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Hoddesdon (Inghilterra)
21 ottobre 20XX
1 giorno alla scomparsa di Ethan
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Quando la campana della Stanstead Secondary School segnala la fine delle lezioni, una folla di studenti esce ridendo e schiamazzando dall’edificio. Io sono fra loro, solo, mentre mi dirigo al palo dove ho legato la bicicletta. Tolta la catena, monto sul mezzo e m’immetto nel traffico cittadino.
Nel pedalare spedito vicino al bordo della strada, sorpassato da automobili dal clacson facile, finalmente posso pensare ai miei interessi.
Non molto lontano dalla scuola, uno strambo individuo sul marciapiede urla a squarciagola, un cartello appeso al corpo con scritto “La fine è vicina”. La maggior parte della gente pare ignorarlo, ed io stesso nel passargli accanto presto appena attenzione alle sue frasi di matrice religiosa:
«… costruiamoci una città e una torre, la cui sommità tocchi il cielo. Ma il signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini costruivano. E il signore disse: confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro. Il signore li disperse di là su tutta la terra…»
Dopodomani dovrebbe arrivare il libro che ho ordinato penso intanto. Diamine, ma a Maggie che è passato per la testa, a farmi quello spoiler? Che rabbi… nooooo!
Freno di colpo, giusto in tempo per evitare di investire un’anziana che ha deciso di attraversare all’improvviso le strisce pedonali proprio di fronte a me. Le mani serrate sui freni, mi trovo a pochi centimetri dalla donna, la quale solo allora mi nota.
«Oh, ciao, Ethan!» mi fa, guardandomi sorridente attraverso gli spessi occhiali simili a fondi di bottiglia.
«B…buon pomeriggio, signora Lonsdale» saluto, ancora col cuore a mille per la paura dell’impatto scampato.
«È da molto che non ci si vede!» dice l’anziana. «Quanto sei cresciuto! E quanto…»
Dopodiché, come spesso accade alle persone di quell’età, la donna prende a ciarlare senza fermarsi per diverso tempo. La ascolto in silenzio, annoiato ma timoroso d’interromperla. Del resto, costei è una vecchia datrice di lavoro di mia madre, rimasta in amicizia con lei anche in seguito alla pensione. Non voglio apparirle maleducato.
Le cose mi vengono rese difficili dalla tensione rimastami addosso dal quasi-incidente. Sento una forte pulsazione alla tempia, residuo della paura provata poco fa. Accidenti… mi sta venendo mal di testa. Di nuovo.
Già c’è stato quello di ieri. Meno male che mamma dovrebbe aver ricomprato l’antidolorifico.
Grazie al cielo, alla fine l’anziana termina dichiarando:
«… e quanto sei buono, educato e gentile! Lo dicevo, io, che dovevi fare lo scout! Salutami tanto tua mamma!»
«Sì…» rispondo, mentre la donna riprende ad attraversare.
Scout?
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Stanstead St Margarets (Inghilterra)
Stesso giorno
Alcune ore dopo
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Il sole pomeridiano splende nella volta celeste. Un evento raro per la stagione autunnale. Questo bel tempo, tuttavia, non è destinato a durare. Molto presto, banchi di nubi giungono ad oscurare il cielo. Così, quando l’astro si avvia al tramonto, diviene talmente buio che in casa mia si è costretti a passare all’illuminazione artificiale.
Finito di mangiare con la mia famiglia, entro nel salotto, dove ho lasciato lo zaino. Quando premo l’interruttore della luce, però, con un baleno la lampadina esplode.
Ma che diamine… credevo che i LED non facessero questi scherzi!
Corrucciato, osservo i frammenti di vetro sul pavimento. È allora che alle mie spalle appare Jason, il quale con tutta l’autorità dei suoi quattordici anni non manca di dire:
«E adesso cambiala!»
Tenuto d’occhio dal mio fratellino, mi munisco di scaletta e scatola di lampadine nuove. Spostare pesi non fa certo bene alla mia testa, che da prima continua a pulsarmi, anche se un antidolorifico che ho ingurgitato appena tornato a casa sta già iniziando ad alleviare il malessere.
Facendomi luce con una torcia riesco a sostituire il dispositivo esploso. Soddisfatto, vado quindi nel ripostiglio a mettere a posto gli attrezzi.
Mentre ripongo la scatola delle lampadine su uno scaffale, Jason prende la torcia posata lì vicino. Non vi bado finché il ragazzino non mi chiama:
«Ethan…»
«Sì?»
«Hai usato la torcia?»
«Sì».
«E come, se non ci sono pile?»
Nel domandarlo, Jason mostra il vano delle batterie. È vuoto.
