Energheia – Capitolo 8: Interrogatorio

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Epos (Maltia)

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2° giorno di Ethan a Tersain

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Sono venuti a prendermi in due. Non sono gli stessi che mi hanno chiuso in cella ore fa, tuttavia si tratta comunque di omoni. Non posso non trovarli un po’ eccessivi per trattare con uno della mia stazza.

«Vieni» mi intimano, intanto che Jim apre la cella.

Abbandono la brandina e mi avvicino. Uno dei due uomini prende una stoffa e con essa mi benda gli occhi.

Non vogliono che veda gli interni dell’aeronave, eh?

«Dove mi portate?» chiedo.

«Non lo indovini?» replica uno degli omoni.

Ciò detto, vengo afferrato per una spalla e guidato con passo celere chissà dove.

Non sono capace di calcolare la distanza percorsa, ma una cosa è sicura: mi stanno conducendo nelle zone superiori della nave. Sovente capita, infatti, che venga fatto fermare, per poi percepire la sensazione di essere su un ascensore in salita.

Quando la benda mi viene tolta, mi ritrovo in una modesta stanza che subito mi fa pensare a una saletta per gli interrogatori. Non ci sono finestre, e l’unico mobilio sono un tavolo e un paio di sedie. Due porte danno accesso al modesto locale, e un largo specchio copre parte di una parete.

Capisco… e quindi vogliono interrogarmi. Quello sarà il classico specchio finto con dietro qualcuno che mi guarda.

I due che mi hanno scortato abbandonano la stanza. Mi guardo intorno. Alcune lampade tubulari emanano una luce azzurrognola che contribuisce a dare un’atmosfera aliena all’ambiente, dove tutto – dalle pareti ai mobili – è di metallo.

Un momento… non sarà gente che usa la tortura?

L’idea mi balena in mente all’improvviso, creandomi un nuovo senso d’angoscia. In effetti, non posso dare per scontato che qui quel genere di pratiche sia vietato.

Che situazione!

La mia mano corre a strofinare nervosamente il viso, nel punto ancora dolente dove il pugno di Antony mi ha colpito. Anche le scottature al polso e al busto pulsano come a mettermi in guardia. Divento tanto teso che i palmi prendono a sudarmi.

Ci vuole qualche minuto prima che qualcuno si faccia vivo. La seconda porta si apre, e da essa emerge un uomo vestito di nero. È alto, coi capelli castano scuro e baffi e barbetta del medesimo colore. Pare aver superato la quarantina, fatto reso evidente dalle varie rughe che gli spiccano sulla pelle abbronzata.

L’individuo mi guarda con espressione neutra, anche se noto le pupille di costui setacciare rapide la mia intera figura. Istintivamente comprendo che si tratta di una persona dalla forte personalità.

«Siedi» mi dice lo sconosciuto, indicando una sedia.

Obbedisco, mentre il tizio vestito di nero siede al lato opposto del tavolo.

«Sono Martin Young, il capitano di questa nave» si presenta l’uomo. «Tu, invece, chi sei?»

«Ethan… Ethan Knight» esito.

«E che mestiere fai?»

«Sono… uno studente».

«Studente?» ripete il capitano. «Presso quale accademia?»

«Eh… la Stanstead Secondary School di Hoddesdon».

A tale risposta l’uomo batte le palpebre, all’apparenza stupito. Poi scuote la testa.

Figuriamoci se non doveva avere una reazione del genere… cosa posso mai dire a queste persone?

«Bene… terminiamo i convenevoli e passiamo al sodo» decide il capitano. «Come sei finito sul frammento dove hai incontrato Cyrus Sanders?»

«Chi?»

«Parlo dell’uomo che ti ha curato».

«Oh… ecco… io sono caduto lì».

«Caduto da dove?»

«Dal cielo».

Chissà che diavolo pensa di me… sto facendo la figura del cretino. Ma la verità è questa…

«Non fare lo stupido» replica Martin Young. «Ti sei lanciato da un velivolo nascosto nelle nuvole. Sei addestrato a usare la mayea per proteggerti dalle cadute, ma qualcosa è andato storto, e pur limitando i danni ti sei comunque ferito».

Ma che film si è costruito questo qui?!

«No, no, un momento!» esclamo. «Primo, non mi sono lanciato proprio da niente. Secondo, non so usare la magia… mayea… quella. Terzo, le mie ferite non me le sono fatte cadendo. È stato un fulmine».

