Energheia – Capitolo 4: La Repubblica

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Hoddesdon (Inghilterra)

21 ottobre 20XX

1 giorno alla scomparsa di Ethan

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La Stanstead Secondary School sorge nella parte settentrionale di Hoddesdon. Ogni giorno centinaia di studenti affluiscono al suo ingresso per distribuirsi nei locali del complesso di edifici.

Fra le mura, ragazzi tra gli undici e i diciotto anni, in divisa come me, camminano lungo i corridoi verso le rispettive aule. Alcuni passaggi sono chiusi, per via di recenti lavori di ristrutturazione che hanno sconvolto l’anatomia della costruzione. L’istituto vanta, infatti, la propria eccellenza nell’insegnamento delle scienze, discipline sulle quali molto ha investito negli ultimi anni, ampliandosi per creare nuovi laboratori.

Gli ambienti sono ben illuminati da ampie finestre, tramite le quali i raggi del sole filtrano a rivelare il pulviscolo nell’aria. Un sottile strato di polvere ricopre i pavimenti, continuando a riformarsi nonostante le squadre di pulizia intervengano più volte al giorno.

È attraverso uno dei corridoi liberi da cantieri che mi muovo io. I miei passi si confondono col chiacchiericcio circostante mentre continuo a procedere spedito. Non faccio quasi caso agli altri studenti, o agli operai che sistemano gli infissi, o allo striscione appeso a un muro per la vicina festa di Halloween. Quando lancio un’occhiata al mio riflesso su una finestra, a malapena vedo che sul mio volto aleggia un’espressione pensosa, al limite dell’afflitto.

Smetto di camminare solo quando odo una voce familiare chiamarmi:

«Ehi, Knight!»

Mi volto. I miei occhi vanno a tre giovani che mi osservano pochi metri più in là, nei pressi di alcuni armadietti personali disposti lungo le pareti. Proprio come me, sono di sesta, e come ogni studente vestono la divisa della scuola. Loro, tuttavia, la portano sciattamente, indifferenti alle regole che vogliono si indossi con ordine. Un ghigno dispettoso sul volto, quello al centro esibisce un piccolo libro, senza preoccuparsi di afferrarlo in modo da non sciuparlo. In effetti, lo tiene piegato come fosse un qualunque giornale arrotolato.

Naturalmente è Justin, accompagnato come sempre dai suoi “fedelissimi” Elvin e Chaz.

«Cerchi questo?» chiede il ragazzo, agitando l’oggetto con fare provocatorio.

A tale scena, non ho dubbi che il mio viso venga oscurato da un’espressione di fastidio. Sento gli angoli interni delle mie sopracciglia piegarsi all’ingiù intanto che la fronte mi si corruga. Sul mio volto non dev’esserci la minima sorpresa.

«Ridatemelo!» intimo, avvicinandomi con andatura minacciosa nonostante la mia stazza sia tutt’altro che intimidatoria.

«Eccotelo!»

Il tipo col libricino lancia l’oggetto, il quale con un volo sgraziato finisce su uno degli armadietti qui vicino. Una volta accertato il successo della bravata, il trio di tormentatori si allontana sghignazzando lungo il corridoio.

Mi accosto agli armadietti, e con uno sbuffo allungo il braccio a recuperare il libro. Mentre lo tiro giù insieme a molta della polvere ivi depositata, uno studente che ha assistito alla scena mi parla:

«Non dovresti farti mettere i piedi in testa a quel modo, Ethan».

Al contrario di molti altri, questo giovane tiene la giacca della divisa chiusa sopra la camicia. Un paio di occhiali pende dal bordo dell’indumento, e tre libri di testo stanno stretti sotto il suo braccio. L’aspetto di un autentico secchione.

«Se mi ribellassi, le cose potrebbero peggiorare, Nate» replico, finalmente in possesso del mio libro.

«Non è proprio su questo che si basa il loro comportamento?» asserisce Nate, afferrando gli occhiali e facendo per andarsene. «L’avrai di certo capito: i prepotenti come loro possono fare quel che vogliono proprio perché non temono che le loro vittime si oppongano. Ti sta davvero bene?»

