Energheia – Capitolo 7: Il capitano e il guardiano

– – – – – – – – – –

Hoddesdon (Inghilterra)

21 ottobre 20XX

1 giorno alla scomparsa di Ethan

– – – – – – – – – –

Ribellarmi, eh?

Sono seduto in aula. Di fronte a me, il professore sta iniziando la lezione di genetica. Con una bacchetta l’uomo indica le immagini create da un antiquato proiettore: sulla lavagna bianca ci sono due cromosomi con certi segmenti messi in risalto da una diversa colorazione.

«La volta scorsa abbiamo trattato il crossing over, lo scambio di geni fra cromosomi omologhi» riepiloga il docente. «Ci sono domande al riguardo?»

Un ragazzo interviene:

«Professore… un secondo crossing over può riportare un gene al cromosoma di partenza?»

Gli studenti ridacchiano per il bizzarro quesito. Non è neanche il primo: sovente accade che Leopold se ne esca con curiosità insolite.

Ad ogni modo, l’insegnante cerca di rispondergli:

«Le probabilità sono basse. Diciamo pure che è impossibile».

Solo in parte attento, non riesco ad evitare di rimuginare sulle parole che Nate mi ha rivolto poco fa, a proposito dei prepotenti.

Ammettiamolo… non è che io abbia un’indole proprio adatta a una ribellione in grande stile. Perlomeno, non per il tipo di ribellione che di solito uno s’immagina quando si parla di queste cose. Liberarmi delle mie attuali circostanze… è difficile.

Sono piuttosto sereno nel pensarlo. Accetto senza particolare amarezza la condizione che mi attribuisco, come se non potesse andare altrimenti. Ciò non vuol, però, dire che ne sia felice.

Ma è meglio non strafare, Ethan raccomando a me stesso. Non puoi certo cambiare dall’oggi al domani. C’è tanto tempo davanti a te perché le cose prendano una piega diversa.

Mentre il professore entra nel vivo della lezione, infine mi concentro su di lui. Il tempo scorre finché non suona la campana indicante la pausa delle attività. Gli studenti raccolgono i propri appunti frattanto che l’insegnante conclude:

«Va bene, ragazzi, continuiamo dopo l’intervallo».

Sto sistemando i fogli sul mio banco, quando mi sento di nuovo chiamare:

«Ethan!»

Riconosciuta la voce, mi volto all’istante.

«Lizzie…»

Una bella ragazza dagli occhi grandi e con una lunga treccia mi sorride, in piedi vicino a me. Come il resto delle studentesse, porta la gonna e un fiocco blu allacciato al colletto. Fra le dita stringe un fascio di fogli.

«Gli appunti che mi hai prestato» dice, porgendomi i documenti. «Grazie, li ho ricopiati».

«Oh…» faccio, impacciato nell’afferrare i fogli. «Prego».

Senza aggiungere altro, le mani intrecciate dietro la schiena, la ragazza si allontana in direzione della porta. Imbambolato e un po’ rosso in volto, mantengo le pupille fisse su di lei finché una voce alle mie spalle non mi costringe a riprendere contatto con la realtà:

«Hai gli occhi a cuoricino!»

Seccato ma anche imbarazzato, mi volgo a guardare la studentessa che mi ha parlato, una ragazza coi capelli a caschetto e dallo sguardo vivace.

«Non dire assurdità, Maggie!» la rimbecco, l’agitazione a rendere aspro il mio tono.

«Non c’è niente di male!» osserva la giovane, passando da un’espressione maliziosa ad una più confidenziale. «È carina!»

«Appunto».

Lo dichiaro con aria ora noncurante. Non voglio che sia palese quanto, in verità, Lizzie m’interessi.

«Viste le mie probabilità di successo, non ho motivo di pensarci» affermo.

Per un attimo, Maggie non sa replicare. Poi anche lei muove rassegnata verso la porta.

«Come vuoi… ma hai uno strano modo di quantificare le cose».

Ancora una volta, mi trovo a fissare la schiena di una persona che si allontana da me. Dopo diversi istanti di stupore, riesco a pensare solo:

Oggi mi stanno lasciando tutti senza parole.

