sulle distorsioni luminose».

«Subito!» scatta il giovane cui si è rivolto.

Susan s’affretta a seguire Nathan, e insieme i due escono dal locale. Il corridoio è deserto: tutti gli scienziati si sono riuniti dal direttore quando la tempesta di fulmini ha raggiunto la massima intensità. Alla fine, un blackout ha colpito il centro, e anche ora che il peggio è passato l’alimentazione esterna non torna.

«È stato una gran brutto temporale» commenta la ricercatrice, pigiando sul tablet PC.

«Già…»

«Mi chiedo quale sia la situazione fuori… intendo, per il blackout».

«Chissà…»

Nathan ha un’espressione insolita. È come se all’improvviso il suo interesse fosse stato enormemente stimolato. Non ci sono dubbi sulla causa: durante la tempesta di fulmini, le distorsioni luminose hanno raggiunto livelli sorprendenti. Per non parlare dell’apparizione delle aurore boreali, abbastanza rare a quelle latitudini.

«Senti, Sue… tu vai a casa, se vuoi» l’uomo invita la ricercatrice, in un moto di gentilezza. «È piuttosto tardi».

«Sono tentata» ammette lei, «ma sono troppo curiosa di sapere cos’è accaduto».

Nathan sorride mentre continuano ad avanzare lungo il corridoio, diretti verso la sala di controllo delle strumentazioni del centro. In breve, però, il viso dello scienziato s’incupisce.

«I soccorsi… dopo che li hai chiamati, li hai più sentiti?» domanda.

«No» nega la donna. «Sei preoccupato per quel ragazzo?»

L’astrofisico non risponde.

«Era impossibile andare ad aiutarlo» afferma ella. «Non pensarci. La polizia saprà cosa fare».

«… hai ragione».

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Stanstead St Margarets (Inghilterra)

Stesso giorno

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Quando Adam Knight torna a casa, la moglie lo raggiunge immediatamente sulla porta. Il cielo alle spalle dell’uomo è tetro, e una lieve pioggia cade ormai da ore. L’espressione di Adam è seria, in un modo che non piace alla donna.

«L’hai trovato?» domanda ansiosa, mentre egli richiude l’uscio.

«No, però ho trovato la bicicletta» risponde lui.

«Solo la bici?»

«Era ridotta male, come fosse bruciata» racconta l’uomo, sfilandosi l’impermeabile. «C’era anche il suo zaino. Però, nessun segno di Ethan».

«Oh, Dio, che può essere successo?» si chiede la donna, angosciata. «Con la tempesta che c’è stata…»

«Quando sono arrivato… c’era una pattuglia della polizia» rivela il marito, facendosi esitante. «Hanno detto di aver ricevuto una telefonata che segnalava…»

Non riesce a finire.

«… cosa?» s’allarma lei. «Cosa, Adam?»

«… dammi un attimo. Ora te lo spiego».

Nascosti dietro gli stipiti di una porta, Jason e Miley origliano la conversazione dei genitori. A causa del blackout, le uniche fonti d’illuminazione disponibili in casa sono alcune vecchie lampade a petrolio. La maggior parte dell’abitazione è al buio, per cui ai due giovani è facile celarsi nell’oscurità.

«Alla radio dicevano che il temporale ha fatto saltare la corrente in un sacco di posti e rotto tante cose» asserisce il ragazzino a bassa voce.

«Sono caduti molti fulmini» si preoccupa lei. «E se uno avesse…?»

Jason afferra al volo ciò che intende la sorellina, e subito afferma:

«La bici era bruciata, ma Ethan non c’era! Starà bene!»

«Però… non risponde al cellulare…» fa Miley, osservando il proprio telefonino. «Non è nemmeno raggiungibile».

«Salterà fuori» la rassicura il fratello. «Non può essere finito lontano».

Sul cellulare della piccola, però, continua ad apparire il messaggio “non raggiungibile”.

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???

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Guardo cupo il mio telefonino. Lo schermo mostra a caratteri cubitali la scritta “nessun segnale”. Non che la cosa mi sorprenda.

Non capisco… penso. Sto delirando? No, non credo. Eppure, ciò che ho visto è assurdo: delle grandi rocce che volano! Praticamente delle isole!