Ciò detto, mi lancia un’occhiata significativa, inforca le lenti e s’incammina. Senza parole, rimango in piedi in mezzo al corridoio a guardare il mio compagno di classe che si allontana.

Se mi sta bene? No, affatto. Nate non può immaginare quanto io detesti la prepotenza: il cercare di sopraffare chi si pensa sia più debole.

Ed io? Sono un debole? Anche se la risposta di qualcuno fosse sì, poco importa; la “forza” è un concetto relativo, che può assumere molte forme. Quel che gli altri considerano forza non è quel che io ritengo tale, e viceversa. Purtroppo, però, la forza che io apprezzo… una silente e poco visibile, più insita nella mente e nell’animo che nella posizione sociale o nel corpo… dubito verrebbe riconosciuta da Justin e compari, e di certo non gli farebbe paura. In effetti, non è nemmeno una forza che, per essere rispettabile, dovrebbe essere volta a incutere timore.

Ma allora che dovrei fare? Forse, nonostante tutto… dovrei cercare di oppormi? Di trasformare la mia volontà di ribellione in parole e azioni concrete? Di manifestare in qualche modo ciò che mi ribolle dentro, perennemente schiacciato dalla mia mente e dal mio cuore affinché non venga fuori?

Se lo facessi, potrei riuscire a migliorare la percezione che io ho di me stesso… e magari, arrivare a potermi presentare davanti agli altri senza preoccuparmi di esser visto come un debole?

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2° giorno di Ethan a Tersain

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«Che…? Che…?» farfuglio, stupefatto.

Ansimante per lo sforzo, dal centro del cerchio di siepi Dawn si volge a guardarmi, scorgendomi per la prima volta.

«Come… come hai fatto?» domando.

«Fatto? Cosa?» chiede la ragazza, asciugandosi il sudore dalla fronte.

«Quella… cosa!» rispondo io, senza sapere come descriverla. «Vento, o che cos’era!»

«Come, cosa, che… perché sembrano le parole che usi di più?» dice la giovane, con aria divertita. «Il vento che dici era solo una mayea d’aria, ok?»

«Mayea d’aria?» ripeto. «Senti… se il mio parlare sembra strano a te, vale anche il contrario: l’accento che usi e certe tue parole mi rendono difficile capire… puoi esprimerti solo in inglese?»

«Inglese… ancora quella lingua?» fa lei. «Non lo conosco, per quanto somigli al nostro anglìsc. Neanch’io capisco tutto ciò che dici, eh!»

«Va bene, ok…» lascio perdere io, che non puntavo a sapere ciò. «Però ti ho sentita dire mayea d’aria… cosa dovrebbe significare?»

«Una mayea che agisce sull’aria» risponde ella.

«Fantastico… e che intendi con mayea?»

«Ovviamente la tecnica per leggere e usare i simboli insiti nell’universo».

«…»

«Certo che sei parecchio estraniato dal mondo! Mmmh… non so… come altro te lo spiego? Diciamo che è un modo per manipolare le cose senza mani e macchine?»

«Ok» faccio, ora decisamente allarmato. «Non esiste nulla del genere, mi sembra. Ci dev’essere un trucco, o…»

Prima che io finisca la frase, la giovane pone la mano avanti e con una nuova esclamazione spinge il braccio verso di me. Vedo una luce, e poi una forte raffica di vento mi investe, smuovendomi capelli e vestiti. Rimango di sasso.

«Non c’è trucco, non c’è inganno» dichiara lei, sorridendo. «Se credevi che non fossi capace di usarla, ti sbagliavi!»

Apro la bocca per replicare. La richiudo. Sulla mia retina è ancora stampata una macchia creata dalla visione della luce emessa da Dawn. Chissà perché, la forma della chiazza mi ricorda molto una lettera dell’alfabeto greco.

Mentre la fisso come un pesce lesso, la ragazza mi fa cenno di avvicinarmi.

