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Hoddesdon (Inghilterra)
21 ottobre 20XX
1 giorno alla scomparsa di Ethan
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Nel centro ricerche di Hoddesdon, al momento c’è un po’ di confusione: due ricercatori, un uomo e una donna, stanno discutendo animatamente. Nathan Yates, da poco tornato da un’intervista, è uno di questi.
«Come sarebbe che non è ancora stata riparata?» esclama l’uomo da dietro lo schermo del proprio computer.
«Guarda che non è un frigorifero!» risponde la donna, Susan, tanto corrucciata quanto il collega. «Non basta chiamare il tecnico per metterla a posto: ci vuole l’autorizzazione alle spese di riparazione!»
«Quell’antenna serve subito! È fondamentale per la raccolta dati!»
«Rilassati, non si può fare niente».
Gli occhi della donna dardeggiano oltre gli occhiali da ella indossati. Tuttavia, il suo tono si fa più contenuto mentre suggerisce:
«Forse dovresti fare una pausa».
Nathan si stropiccia le palpebre. È chiuso a lavorare nel proprio studio da diverso tempo. Tenere lo sguardo perennemente incollato allo schermo lo ha di sicuro stancato, e il suo umore ne risente.
«Hai ragione…» ammette, più tranquillo.
«Dai, prendiamoci un tè» lo invita lei, mettendo via un tablet PC che fino a questo momento ha tenuto fra le braccia.
«D’accordo».
Alcuni minuti dopo, i due ricercatori camminano lungo un corridoio, dei bicchieri pieni di tè fumante stretti fra le mani. Non è certo come gli infusi fatti in casa, ma visti i ritmi di lavoro cui si sottopongono, quel surrogato uscito dai distributori automatici è l’unica scelta.
La loro è una vita piuttosto sregolata.

«Meno male che mi sono tolto davanti quella scocciatura» dichiara Nathan.
«Intendi l’intervista?» chiede la donna. «È andata bene, no?»
«È stata discreta… ma è come se non avessi detto nulla. È durata poco per rientrare nei tempi del telegiornale, e ho dovuto esprimermi parecchio semplicisticamente. Con gli spettatori del Tg come target, non si può parlare complicato».
Il direttore del centro ricerche rimane qualche secondo in silenzio, lo sguardo assorto a contemplare il contenuto del bicchiere. Susan riconosce quel non infrequente atteggiamento, e aspetta che sia lui a farsi sentire di nuovo.
Non deve attendere molto.
«Sue…» dice, infatti, Nathan. «Dubito che la materia oscura c’entri qualcosa».
La donna non è sorpresa dal repentino cambio d’argomento.
«Ma almeno è un’ipotesi plausibile» osserva con tono ragionevole. «Non abbiamo trovato nulla, in quelle zone dello spazio, che possa generare campi gravitazionali compatibili con le distorsioni».
«Magari la gravità non è implicata…»
«Nathan… credo sia palese, ormai» afferma Susan. «Simili distorsioni della luce sono causate da pieghe dello spazio-tempo. E noi sappiamo che a provocare quel tipo d’increspature è solo la gravità. Quelle che abbiamo individuato sono microlenti gravitazionali in piena regola».
L’uomo ne è consapevole, naturalmente. Eppure, come spiegare un tale fenomeno? Le uniche opzioni sono un’invisibile sostanza come la materia oscura… o dei buchi neri impossibili da vedere. Ma nessuna delle due opzioni lo convince sul serio.
«Il problema è… se la fonte è qualcosa di statico come la materia» borbotta il ricercatore, «perché le distorsioni stanno crescendo d’intensità?»
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Stesso luogo
23 ottobre 20XX
2° giorno dalla scomparsa di Ethan
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«Interessante».
Susan osserva il monitor indicato da Nathan. Curve di vari colori s’intrecciano armoniche su un grafico, creando disegni che la maggior parte delle persone riterrebbe senza senso.