Lo sguardo mi s’abbassa, dunque, sui fogli che mi ha portato Lizzie. Ma non li sto guardando davvero, perso come sono nei miei pensieri… e nelle mie emozioni. In me, va aleggiando un curioso senso di felicità. Penso che, forse, le sono stato utile; che magari mi sono fatto in qualche modo notare da lei; che magari…

Scuoto la testa, a cancellare speranze che so essere troppo grandi per considerarle realistiche. Illudermi mi farà solo stare male.

Piuttosto, dovrei studiare anch’io questa roba rifletto, ora scrutando sul serio i miei appunti. Certo che… insegnarci come produrre vari tipi di polvere da sparo… il professore che aveva per la testa, quando ha organizzato quella lezione?

– – – – – – – – – –

Epos (Maltia)

?? ?? ????

2° giorno di Ethan a Tersain

– – – – – – – – – –

Scortato dai due omaccioni, non ci vuole molto perché Ethan venga fatto allontanare da Dawn e fratelli. Nel vederlo sparire oltre una porta dell’hangar, finalmente Antony mette via la pistola. Intanto, il brigadiere Norshman rivolge un’occhiata interrogativa alla ragazza. Più che sospetto, i suoi occhi celesti esprimono perplessità.

«È nostra sorella, è affidabile» assicura Samuel.

«Mi pareva vi somigliasse» commenta il brigadiere. «Quand’è così… ora che sappiamo di esser tutti brava gente, la finiamo con la recita?»

«Ma sì, Gavin» sorride il giovane. «Però davvero, non vedo come aiutino queste messinscene».

«Li sai i motivi».

«Ma… come?» fa Dawn, sorpresa dal repentino cambio d’atmosfera. «Mi era parso di capire… non è un vostro superiore?»

«Sì, lo è… ma la messinscena sta nella formalità che ostentiamo di fronte agli estranei» spiega Samuel, un sorrisino esasperato a rivelare quanto poco gli vada a genio ciò di cui sta parlando. «È opinione comune che si crei la sensazione di una forte gerarchizzazione nella Resistenza. Dovrebbe intimidire la Repubblica, diciamo. Ma in realtà non so se funziona davvero. Sta di fatto che il rispetto fra superiori e subordinati è molto meno rigido di quel che facciamo intendere».

«Se hai finito la spiegazione, posso accompagnarvi? Ho da fare, eh!» dice Norshman, facendo cenno col capo di andar via.

«Va bene, va bene» acconsente Samuel.

Il brigadiere si passa una mano fra i cortissimi capelli grigi, dopodiché abbatte sonoramente il braccio sul fianco e si mette in marcia. In tal modo, conduce i tre fratelli fuori dall’hangar e lungo i corridoi della nave.

Nonostante la recente cattura del padre, Dawn non può evitare di farsi affascinare dall’ambiente: non si è mai trovata in un’aeronave così grande. I corridoi paiono infiniti, e formano labirinti sui quali si affacciano tantissime porte a tenuta stagna.

I quattro imboccano alcune rampe di scale e salgono di diversi livelli. Ci vuole un po’, ma alla fine giungono nella zona più alta della Epos.

«Il velivus?» domanda Norshman all’improvviso.

«Andato» risponde Samuel.

«Sapevo che era scampato alla battaglia…»

«Ti spiegheremo dopo».

Arrivano davanti a una porta, alla quale il brigadiere bussa.

«Sì?» chiede qualcuno oltre l’uscio.

«Capitano, sono qui».

«Prego, è aperto».

Gavin spalanca la porta, introducendo i tre in una stanza. Contrariamente ai corridoi che hanno attraversato finora, tale locale può vantare degli arredi gradevoli allo sguardo. Nulla di che, è comunque una stanza abbastanza spoglia, ma a quanto pare il capitano ha deciso di concedersi qualche piccolo lusso.

Norshman non entra. Piuttosto, chiude l’uscio lasciando i fratelli all’interno. Lì, dietro una scrivania di legno, sta un uomo in divisa nera. Costui si fa incontro ai visitatori, un sorriso cordiale sul volto.

«Ben fatto!» li accoglie, con un lieve scintillio negli occhi blu. «Sono contento di sapere che ce l’avete fatta!»