«Dai!» dice. «Vieni un po’!»

Perplesso, mi riscuoto e varco un’apertura nel cerchio di siepi. Ma quando mi appresso a Dawn, all’improvviso la giovane getta con forza il bastone verso di me. Il legno sfreccia giusto a fianco alla mia testa, superandomi. Quindi, va a conficcarsi come un giavellotto nei cespugli alle mie spalle.

«Ah!» esclamo, reagendo in ritardo a quel gesto pericoloso. «Che fai?! Potevi farmi male!»

«Ho buona mira» replica lei, indifferente alla mia contrarietà. «Avanti, non frignare: visto che ti divertivi a guardarmi, devi avere un minimo d’interesse per il combattimento».

«Eh?» faccio, preso in contropiede dal brusco cambio d’argomento. «Combattimento? Quello?»

Dawn s’acciglia.

«Che c’è, non ti sembrava combattimento?» chiede. «Sei uno di quelli che si credono forti a scapito delle donne?»

«No, aspetta… non intendevo dire niente del genere!» puntualizzo, mettendo avanti le mani. «Ero semplicemente di passaggio».

«Ah, no?» domanda lei. «Bene… perché altrimenti ti avrei subito sfidato. Dunque non ti interessi di combattimento. Che sai fare, allora? Pilotare?»

Inutile cercare di risponderle seriamente… non riuscirei a spiegarglielo. Ma visto che sembra avere un debole per il combattimento, capirà almeno questo.

«Ho fatto un po’ di taekwondo» borbotto.

«Che?»

«Arti marziali. Lotta corpo a corpo».

«Fai vedere!» dice la giovane, incuriosita.

«… come?»

«Attaccami con quest’arte!»

«Ma io non voglio!»

«E perché? Avanti, vai tranquillo!» m’incoraggia lei. «Se mi stai trattando con gentilezza pensandomi debole, sappi che mi offendi. O hai paura?»

«Aaaah…» prorompo, abbozzando senza troppo entusiasmo la posa da combattimento del taekwondo. «Ma insomma, che diavolo vuoi vedere?»

Meglio accontentarla penso intanto. Così perde interesse… o mi sto solo mettendo in ridicolo?

Faccio per tirarle un debole calcio semicircolare. Allora, quando il mio piede muove verso di lei, la giovane scatta all’improvviso: para il colpo e mena un rapido calcio frontale nel mio addome. Colto di sorpresa, non riesco a difendermi. Una scarica di dolore giunge dall’ustione quando vengo centrato. Subito mi piego in due con un gemito.

«Ehi!» esclama Dawn. «Non era forte!»

«Mi hai colpito la bruciatura…» mi peno io.

«Bruciatura?»

◊◊◊

Poco dopo, il padre della giovane sta fasciando il mio busto. Sono seduto su una cassapanca nell’ingresso dell’abitazione, il viso contratto per il fastidio dato dalle bende. E meno male che l’uomo mi ha prima applicato sull’ustione una crema lenitiva!

«Non avevo guardato sotto i vestiti» asserisce il padrone di casa. «Credevo che quella sul polso fosse l’unica scottatura».

Dawn è in piedi lì accanto, un po’ preoccupata, forse perché si sente colpevole.

«Avresti potuto dirci prima di quella ferita!» osserva, le braccia conserte.

Gemo mentre l’uomo finisce di stringere e assicurare le bende. Poi mi richiudo la camicia a coprire il busto fasciato. Ora che ho smesso di fare movimento, inizio a sentire un po’ di freddo; dopo dovrò passare dalla stanza dove ho dormito per riprendere la giacca.

«Bah!» sbuffa il padre della ragazza. «Dawn, pure tu, la gente non s’aspetta che sei una belva scatenata!»

«Non esagerare!» fa lei, ridacchiando.

A vederla pare averlo preso come un complimento.

Certo che picchia duro penso. Eppure, sembrerebbe una ragazza dolce.