Sono seduto a un tavolo a casa dell’uomo che mi ha curato. Per un po’ ho provato a far collegare il telefonino a una qualsiasi rete, ma non sono riuscito nell’intento. Il motivo potrebbe essere il bagno nel lago subito dall’apparecchio, ma ne dubito: il cellulare è pubblicizzato come resistente all’acqua. Più probabile che la colpa sia del fulmine che mi ha colpito, ma anche su quello sono scettico. In effetti, i miei sospetti vertono su ben altre ipotesi.

Dove sono finito? mi chiedo. Nel futuro? E come diavolo sarebbe successa una cosa del genere? C’è stato un incredibile cataclisma che ha mutilato la Terra come accade nel libro che ho ordinat…?

«Beh? Hai finito di fare le “prove” che dicevi?»

È stata Dawn a parlare. Lei e il padre sono seduti al tavolo insieme a me, in attesa che io finisca di maneggiare il cellulare. Pochi minuti fa, la ragazza mi ha riportato in casa, dove si è convenuto che sia necessario discutere con calma per chiarire le cose.

Loro non capiscono quanto questo posto mi appaia alieno penso. Di sicuro devo essergli sembrato ben strano per fuggire a quel modo… per non parlare del resto.

Per risparmiare carica, spengo il telefonino e lo metto via. Questa situazione mi nausea: ho la sensazione di dover vomitare da un momento all’altro.

«Credo di aver bisogno di alcune… ehm… spiegazioni» dico.

«Che tipo di spiegazioni?» domanda il padre di Dawn.

«Intanto… cos’è successo prima che mi svegliassi?» chiedo. «Non ricordo bene…»

«Beh, noi ti abbiamo visto piombare dal cielo» racconta l’uomo, «però le nubi non ci hanno fatto capire da dove arrivassi. Sei finito in un laghetto qui vicino e ti sei tirato fuori da solo. Poi sei svenuto».

«Ti abbiamo portato qui a casa nostra» interviene Dawn. «Ti ho asciugato con la mayea e ti abbiamo messo a letto. Sei rimasto a dormire per quasi dodici ore».

Mayea? penso nel mentre. Chissà che ha detto veramente… il loro accento rende difficile riconoscere tutte le parole.

«Capisco» annuisco quindi. «In effetti, ricordo molte di queste cose. Ora dovrei chiedervi… ehm… forse le mie domande sembreranno stupide…»

«Abbiamo notato che sei spaesato» asserisce l’uomo, incoraggiante. «Parla, non ti derideremo».

«Ecco, io…» comincio. «Non ho idea di dove sono. Quelle rocce volanti… la roccia su cui ci troviamo ora… per me non dovrebbero esistere, eppure per voi sono normali. Insomma, che succede? Dove mi trovo?»

«Sei nel substrato 7.6 di Tersain, almeno secondo il sistema di Pauters» risponde l’uomo. «Ti trovi su un frammento appartenente alla Repubblica Maltiana».

«Scusi un attimo…» lo interrompo. «Cos’è Tersain, intanto?»

Padre e figlia si guardano, decisamente sorpresi. Poi l’uomo torna a rivolgersi a me.

«Mi chiedi cos’è Tersain…» dice. «Magari, lo conosci come Barghan? No?»

Il mio sguardo vuoto dev’essere abbastanza eloquente.

«Mh…» stringe le labbra l’uomo. «Tersain, o Barghan, è il nostro mondo: quello sul quale ci troviamo tutti. I frammenti di cui sei tanto stupito ne sono parte: sono il luogo che la maggior parte degli uomini occupa».

«E la… terraferma?» chiedo.

«Terraferma…» ripete il padre di Dawn. «Se intendi un luogo che non fluttua, sappi che non esiste un posto simile… non su Tersain. Ho capito bene la tua domanda?»

«Fin troppo bene…»

Dunque è così penso a seguire. Per qualche assurdo motivo, mi trovo su uno dei molti frammenti che costituiscono un mondo chiamato Tersain. Ciò è fuori dalle leggi della fisica… eppure non posso che fidarmi delle parole di quest’uomo.

Mi mordicchio un labbro.

Parlano inglese, o qualcosa di simile… dovrebbe provare che mi trovo nel futuro? Hanno anche accento e lessico un po’ strani… potrebbero essersi modificati nel tempo. Forse c’è un modo per capire se in effetti mi trovo nel futuro o meno.