«Un fulmine?» ripete il capitano. «Come no…»

«È la verità! Stavo andando in città, ma lungo la strada ho incrociato una tempesta, e un fulmine mi ha colpito. Sono svenuto, e quando mi sono ripreso stavo precipitando».

Ma che sto dicendo?

«Che città?» chiede l’uomo.

«Hoddesdon».

«Forse dovresti dirmi dove si trova».

Rimango in silenzio alcuni secondi. Molti pensieri si accavallano nella mia mente, cercando di prevaricare gli uni sugli altri. In mezzo a una tale confusione, finisco per scegliere la cosa più semplice da dire.

Tanto, ho già raccontato così tanti fatti incredibili che posso pure concludere l’opera.

«Hoddesdon è una cittadina nei pressi di Londra, la capitale dell’Inghilterra» dichiaro dunque. «Ormai ho capito che voi non conoscete nessuno di questi luoghi. Probabilmente, qui non esistono più… o non sono mai esistiti. Io provengo dalla Terra, un mondo che non è costituito da frammenti, ma da un unico globo dove le rocce non fluttuano».

Piomba il silenzio. Osservo il capitano con volto corrucciato, come sfidandolo a ribattere, ma anche con una forte ansia data dall’incertezza su come lui reagirà a tali dichiarazioni. Dal canto suo, l’uomo cela ogni emozione dietro una maschera d’impassibilità.

Andiamo, dì qualcosa!

Dopo alcuni secondi, Martin Young comincia a parlare lentamente:

«Non sono sicuro di aver capito bene… stai dicendo di provenire dal passato, quando Tersain avrebbe dovuto essere un tutt’uno?»

«No» scuoto la testa. «Io non credo di venire dal passato. Penso che la Terra, il mio mondo, non sia l’antica Tersain, ma qualcosa di diverso. Ancora, però, non so come i due mondi si relazionino, o come siano ubicati l’uno rispetto all’altro… né come io sia finito qui».

Il capitano si prende una seconda pausa di silenzio. I suoi occhi hanno abbandonato i miei, divenendo vitrei intanto che riflette su chissà cosa.

Meglio di così non potevo spiegarmi… se non si fa andar bene questo, non so come altro dirlo.

Infine, l’uomo sospira.

«Per ora è abbastanza» decreta, alzandosi.

Dopodiché, Martin Young abbandona la stanza, mentre dalla porta alle mie spalle rientrano i due omoni che mi hanno portato qui. Vengo di nuovo bendato e, quindi, condotto via.

◊◊◊

«O è pazzo, o ci prende in giro» sentenzia il capitano.

Si trova nella saletta di fianco a quella degli interrogatori. Da lì è possibile sbirciare nella stanza adiacente attraverso lo specchio semiriflettente. Per tutto il tempo, Dawn, Samuel ed Antony sono rimasti in tale locale a seguire lo svolgimento dell’interrogatorio.

«Ha per caso preso botte in testa?» domanda Martin Young.

«Forse nella caduta» suggerisce Samuel. «Antony gli ha tirato un pugno in faccia… ma non credo fosse in grado di farlo impazzire».

«Per me sta raccontando un sacco di frottole» dichiara il fratello. «Magari proprio con lo scopo di farsi credere pazzo».

«Certo, se così fosse dovremmo considerarla davvero una gran bella recita» osserva Samuel. «Finora si è più volte dimostrato sorpreso per cose assolutamente normali… come l’assenza di magnetismo nello spazio tra le isole. Dawn, che ne dici?»

«Non so» fa lei. «Mentre era con me e papà, è rimasto sconvolto addirittura dal fatto che il mondo sia costituito da frammenti… all’inizio non sapeva neppure cosa fossero».

«Mi aspetto che una spia sia brava a recitare» dice il capitano. «Ma non escludo che sia un semplice folle… o un malcapitato che, rendendosi conto di essere in una situazione spinosa, tenta di fingersi pazzo per tirarsi fuori dai guai».

«Perché avete interrotto l’interrogatorio così presto?» domanda Antony.

«Mi serve tempo per pensare… e voglio darne anche a lui per riflettere… o riprendersi da un’eventuale botta in testa» risponde il capitano. «E poi, intendo usare un tipo diverso d’interrogatorio prima di tornare a quello tradizionale».