«Capitano Young… purtroppo non è andato tutto liscio» afferma Antony, facendo un passo avanti. «Poco dopo l’arrivo sul frammento di nostro padre, una corazzata repubblicana è giunta sul posto e ci ha attaccati. Il carico è stato recuperato, tuttavia… nostro padre, ora, è probabilmente prigioniero».

◊◊◊

«Capisco».

Così esordisce il capitano, una volta che Antony e Samuel terminano di raccontare nei dettagli cos’è avvenuto. Un resoconto che ha richiesto non poco, e che l’uomo ha seguito chiuso nel silenzio.

«Io… sono davvero dispiaciuto».

Le sue parole, composte al punto da risultare quasi fredde, non rendono giustizia a un guizzo di tristezza che si manifesta, fugace, nel suo sguardo.

«Cyrus conosceva i rischi, come me» aggiunge, «ma dopo il successo nel nascondere il carico, non pensavo ci sarebbero stati problemi nel recupero».

Il capitano volge lo sguardo verso Dawn.

«E naturalmente mi rammarico pure che tu sia rimasta coinvolta».

«No» dice lei, scuotendo la testa. «A me è andata bene».

«Cercheremo di capire che ne è stato di Cyrus» assicura il capitano, la sua espressione sempre più seria. «Anche se c’è altro che m’impensierisce… come la Repubblica abbia scoperto che si trovava lì, ad esempio. Parlavate di una spia?»

«Antony crede che lo sia, ma non possiamo ancora dirlo» interviene Samuel.

«È fin troppo sospetto» dichiara il fratello.

«Come si chiama?» chiede il capitano.

I due giovani si guardano. Evidentemente non ricordano il nome.

«Ethan» interloquisce Dawn. «Il cognome mi sfugge, però».

«È rinchiuso, giusto?» considera l’uomo. «Avremo modo d’indagare».

«Capitano» fa la ragazza. «Riguardo a mio padre… cosa farete?»

«Non nasconderò che la situazione è… complessa» afferma lui. «Servirà tempo per capire come possiamo agire».

«Vi prego, comunque, di tener conto di me» richiede ella. «Voglio partecipare alle ricerche».

«Dawn» s’intromette Antony. «Lascia queste cose a chi è più esperto…»

«Ed io dovrei rimanere a far nulla?» replica la ragazza. «Non puoi definirmi una sprovveduta. Io posso, ma soprattutto voglio fare qualcosa».

«È prematuro parlarne» dichiara il capitano, senza sbilanciarsi. «Riprenderemo in mano la questione quando avremo basi più solide da cui partire».

Dawn si morde un labbro, ma annuisce lievemente. I due fratelli incrociano gli sguardi, Antony corrucciato, Samuel preoccupato.

«Ora, comunque…» aggiunge l’uomo, il suo tono che si fa di colpo più rigido. «Il carico… è lì dentro, vero?»

Antony si accorge subito che il capitano sta riferendosi alla valigia: quella datagli dal padre, dalla quale finora non si è mai separato. Annuisce, avvicinando il contenitore in questione alla scrivania. Sul ripiano va ad aprirlo, di modo che l’interno sia visibile solo all’uomo.

Quest’ultimo volge l’attenzione al contenuto, un’espressione indecifrabile in volto. Dopodiché, tende la mano a richiudere la valigia.

«Molto bene» commenta, il tono basso, tanto che solo Antony può sentirlo. «La farò subito avere ai filosofi. Forse potremo presto iniziare le operazioni di recupero».

«Il recupero di… cosa?» domanda il giovane, la voce altrettanto fioca.

Il capitano esita un momento. È come se non fosse sicuro sul se rispondergli o meno. Poi sembra decidersi, ma solo un mormorio ne lascia le labbra:

«… di Energheia».

◊◊◊

Scuro in volto, osservo la piccola cella nella quale sono rinchiuso. Mi trovo da qualche parte nelle zone più basse del vascello chiamato Epos. Qui corre un ampio corridoio sul quale si affacciano le stanze dei prigionieri.