«Sentite» dico perciò. «Questo mondo è sempre stato così, fatto di tante isole fluttuanti?»

Ci vuole qualche secondo prima che Dawn parli:

«Forse vuoi sapere della Frammentazione?»

«Frammentazione?» ripeto.

«Sì!» conferma lei, iniziando a raccontare. «Si narra che, migliaia di anni fa, Tersain fosse un’unica grande sfera. Non c’erano frammenti, era un enorme tutt’uno. Un giorno, però, accadde qualcosa: la luce del sole divenne nera, e poi splendette di un improvviso bagliore. Il cielo cambiò, perdendo molti astri e riempiendosi di nuove stelle e nebulose. Il mondo fu scosso da un tremito profondo, e d’un tratto si spezzò in migliaia di frantumi. Tale fu il Mastodontico Sfaldamento, o più semplicemente, la Frammentazione: ciò che rese Tersain così com’è oggi».

È chiaro! penso. Quindi mi trovo davvero nel futuro! Però c’è qualcosa che non va… perché ho la sensazione che la mia teoria sia errata? Non ho motivo di dubitarne… non capisco!

Lieve ma persistente, continua ad aleggiare: l’irrazionale impressione, sul fondo della mia mente, che qualcosa a me invisibile non sia come dovrebbe.

«Certo che devi avere una storia interessante da raccontarci» osserva il padre di Dawn.

«Eh?»

«Piombi su questo frammento senza la minima idea non solo su dove ti trovi, ma addirittura su come funzioni il mondo!» asserisce l’uomo. «Due sono le cose: o ci prendi in giro, o ti è capitato qualcosa di serio, e allora vorrei capire chi sto ospitando. Non ci hai nemmeno detto come ti chiami!»

«Ha ragione, mi scusi» faccio, realizzando solo ora quanto sono stato scortese. «Mi chiamo Ethan Knight, e… ecco, non so dirvi da dove vengo… perché non capisco del tutto dove sono».

«Beh, fai uno sforzo» m’incoraggia l’uomo. «Descrivici il luogo da cui provieni».

«D’accordo» annuisco, cercando le parole adatte. «Io vengo… uh?»

Il padre di Dawn ha alzato una mano a interrompermi.

«Vorresti scusarmi?» dice l’uomo, il cui tono più che una richiesta pare sottendere un ordine. «Mi racconterai in un altro momento».

Dunque si alza ed esce dalla stanza, lasciando me e Dawn al tavolo.

«Ho fatto qualcosa?» mi preoccupo.

«Tranquillo» risponde la giovane, alzandosi a sua volta. «Vieni. Ti mostro dove puoi darti una sciacquata, e poi mangiamo».

Così mi ritrovo chiuso in uno strano bagno. È come essere tornato indietro di secoli: nulla dei comfort delle toilette moderne è presente. Un catino, una tinozza e una brocca paiono fungere da soli strumenti per l’igiene personale, e una stufa a legna è preposta a riscaldare l’acqua. Soltanto il gabinetto ha qualcosa di più complesso.

Sembra quasi che l’abbiano tirato via da un aereo o da un treno rifletto, scrutando il complicato meccanismo che pare montato sulla tazza. Immagino di essermelo già chiesto, ma… dove diavolo sono finito?

◊◊◊

Chiusa la porta del bagno, Dawn rientra nel locale dove alcuni minuti prima lei e il padre stavano conversando con Ethan. Da lì s’introduce in un vano adiacente, dove trova il genitore.

«È di Antony?» chiede senza preamboli.

«Sì» annuisce l’uomo, un piccione viaggiatore appollaiato sul braccio. «Sta tornando».

◊◊◊

Quando esco dal bagno, mi affretto a raggiungere la stanza dove poco fa stavo parlando con Dawn e suo padre. Lì vedo la ragazza, ma non l’uomo.

«Tutto a posto?» fa lei, scorgendomi.

La giovane sembra intenta a consultare una mappa. Subito la mette via, alzandosi dalla sedia dov’è accomodata.

«Mio padre è uscito, e tornerà un po’ tardi» afferma. «Dunque mangeremo soli».