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??? (Maltia)

Stesso giorno

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La stanza nella quale Cyrus Sanders è stato condotto sembra inutilmente grande. All’interno delle aeronavi lo spazio non è molto, e pertanto quello a disposizione viene sfruttato al meglio. Lì, invece, pare che un bel po’ di esso sia stato sprecato per creare una lunga sala dal soffitto alto, per forse l’unica ragione di darle un aspetto sontuoso.

Due schiere di soldati creano un corridoio umano lungo il quale Cyrus viene scortato. Non vi sono corde o catene a cingergli polsi e caviglie, né sono necessari: due uomini armati lo affiancano da quando è stato portato a bordo, e lui non potrebbe in alcun modo scappare.

Finisce per fermarsi quasi sul fondo della sala, dove un alto uomo dall’immacolata uniforme bianca sta in piedi ad aspettarlo. Nel vederlo, Cyrus si rabbuia. E dunque, dopo molte ore di attesa, ecco che conosce chi ha gestito l’attacco nel quale è stato preso prigioniero.

«Benvenuto a bordo della corazzata Diamanti» lo accoglie l’uomo in uniforme. «Cyrus Sanders della Resistenza. La vostra fama è sufficiente a farvi riconoscere anche se non vi ho mai visto di persona».

«Ammiraglio Ivor Jericho» replica Cyrus. «Lo stesso dicasi di voi».

L’uomo in uniforme sorride. È più giovane di Cyrus, e probabilmente è ancora nel quarto decennio di vita. Tuttavia, già si notano i primi segni dell’età aleggiargli sotto gli occhi. Questi ultimi, di un verde brillante, spiccano sotto le nere sopracciglia, apparendo in qualche modo celati nell’ombra a causa di due ciuffi di capelli che scendono dalla fronte a costeggiare il volto. La scura capigliatura è folta e lunga quasi fino alle spalle. Un netto contrasto con i candidi abiti che l’individuo indossa.

«Onorato che mi conosciate» commenta Ivor Jericho, con un lieve cenno del capo. «Siete stato saggio ad arrendervi. È davvero spiacevole che gli uomini che vi accompagnavano non siano stati altrettanto mansueti».

Cyrus s’irrigidisce, rivolgendo uno sguardo feroce all’ammiraglio.

«Spero sarete collaborativo» prosegue Ivor. «Verrete presto condotto ad Amathia. Mi aspetto di ricevere notizia di molti vostri contributi alla nostra causa».

Maledetto… non mi dirà che ne è stato di Dawn, Samuel ed Antony.

Tale pensiero attraversa la mente di Cyrus accompagnato da un senso di frustrazione, ma senza alcuna meraviglia. L’uomo conosce molti fatti della Resistenza, e la Repubblica lo sa. Sarebbe stato sciocco sperare che i suoi esponenti non avrebbero usato ogni mezzo per estorcergli informazioni al riguardo. Per come la vede lui, non metterlo a parte del destino dei figli è, forse, fra i loro metodi di persuasione più “umani”.

«Vi faccio condurre ai vostri alloggi» dice Ivor. «Se volete parlare, avrò piacere ad ascoltarvi».

«Come ci avete trovati?» chiede Cyrus. «È stato quel ragazzo?»

«Ragazzo?» ripete Ivor. «Ah, no… nessuna spia, se intendete questo. Abbiamo solo seguito un velivus fuggito dalla battaglia di ieri nell’Arcipelago di Carbone. La persona che lo pilotava ha compiuto un discreto numero di manovre elusive per evitare un’evenienza del genere, ma la sua grande abilità non è bastata».

Sarà vero? Mah… quell’Ethan sembrava un bravo ragazzo, ma se fosse una spia… in tal caso ci penserà Martin.

«Vi auguro buon viaggio» si congeda Ivor, facendo un cenno agli uomini che hanno condotto Cyrus lì.

Questi aspettano che il prigioniero si muova da sé, per poi accompagnarlo fuori dalla sala per rinchiuderlo in qualche cella.

Tanto disturbo solo per dirmi ciò… è vero quel che si dice: Ivor Jericho incarna molto bene lo spirito esibizionista della Repubblica. Peccato che sia anche maledettamente bravo a fare il suo dovere.

Thanks For Reading! Thomas: La Repubblica è proprio un esempio di “tutta forma, poca sostanza”. Elena (illustratrice): Ma no, dai! Quando hanno catturato Cyrus, hanno solo sprecato chissà quante costosissime munizioni giusto per dar spettacolo! Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

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Sarei felicissimo di sapere cosa ne pensi del capitolo!

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