Una lieve corrente attraversa il passaggio: è fredda, e in qualche modo non pare saziare a dovere i miei polmoni. In effetti, da quando per la prima volta ho sperimentato l’assenza di gravità, mi sento come se facessi più fatica a procacciarmi l’ossigeno.

Le pareti della cella sono in metallo, e il lato che dà sul corridoio è delimitato da una serie di sbarre. All’interno v’è solo una brandina. Come in gran parte della nave, la luce è fornita da tubi simili ai neon. L’illuminazione bianca che ne risulta è sgradevole, contribuendo a rendere squallida l’atmosfera. Poco aiuta il fatto che, se non altro, il posto sia abbastanza pulito.

Sono seduto sulla brandina, attaccata al muro grazie a delle cerniere e a un paio di catene. Ormai sono qui da un po’ di tempo, e i miei pensieri sono andati facendosi sempre più cupi col passare dei minuti. Alla fine non ce la faccio più.

Così non va. Ora come ora è meglio aspettare per vedere come si evolvono le cose. E nel frattempo…

Ho diverse riflessioni in sospeso. Prima di tutto, quella per capire dove mi trovo.

Devo accertarmi di dove sono finito. Il futuro? Un altro pianeta? No… fin da quando sono a Tersain ho una strana sensazione… come se fossi in un luogo ancor più alieno.

È un’impressione che non se n’è mai andata. Mi ci sto abituando, ma da quel momento in cui ne ho preso coscienza, poco dopo il mio risveglio a casa di Dawn… essa non mi ha abbandonato un attimo. E si fa evidente in questi momenti di quiete, a sussurrarmi che qualcosa non quadra, al di là delle assurdità palesemente visibili al mio sguardo.

Non riesco proprio a capire da cosa derivi una tale intuizione. Però… sento che nessuna delle mie attuali ipotesi su cosa sia questo posto è corretta.

Vanto una discreta fantasia e capacità di trovare spiegazioni logiche ai fenomeni misteriosi. Stavolta, però, mi sto confrontando con una situazione troppo assurda per me.

Mi manca un punto di partenza… una base certa e familiare su cui costruire speculazioni.

«Ehi, tu non parli proprio?»

Tale improvviso intervento mi distoglie dai miei pensieri. A parlare è stato un giovane fuori dalla cella, un tipo finora silenzioso che se ne sta seduto con la schiena appoggiata al muro. Dalla mia posizione, riesco a vederne solo un braccio abbronzato e parte della zazzera corvina. Anche se non mi è stato detto, ho capito che lo sconosciuto funge da guardiano.

«Beh?»

Un volto da ragazzino si affaccia in modo da guardare dentro la cella. Il suo sguardo incrocia il mio: due occhi neri e profondi mi fissano. Deve avere qualche anno meno di me.

«Mi dicono che sei una spia» dichiara il guardiano. «È così?»

Come se risponderti facesse cambiare idea a qualcuno.

Ad ogni buon conto, scuoto la testa.

«Non che mi aspetti che tu dica la verità se sei davvero una spia» commenta il giovane fuori dalla cella. «Ma devo ammettere che non ne hai proprio l’aria».

Grazie tante…

«Come ti chiami? O come fingi di chiamarti?»

«Ethan».

«Finalmente sento la tua voce!» esclama il ragazzino. «Io mi chiamo Jim. Devo tenerti d’occhio».

«L’avevo intuito».

Cala il silenzio. Dopo alcuni secondi, Jim torna a guardare da un’altra parte. Nonostante la bassa temperatura, porta una semplice canottiera, per cui constato distrattamente che ha un fisico asciutto e di sicuro più robusto del mio, malgrado sia da poco nell’età dello sviluppo.

Non a caso è qui a far la guardia ai prigionieri.

Deve passare ancora un po’ di tempo prima che Jim si faccia sentire di nuovo.

«Bah!» sbuffa.

Lo sento rovistare con qualcosa. Incuriosito, mi sporgo un po’ in modo da vedere che combina. Il ragazzino ha in mano una di quelle pistole dallo strano design che ho visto portare dalla gente del luogo. Per qualche motivo, Jim ne sta avvolgendo una parte con un panno; in apparenza segue un criterio, che tuttavia a me sfugge.

Il giovane volge lo sguardo verso di me.