Dawn si sposta in un’altra stanza. La seguo, entrando in quella che deve essere una cucina. Anche questa è piuttosto spoglia e priva di dispositivi come microonde, forno elettrico o lavastoviglie. Vi sono solo molti armadi traboccanti di sacchi e impacchi vari, e in un angolo sta quello che pare un forno a legna.

Al centro del locale v’è un lungo tavolo attorniato da quattro sedie. Sul ripiano sono posati due bicchieri, una caraffa d’acqua e alcuni contenitori pieni di frutta fresca e secca, pane e diversi alimenti non ben identificati, simili a barrette di cereali. A giudicare dall’odore che pervade l’ambiente, i cibi principali conservati nella stanza devono essere tutti di tale tipologia.

«Dai, siediti».

Dawn si è già accomodata quando mi invita a fare altrettanto. A disagio, la imito.

«Qui ci sono poche possibilità di fare rifornimento, per cui non abbiamo vino» afferma lei, come se fosse una mancanza considerevole. «Dovrai accontentarti dell’acqua».

La giovane allunga le mani verso i piatti centrali e prende una grande manciata di noccioline. Allibito, la osservo portarsi alla bocca la frutta secca e passare a una fetta di pane. Poi, guardo il tavolo di fronte a me.

Niente piatto… niente posate.

Torno a fissare Dawn. Lei ricambia l’occhiata, in bocca una delle barrette di presunti cereali.

«Che c’è?» chiede la ragazza con espressione innocente, le guance gonfie a causa del boccone. «Non hai fame?»

«Ehm… no, anzi!» faccio io. «Mi chiedevo solo… cos’è quella barretta che mangi?»

«Questa?» dice lei, agitando quanto rimane del pezzo di cibo appena morsicato. «È una stecca deumidificata. Mai mangiata una?»

«Mai».

Tendo il braccio a prendere una delle “stecche deumidificate”.

Sarà cibo liofilizzato suppongo, addentandola. Bah… non è eccezionale.

◊◊◊

Giunta l’ora di dormire, Dawn mi ha detto di usare la stessa camera dove mi sono ritrovato al risveglio. Una volta andata via la ragazza, chiudo la porta della stanza, tolgo giacca della divisa e cravatta, e mi stendo sul letto. Nel compiere tale movimento storco la faccia in un’espressione sofferente.

Ahia…

Sbottono la camicia e mi scopro il busto, esaminando alla luce di una nuova lampada a petrolio un’ampia ustione che ho sull’addome. Quindi mi guardo il polso, dove c’è l’orologio: anche lì, pur se fasciata, v’è una fastidiosa scottatura della pelle.

L’orologio non funziona rifletto, osservando le lancette ferme dello strumento, i cui materiali sono semifusi. Non penso di ricordare male: un fulmine mi ha colpito. L’orologio l’avrà attirato?

Non che possa dirmi sicuro che il bagliore da me visto fosse una folgore. Però penso sia ragionevole interpretarlo come tale.

In pratica, il mio orologio è diventato il punto di passaggio ideale per annullare la differenza di potenziale fra il cielo e la terra. Ciò si è tradotto nella creazione di una saetta, che mi ha centrato in pieno. A quel punto…

La scarica ha bruciato il punto da cui è entrata e quello da cui è uscita.

Mi richiudo l’indumento.

Ahia… penso ancora, quando la stoffa scivola sulla ferita. Colpito da un fulmine… con questo e la caduta che ho fatto, sono fortunato ad essere vivo. Non fossi finito nel lago… e se sotto di me non avessi trovato frammenti?

Non voglio pensarci. Piuttosto cerco di rilassarmi, conscio che domani necessiterò di tutte le mie energie per capire in che situazione sono finito e come uscirne.

Non è facile, ma alla fine mi addormento.

◊◊◊

Il sole brilla oltre una montagna che sorge sull’isola. Sebbene sia mattina inoltrata, l’aria è ancora fredda e umida. Gli uccelli volano sopra le cime degli alberi che coprono buona parte della roccia fluttuante. Nuvole candide riempiono il cielo insieme a tante forme scure: altri frammenti.

Osservo per alcuni attimi quello strano spettacolo. Poi, torno a concentrarmi sul ciocco di legna di fronte a me. Levo l’accetta che tengo in mano e la muovo in avanti con un gemito. Colpisco il bersaglio di sbieco, spaccandolo in due parti ineguali.