«Stando a questi dati, i telescopi spaziali hanno rilevato le medesime anomalie» dice il direttore. «In sostanza, erano presenti non solo al di sotto della linea di Kármán, ma anche nello spazio circostante… e forse oltre. Il che è compatibile con l’ipotesi del legame fra distorsioni luminose e accumuli elettrostatici».
«Non ho mai visto nulla del genere» dichiara Susan. «Siamo sicuri che non ci siano errori di rilevazione?»
«Avremo modo di confrontare i dati con gli altri centri ricerche, ma per il momento si direbbero veritieri».
Nathan distoglie lo sguardo dal monitor e si volta. Lui e Susan sono nella sala di controllo delle strumentazioni. Seduti a un tavolo dietro di loro ci sono altri due ricercatori, gli unici che hanno resistito fino a quest’ora tarda. Nathan non guarda l’orologio da un po’, ma è abbastanza sicuro che sia passata da parecchio la mezzanotte.
«Ragazzi» dice a gran voce. «Per oggi basta così. Sono quasi due giorni che lavoriamo senza tornare un attimo a casa».
«Direttore, se vuole possiamo continuare» assicura una ricercatrice.
L’aspetto della giovane non ne conferma le parole: appare stanca e tesa, i lisci capelli scompigliati per il numero di volte che vi ha nervosamente passato le dita in mezzo. Lo stesso vale per Peter, l’altro ricercatore.
«Ally, non sei preoccupata?» le sorride Nathan. «Non hai ancora potuto accertarti di come stanno i tuoi, no?»
In effetti, la perdita dei contatti è fra le cose che più hanno indotto la “fuga” degli scienziati. A seguito della tempesta, le telecomunicazioni sono diventate piuttosto capricciose. Internet funziona, ma molti esponenti delle vecchie generazioni non lo utilizzano, e perciò non sono raggiungibili tramite la rete. È anche il caso dei genitori di Ally.
«Direttore, non penso ci siano problemi… era solo un brutto temporale» asserisce la giovane, cercando di nascondere la preoccupazione dietro un sorriso.
Non è affatto così: le notizie apparse sul Web parlano di enormi danni in tutto il paese, provocati perlopiù dai fulmini che hanno imperversato per ore e ore. L’alimentazione esterna del centro ricerche è stata ripristinata, ma diverse regioni dell’Inghilterra sono ancora al buio.
«Ally, non ti preoccupare, vai pure a casa» insiste Nathan. «Noi faremo lo stesso».
Il suo tono è stato fermo, come a sottintendere un ordine. Ally e Peter paiono recepirlo, poiché prendono a mettere ordine fra le carte alle quali lavorano.
«Finalmente ti sei deciso a interrompere» commenta Susan con fare allegro.
«I computer hanno bisogno di tempo per elaborare i dati» replica Nathan, stiracchiandosi. «Inutile rimanere a guardarli mentre lavorano».
«A-ah…»
Susan scuote la testa. Sa che il collega non vuole torturare ulteriormente il gruppo coi suoi ritmi forsennati. Dopo aver sperimentato le brandine del centro ricerche e mangiato solo roba uscita dalle macchinette, necessitano tutti di un pasto caldo e di una dormita in un letto vero.
«Direttore».
Peter si è avvicinato. Ha gli occhi rossi e un’espressione mogia. Entrambe le sue mani stringono un foglio.
«Che succede?» chiede Nathan, prima di sogghignare. «Come si stava sotto la mia scrivania?»
A tempesta iniziata, una volta riportato il direttore indietro dal terrazzo, Peter è stato fra i primi a ripararsi nello studio di Nathan. A un certo punto il panico ha avuto la meglio su di lui, spingendolo a trovare un rifugio di fortuna. Del resto, col putiferio che si sentiva venire da fuori, sembrava che persino il centro ricerche potesse crollare o essere colpito da un fulmine.
«Direttore, la prego di dimenticare ciò che è successo» mormora Peter, imbarazzato dal riferimento a quando si è nascosto sotto la scrivania.