«Mh… che fai?» domando.

«Cerco di evitare che escano troppe polveri quando uso questa» risponde Jim, sollevando la pistola. «Ogni volta che mi esercito mi riempio le mani di cenere, o quello che è».

«Ma… ehm… che polvere da sparo usi?»

Non è certo scontato che sia la sostanza a me nota. Durante i laboratori di chimica, un professore dal dubbio senso della sicurezza ha spiegato alla mia classe la composizione di diverse polveri esplosive; nondimeno, è evidente che le tecnologie di Tersain siano un po’ diverse da quelle “terrestri”.

«La solita, no?» risponde Jim.

«Nitrato di potassio, carbone e zolfo?»

«Eeh… vuoi dire nitron, carbone e zolfo?»

Nitron… a sentirla parrebbe una parola greca. Non posso dire con sicurezza che corrisponda al nitrato di potassio, ma immagino sia così. Ad ogni modo, sembra utilizzino un tipo di polvere da sparo più antico rispetto a quelle in voga sulla Terra.

«Hai provato la polvere infume?» chiedo dunque.

«Che sarebbe?»

«È sempre polvere da sparo, ma quando brucia crea meno sporco. Un modo di produrla è… aspetta, devo ricordare… servono nitrocellulosa, etere ed alcol».

«Amico, non so di che parli» dichiara Jim. «Questi termini li usano i filosofi della natura. Mi prendi in giro?»

«No… ma lasciamo perdere» taglio corto, scuotendo il capo.

Perché mai gli ho detto queste cose? A parlare in modo strano rischio solo di peggiorare la mia situazione.

Una sirena risuona lungo il corridoio per un paio di secondi. A quel suono, Jim mette via la pistola e afferra un tubo che corre lungo la vicina parete. Passa forse un minuto, e poi la sirena si fa sentire ancora.

Di colpo, provo una strana sensazione allo stomaco. Subito dopo, il mio corpo si stacca dalla brandina, privato di ogni peso.

«Ma che diamine…?»

«Che ti prende?» fa Jim. «Ah, già… non conosci il segnale».

«Che segnale?» domando agitato, nell’afferrare una delle catene della brandina per non fluttuare via.

«Quando suona quella sirena, stiamo per spegnere un magnekinítiras. È solo un preavviso: appena la senti, aggrappati a qualcosa prima del secondo suono. Poi…»

La sirena riecheggia di nuovo.

«… al terzo segnale, preparati al ritorno del peso. Al quarto segnale verrà acceso un altro magnekinítiras».

Non sono sicuro di aver capito tutto, ma penso sia meglio raggiungere la brandina.

Usando le catene come appigli, torno a sedermi. Odo per la quarta volta la sirena, e allora la forza di gravità riprende a farsi sentire. Avverto un vuoto nelle viscere, intanto che il mio corpo viene tirato in basso, a tenermi ben saldo sullo pseudo-letto.

Sbuffo scuotendo la testa. Queste non sono assolutamente sensazioni cui sono abituato.

«Cosa… cos’è il magneki… come l’hai chiamato?»

«Il magnekinítiras? Come, cos’è?»

Jim è perplesso, ma dopo un attimo pare comprendere qualcosa, e si batte un pugno sul palmo.

«Capisco… sei straniero, vero? Mi sembrava avessi un accento insolito».

«Diciamo che è così» annuisco. «Quindi, cos’è questo coso?»

«Sarebbe il generatore di magnetismo sull’aeronave» spiega il ragazzino, rimettendosi in testa uno strano copricapo bianco volatogli via mentre non c’era gravità. «Quello che ci permette di camminare come se fossimo su un frammento».

«Sai una cosa, Jim? Mi piacerebbe che mi parlassi di un paio di… questioni. Vorrei capire perché allontanandosi dalle isole si comincia a fluttuare».

Thanks For Reading! Thomas: Prova a dire magnekinítiras velocemente per dieci volte di fila! Elena (illustratrice): Ma un nome più semplice proprio non l’hai trovato? Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

Lasciami una reazione!

Sarei felicissimo di sapere cosa ne pensi del capitolo!

Loading spinner

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Torna in alto
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x