La porta dell’ingresso è aperta, a permettere di vedere il terreno erboso fuori. Senza preavviso, qualcuno appare sulla soglia proiettando la propria ombra sul pavimento. Tutti gli astanti si accorgono immediatamente di quell’arrivo.

«Oh!» fa il padre di Dawn, voltandosi.

«Antony!» esclama la ragazza. «Ciao, Samuel! Ci sei anche tu!»

I nuovi arrivati sono due giovani, entrambi avvolti da mantelle marroni che scendono fino al bordo degli stivali. Dawn muove verso di loro, e lo stesso fa il genitore, pur se con più lentezza. I due sorridono a padre e figlia, intanto che la ragazza li abbraccia a turno. Poi lanciano delle occhiate al sottoscritto, rimasto seduto sulla cassapanca.

«Chi è?» sussurra il più alto e il più vicino a me.

I capelli di costui hanno un colore che ricorda quelli di Dawn, solo che sono ancor più tendenti al castano. Gli occhi, invece, sono identici a quelli della ragazza. Due ciuffi ribelli gli calano ai lati della fronte, accentuando in qualche modo il suo sguardo accigliato.

«Un ragazzo caduto sul frammento» risponde il padre di Dawn, mentre io mi alzo e muovo un passo incerto verso il gruppo. «Era ferito, e lo abbiamo curato».

«E di dov’è?»

«Non lo so. Non ce l’ha ancora detto».

«Cosa!?»

All’improvviso arrabbiato, il giovane si rivolge a me.

«Chi sei?» esclama. «Da dove vieni? Rispondi, altrimenti…»

«Eh?» faccio, sorpreso. «Io, ecco, non so dir…»

A quelle parole, il giovane scatta verso di me. Prima che chiunque possa fare nulla, il suo pugno colpisce la mia guancia, facendomi ruotare la testa per la forza dell’impatto. Stupefatto, cado all’indietro e vado a finire sul pavimento.

«Antony!» esclama l’altro nuovo arrivato.

«Papà, insomma!» sbotta l’aggressore, i pugni ancora stretti. «Ma non è palese? È così sospetto che dovevi pensare subito che fosse una spia della Repubblica!»

«Antony, non farlo più» lo ammonisce il padre, adirato. «Ti lasci trasportare troppo dalla diffidenza! Che motivo c’era per colpirlo?»

Mi rialzo asciugandomi il sangue uscitomi da un angolo della bocca. Il mio sguardo truce non si allontana da chi mi ha picchiato. Antony deve sentirsi sfidato, dato che alza il pugno e dice:

«Non azzardarti a guardarmi così!»

Eccone un altro mi ritrovo a pensare. L’ennesimo prepotente che cerca soverchiare il prossimo con un atteggiamento aggressivo!

Alla mente mi tornano le parole di Nate… e i dubbi che per lungo tempo ho covato in me. Allora, una furia improvvisa mi ribolle dentro. Una alimentata da un forte desiderio di ribellione.

E prima che io intervenga – come di solito mi riesce bene – a frenare questa ondata emotiva…

«Ma chi ti credi di essere?» ribatto. «Nemmeno mi hai fatto parlare!»

Un istante dopo, riesco a inibire l’ira. Ormai, però, l’ho manifestata. Da un momento all’altro, mi aspetto una controreazione di Antony…

… eppure, sorprendentemente, costui mi ignora del tutto, e piuttosto si rivolge al padre.

«Tu, invece, hai troppa fiducia» asserisce, additandomi. «Non avrai preso, per caso…? Facendoti vedere…»

«Non ha visto niente» sussurra il genitore. «Smettila di agitarti. Dormiva quando l’ho riportata in casa dal nascondiglio».

Nel sentir ciò, Antony sbuffa e si calma un po’. Tuttavia, torna a guardarmi con sospetto.

«Tu dovrai dirci molte cose» afferma.

«Antony, non aggredirlo così…» interviene Dawn.

«Ha ragione» concorda l’altro giovane, Samuel, tentando un sorriso conciliatorio. «Con calma potrà spiegarci da dove viene, rassicurandoci sulle sue intenzioni!»