A Nathan non sfugge la brevissima occhiata che il ricercatore lancia ad Ally, ancora impegnata alle sue spalle.
«Mmh… penso che potrò anche farlo, visto che stai lavorando con tanta passione» acconsente il direttore, fingendo di meditare sulla cosa prima di rispondere. «Allora, che devi dirmi?»
«Si tratta di questo» afferma Peter, porgendo il foglio. «Ha presente quel… fulmine?»
«Di fulmini ce ne sono stati molti… ma immagino tu ti riferisca a quello che ha colpito il ragazzo con la bici».
«Sì, esatto. I rilevatori lo hanno registrato, e sono riuscito ad isolarlo dagli altri. Era un fulmine nube-terra positivo discendente, che ha generato una corrente di oltre quattrocentomila ampere».
«Ce n’erano parecchi con potenze simili. Se non sbaglio, uno ha raggiunto gli ottocentomila ampere» commenta Nathan, osservando il foglio passatogli da Peter.
Il documento contiene una serie di dati organizzati in grafici e tabelle. Però non tutte le informazioni riportate riguardano la folgore.
«La questione è un’altra, direttore» dice Peter. «Nel punto colpito dal fulmine, gli strumenti hanno rilevato difformità nelle emissioni energetiche: infrarossi, onde radio, persino le onde sismiche… tutti sono risultati attenuati rispetto a quanto previsto dai modelli. Per giunta, dai sensori ottici e spettrometrici piazzati dal dipartimento per un progetto di ricerca, ho ottenuto alcuni dati che… come dirlo… mi hanno ricordato le distorsioni luminose. Non sono proprio lo stesso tipo che stiamo studiando, ma credo si siano verificate in modo consistente in quell’area».
Nathan non risponde. I suoi occhi corrono lungo il foglio, quasi in preda alla furia. Un cipiglio gli si è formato sul volto, sempre più stranito man mano che il ricercatore prosegue nella lettura.
«Questi dati devono essere sbagliati» sentenzia alla fine.
«Direttore… perché?»
«Cifre simili presuppongono una violazione della legge di conservazione dell’energia. Che fine dovrebbero aver fatto questi quattrocento kiloampere?»
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??? (Maltia)
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2° giorno di Ethan a Tersain
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Le nuvole e i frammenti scorrono oltre le finestre dell’aereo, rilucenti alla luce del sole. Stormi di uccelli si spostano da un’isola all’altra, destreggiandosi in complesse manovre quando sorvolano le rocce fluttuanti.
In una situazione diversa, troverei questa vista rilassante. Tuttavia, proprio non riesco ad acquietarmi… non coi miei arti che galleggiano nell’aria come se fossi sospeso sott’acqua.
È successo mentre il nostro velivolo distanziava il frammento dove viveva Dawn. All’improvviso mi sono sentito sempre più leggero, finché il peso non ha del tutto lasciato il mio corpo. All’inizio ho pensato che stessi precipitando, o quanto meno calando di quota, ma non era così: in verità, nell’abitacolo era sparita ogni traccia di gravità.
Sebbene l’imbracatura mi abbia tenuto al mio posto, ciò non ha tolto drammaticità all’evento. La mia reazione non è stata delle migliori, provocando allarme nei miei compagni di viaggio, convinti che le mie esclamazioni stupefatte dipendessero dall’avvistamento di altri aerei nemici. In realtà nessuno ci ha inseguiti, e alla fine sono riuscito a spiegare cosa mi sconcertasse tanto.
Forse mi conveniva stare zitto.
Inutile dire quanto fossero perplessi i tre fratelli di fronte alla mia sorpresa. Samuel ha osservato che lontano dalle isole è normale galleggiare, senza però che io rimanessi molto convinto. Allora Antony è intervenuto all’improvviso intimandomi il silenzio. La minaccia della pistola è stata sufficiente a zittirmi.