«Uff…» sbuffo.

«Non hai molta manualità, eh?» commenta il padrone di casa, che mi osserva più in là.

Ah, certo… lo so che il massimo della mia manualità è cambiare una lampadina penso sarcastico, prendendo un nuovo ciocco. E a casa tua sembra che nemmeno ce ne siano…

Faccio per alzare l’ascia, ma l’altro mi blocca.

«Aspetta».

«Cosa?» domando.

«Penso tu mi abbia ripagato».

Al mio fianco giace una grande quantità di legna tagliata.

«Sei resistente!» aggiunge l’uomo.

«Grazie…»

Anche se in realtà mi sono ammazzato di fatica…

Mi sono impegnato più di quanto avrei fatto di solito: pur con immenso sforzo e soffrendo in silenzio il dolore alle ferite, ho voluto ripagare al più presto il mio debito con queste persone. Il mio fisico poco allenato e ancora provato dal contatto col fulmine non si è trovato molto d’accordo, ma sono stato cocciuto.

«Vai pure a rinfrescarti» dice l’uomo. «Poi, se ti va, torna ad aiutarmi a mettere a posto questa legna. Allora vedremo come riportarti al luogo da cui vieni».

Se sapessi da dove vengo, non parleresti così penso, allontanandomi.

È dall’alba che lavoro… o almeno, da quella che mi è sembrata l’alba. In questo mondo non c’è un vero orizzonte dal quale possa sorgere il sole. Tuttavia, v’è comunque un ciclo luce-buio, per cui ho supposto due cose: Tersain ruota su un asse come la Terra, e l’atmosfera stessa distingue il giorno dalla notte.

Quando il sole sta dall’altra parte del mondo rispetto all’osservatore, lo spessore dell’atmosfera frapposta è tale da smorzare la luce fino ad annullarla. Man mano che Tersain ruota, l’aria che la luce deve attraversare diminuisce, per cui lentamente il sole prende forma fino a illuminare i cieli prima di rosso e poi di azzurro.

Credo c’entri qualcosa chiamato “scattering”, ma non sono sicuro di ricordare bene come funzioni.

Comunque, questa è l’ultima delle cose che durante il lavoro mi hanno costretto a lunghe riflessioni. Un’altra anomalia è data dalle isole: a prescindere dal fatto che galleggino nell’aria, uno si aspetterebbe perlomeno che tutti i frammenti abbiano il sopra e il sotto rivolti nelle stesse direzioni, con la parte inferiore delle rocce ricoperta di piante penzolanti e la parte superiore presentante alberi e corsi d’acqua. Eppure, ho notato con sgomento che se uso questo metodo per distinguere il sopra e il sotto, allora parecchie isole mostrano inclinazioni persino opposte fra loro. Non solo: addirittura, ciò che ne ricopre la superficie si comporta come se seguisse un campo gravitazionale relativo ai frammenti stessi. Sono sicuro di aver visto un fiume scorrere tranquillamente su un’isola nonostante dal mio punto di vista il corso d’acqua fosse a testa in giù.

È senza dubbio qualcosa su cui dovrò chiedere delucidazioni alla prima occasione. Anche se immagino che farò la figura dello stupido… per queste persone fenomeni simili sono la norma.

Intanto che dal retro della casa mi muovo sul davanti, odo degli strani rumori. Perplesso, li seguo fino a un cerchio di basse siepi al fianco dell’abitazione. Lì, nello spiazzo disegnato dai cespugli, c’è Dawn.

Fra le mani la ragazza ha un lungo bastone di legno, che rotea da una parte all’altra. La osservo mentre lei manovra lo strumento in quelli che paiono attacchi mimati. La giovane compie una sequenza di movimenti armonici volti a riempire di colpi un avversario immaginario. Poi porta all’improvviso una mano in avanti ed esclama:

«Ah!»

Qualcosa attraversa l’aria di fronte al suo palmo, andando a investire una delle siepi. Gli effetti sono quelli di un’improvvisa raffica di vento, e la considererei tale se non fosse per un dettaglio: una strana luce è apparsa dalla mano della giovane quando lei ha gridato.

Lasciami una reazione!

Sarei felicissimo di sapere cosa ne pensi del capitolo!

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