Antony sbuffa di nuovo, poco convinto.

Aspetta… è finita? penso. No, non credo proprio. Ma per ora sembra che non mi attaccherà.

Il cuore mi batte piuttosto forte, dopo che mi sono opposto alla veemenza del giovane. Non direi che l’esperienza mi sia piaciuta. Però… da qualche parte dentro di me, sento di aver fatto la cosa giusta. Non sarà stata molto lungimirante, ma considerata la situazione anomala in cui mi trovo, forse è troppo aspettarsi di più da me stesso.

Ma questa era una situazione estrema. Nella maggior parte dei casi, uno scontro verbale in cui si cerca di vincere opponendo aggressività all’aggressività sarà più dannoso che altro.

Samuel sospira e scuote la testa. I suoi capelli castano chiaro creano riflessi alla luce del sole. A giudicare da alcune somiglianze, pure lui è della famiglia. A differenza di Antony, però, il viso paffuto e l’aria tranquilla lo fanno apparire come una persona gentile.

«Dai» fa il padrone di casa, provando anch’egli a sorridere. «Andiamo di là. Ethan, scusalo, lui è un po’…»

Prima che l’uomo finisca la frase, un improvviso boato invade l’aria. Il terreno trema e i soprammobili picchiettano sui ripiani, intanto che i vetri alle finestre producono un forte rumore vibrante.

«Quelli erano…» inizia Antony, girandosi verso la porta.

«Colpi di corazzata!» completa Samuel.

«La Repubblica?» esclama Dawn.

«Maledizione!» urla Antony, indicandomi. «L’avevo detto: lui li ha condotti qui!»

«Non è vero!» nego, mentre nuovi rumori di esplosioni giungono dall’esterno. «Io non so nemmeno di chi parlate!»

«Non è il momento» interviene Samuel, serio in volto come tutti. «Dobbiamo andarcene. Papà, dov’è…?»

«Venite, ve la do» risponde il genitore, muovendo lungo il corridoio.

«Samuel, rimani a controllarlo» ordina Antony, riferendosi a me. «Lui viene con noi».

Antony e il padre scompaiono. Dawn si allontana a sua volta, ma riappare quasi subito con uno zainetto sulla schiena e in mano il bastone con cui prima si esercitava.

«Io ci sono» comunica.

Questi non sembrano solo i problemi di una famiglia complicata valuto. Perché tutti loro sono una famiglia, no? O c’è dell’altro?

In un minuto, anche i due uomini tornano. Antony porta sottobraccio una cassa di lucido metallo, simile a una valigia senza manico.

«Andiamo» dice il padre.

«Niente scherzi» Antony mi ammonisce, prendendo qualcosa da sotto al mantello.

Osservo stralunato una strana pistola che il giovane mi punta contro. Ha un aspetto diverso dalle armi viste nei film, ma non per questo meno minaccioso. Obbediente, mi metto di fronte ad Antony. Insieme, tutti usciamo dalla casa.

«Oh!» faccio, stupefatto.

Davanti a me non ci sono alberi, per cui riesco ad osservare il territorio senza problemi. Alla destra, invece, crescono i boschi che ieri ho attraversato mentre fuggivo. E proprio al di sopra di questi, più o meno dove dovrebbe esserci il bordo del frammento, è visibile una grande sagoma.

Non posso credere a quello che vedo…

È un colosso di metallo che levita nell’aria: pare un vascello volante, vagamente simile alle moderne navi da guerra. Il velivolo rivolge il fianco al frammento, esponendo un enorme motore come quelli degli aerei di linea. Diversi cannoni spuntano lungo il lato: da essi partono bordate di colpi che esplodono in un punto lontano, non visibile a causa degli alberi.

Thanks For Reading! Thomas: Immagino che questa non fosse proprio l’idea che aveva Ethan di “viaggio in un altro mondo”! Elena (illustratrice): Ti riferisci alle botte che ha preso, alla corazzata… o a qualcun’altra delle disgrazie che gli hai gentilmente appioppato nel giro di poche ore? Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

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