Diamine… non posso parlare… non posso fare domande… saranno ore che voliamo, e nemmeno posso sapere dove stiamo andando.
Sull’altro fianco del mezzo, Dawn tiene lo sguardo costantemente rivolto al paesaggio. Non l’ho vista piangere, ma posso percepire una profonda tristezza nella ragazza. Anche Samuel ed Antony devono essere giù di morale: non parlano quasi, limitandosi a manovrare l’aereo attraverso questo mondo frammentato.
Nessuna traccia di terraferma. Sembra davvero che qui non esista un globo vero e proprio. Cosa può rendere possibile l’esistenza di un mondo simile?
Mentre per l’ennesima volta rigiro quest’interrogativo nella mia mente, Samuel dice:
«Eccola».
Gli altri passeggeri rivolgono lo sguardo verso la finestra anteriore. Oltre le nuvole di fronte a noi sta emergendo una vasta figura. Socchiudo gli occhi, cercando di capire cosa sia. È di metallo, su questo non ci sono dubbi. Ma è davvero gigantesca… troppo per una nave normale, e ancor più per una in grado di volare. Eppure…
Non ci credo… è davvero una nave!

Il vascello pare in realtà l’unione di due bastimenti dello stesso modello, saldati insieme in modo da costituire un unico scafo. Dev’essere largo un centinaio di metri e lungo almeno tre volte tanto. L’aspetto è quello di due corazzate in stile Seconda guerra mondiale affiancate, con l’aggiunta di giganteschi motori ai lati e sotto lo scafo. Vari tipi di cannoni spuntano su tutta la superficie del velivolo, compresa la chiglia.
La resistenza ai colpi e la potenza di fuoco di un tale colosso devono essere sorprendenti.
Come diavolo fa a volare? Ah, giusto… non c’è gravità. Dovevo pensarci prima.
«Quella è la Epos?» chiede Dawn.
«Sì» risponde il pilota. «La più grande nave…»
«Samuel» lo interrompe Antony.
Ce l’ha con me… non vuole che venga a sapere nulla.
Con un sospiro, comincio a guardare i cieli circostanti il vascello chiamato Epos. Solo allora noto che numerosi velivoli più piccoli galleggiano nei dintorni. Variano moltissimo fra loro, sia per forma che per dimensioni, tanto che è difficile individuarne due uguali. Alcuni si muovono per propulsione, altri utilizzando eliche o addirittura complessi sistemi di vele, altri ancora combinano tali tecnologie. Certi somigliano ad aerei più o meno moderni, mentre parecchi ricordano delle imbarcazioni, o persino mezzi spaziali usciti da un qualche film futuristico.
L’ingegneria di questo mondo… non la capisco.
Samuel traffica coi comandi, e una sorta di razzo parte dall’aereo sul quale viaggiamo. Con un rumore acuto il proiettile si allontana di un centinaio di metri, prima di esplodere in un fuoco d’artificio dalle tinte verdi e rosse.
«Non avere le luci rende tutto più complicato, eh?» commenta il pilota rivolgendosi ad Antony, senza ricevere risposta.
Luci… forse parla di un metodo di comunicazione. In effetti, non ho visto degli strani bagliori provenire dalla corazzata, quando ci trovavamo sul frammento abitato da Dawn? Magari si tratta della stessa cosa.
Non che sia una faccenda della quale dovrei preoccuparmi adesso.
Come in reazione al segnale “pirotecnico”, uno dei velivoli che fluttuano intorno alla Epos si dirige ora verso di noi. Ci raggiunge in breve, e con un paio di manovre si affianca all’aereo. Samuel rallenta, e così fa l’altro mezzo, uniformando la propria velocità in modo da accompagnarci.
Con quella scorta proseguiamo in direzione del grande vascello, portandoci al di sotto di esso.
Ma che diamine…?!
La gravità si è improvvisamente ripresentata, ed io torno ad essere schiacciato contro il sedile. Mi sento un po’ strano dopo tutto questo tempo passato senza avvertire alcun peso. Controllo la mia imbracatura, quasi timoroso della ritrovata attrazione verso il basso.
Perché la gravità è tornata proprio adesso?
Da qui è possibile vedere una sorta di cavità sulla parte inferiore della Epos, creata alla congiunzione fra gli scafi costituenti il vascello. Sulle pareti della rientranza vi sono due lunghi varchi. I velivoli più piccoli entrano ed escono da tali aperture, muovendosi circospetti nel poco spazio di manovra disponibile.
Sfruttando la capacità di volo verticale del nostro mezzo, Samuel pilota in modo da porsi davanti ad una delle fenditure. Allora, lasciandosi alle spalle l’aeromobile che ci scorta, avanza adagio all’interno dell’adito. È così che ci ritroviamo in un gigantesco hangar: siamo nella pancia della Epos.
L’aereo rallenta ancora, per andare a fermarsi a mezz’aria. Dopodiché, fra sibili e sbuffi di vapore, scende fino a toccare il pavimento. Rumori cigolanti giungono dalle giunture del velivolo mentre tutto il peso di questo si appoggia sui sostegni sottostanti.
Un improvviso quanto ingannevole sollievo s’impadronisce di me al mio sentirmi di nuovo a “terra”, pur sapendo io che in realtà la Epos stessa è sospesa nel vuoto.
Samuel spegne i motori, e i tre fratelli si levano le imbracature. Durante il viaggio vi ho dedicato abbastanza attenzione da capire grossomodo com’è allacciata la mia, per cui con qualche difficoltà posso liberarmene a mia volta.
«Ora fa’ silenzio ed evita movimenti inutili» dice Antony, tornando a tirar fuori la pistola. «Se fai scherzi, non ci penso due volte a piantarti un proiettile nelle gambe».
Che frasi stereotipate… ma sarà meglio non farglielo notare.
Scendiamo dall’aereo. Nell’hangar c’è un gran trambusto dato dai continui movimenti di uomini e mezzi. L’ambiente è illuminato da lunghi tubi luminosi vagamente simili alle lampade al neon. Tantissime persone si aggirano per la vasta sala, tutte affaccendate intorno a velivoli e macchinari.
Non so… mi sento come se fossi finito in uno dei miei libri di fantascienza penso per un folle momento.
Un gruppo di cinque individui si è avvicinato all’aereo. Alcuni portano mantelli come quelli di Samuel ed Antony, mentre altri indossano quelle che paiono tute da meccanico. Quasi subito, noto le armi appese al fianco di ciascuno di loro.
«Vice brigadiere Sanders. Primo aviere scelto Sanders» dice un uomo nerboruto con la tuta, piazzandosi davanti ai due fratelli. «Vedo che siete riusciti a tornare».
«Brigadiere Norshman» replica Antony con un rigido cenno del capo. «Abbiamo bisogno di parlare col capitano. È una questione di classe gamma».
«Sono informato» annuisce l’altro, la mascella squadrata contratta in un’espressione dura. «Serve assistenza?»
«Il metaforeas necessita di rifornimento e del reintegro di alcune cariche. E poi…»
Antony fa un gesto per indicarmi.
«Qui abbiamo una sospetta spia della Repubblica. Vi prego di chiuderla in cella finché il capitano non deciderà al riguardo».
«Sentito?» dice il brigadiere Norshman, rivolto a un paio di omoni.
La coppia si affianca subito a me, che osservo preoccupato gli omaccioni. Uno dei due mi prende per la spalla e comincia a spingermi via, a separarmi dal gruppo.
Mi guardo indietro in cerca d’aiuto, ma nessuno mi presta attenzione se non Dawn. I nostri sguardi si incrociano, e mi pare di scorgere negli occhi della giovane una lieve volontà di intervenire.
Ma poi lei assume un’espressione come di scusa, e volge lo sguardo altrove.
Sta andando sempre peggio.