Afferro la torcia e controllo a mia volta. In effetti, il mio fratellino ha detto giusto.
Con una smorfia di perplessità, Jason se ne va. Quanto a me, metto a posto la pila elettrica, confuso.
Eppure sono sicuro di averla usata penso, poggiando distrattamente la destra sulla scatola di lampadine. Uh?
Una luce si è sprigionata da una fessura laterale del contenitore. Accigliato, apro la scatola per cercarne la fonte.
Non c’è niente di strano.
Prendo una delle lampadine. Nell’osservarla, mi pare che da questa venga un lieve lucore. Dura solo un istante, dopo il quale scompare senza lasciare traccia.
Nah… me lo sarò immaginato.
Negli ultimi minuti, lo sforzo per spostare la scala ha fatto aumentare un po’ il mal di testa. Una mano mi va al capo, intanto che volgo le spalle alla scatola. Al che…
«… Ethan».
Mio padre era dietro di me. Non mi ero neanche accorto che era entrato nel ripostiglio.
Il suo sguardo va da me agli scaffali che mi stanno dietro.
«Non stai bene?» domanda.
«Un mal di testa… sta passando» rispondo.
«… vai a riposare. Tuo fratello diceva delle cose curiose a proposito della torcia».
«Ah… sì, è buffo… pare che io l’abbia usata senza pile. Le avrò tolte senza accorgermene? Chissà…»
Stordito dal dolore, mi trascino fuori dal ripostiglio. Mentre vado in cerca del mio zaino…
«Ethan» mi chiama mio padre. «Se… accade qualcosa di strano… cose con l’elettricità…»
Io mi volto a guardarlo. Sembra esitante.
«… insomma, parlamene» conclude. «Anzi… domani faremo un discorso, va bene?»
«… ok?» replico, perplesso. «Dopo che tornerò dalla visita al centro ricerche».
«Sì, meglio».
… non sarò nei guai, vero?
◊◊◊
Intanto che Ethan riprende ad allontanarsi, suo padre guarda di nuovo la scatola di lampadine sullo scaffale. Prima non ne ha fatto parola… ma lui l’ha visto: come, mentre il ragazzo dava le spalle al contenitore, luce ha preso a filtrare dalle fessure di quest’ultimo, emanata dalle tante lampadine all’interno.
Un fenomeno esauritosi non appena Ethan si è accorto della presenza del genitore.

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Epos (Maltia)
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3° giorno di Ethan a Tersain
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Di colpo mi risveglio. O meglio, lo stato di dormiveglia in cui mi trovavo s’interrompe, disturbato da un forte rumore. Mi rendo conto che stavo sognando. Va a capire perché, in quella condizione prossima al sonno mi sono tornati alla mente alcuni degli ultimi eventi prima del mio arrivo a Tersain.
Il capo mi pulsa leggermente, a causa di un mal di testa sopraggiunto nelle scorse ore. Cercando d’ignorarlo, provo a rimettermi a dormire. Per fortuna, pian piano, il dolore va scemando.
Attraverso le mie palpebre socchiuse, mi pare di notare un modesto sfarfallio delle fioche luci notturne accese in corridoio.
◊◊◊
Non ho passato una bella notte. Già le mie ansie bastavano a ritardare il sonno, ma l’essere a bordo della Epos ha peggiorato di molto le cose. Prima di tutto c’è il ronzio: continuo, implacabile, giunge da chissà quali meccanismi del vascello, invadendone le prigioni. Poi vengono le occasionali oscillazioni della nave, le fluttuazioni dei magnekinítiras, e l’aria fredda e rarefatta.
Forse il crollo notturno della temperatura è ciò che più mi ha infastidito, fornito come sono di una coperta fin troppo leggera. L’escursione termica è, ovviamente, dovuta all’assenza di terraferma. Sull’isola era diverso, ma ora – senza alcun terreno ad assorbire calore durante il giorno – al “calare” del sole l’aria perde in fretta molti gradi. Essendo io abituato a un clima mite, il mio disagio non è dunque di poco conto.
Se solo potessi avere un po’ più di ossigeno, magari non mi sentirei il cervello in fumo penso, quando all’accensione delle luci diurne in corridoio decido di lasciar perdere ogni tentativo di dormire.
Perlomeno, sono riuscito a chiarire l’origine della mia fame d’aria. A detta di Jim, la gravità – o come la chiamano qui, il magnetismo – è generata non dal centro di Tersain, bensì dai singoli frammenti. È, perciò, normale che lontano da questi si inizi a fluttuare, e per lo stesso motivo l’aria tende a concentrarsi presso le isole, facendosi più rada man mano che le si distanzia.
Quindi ogni frammento ha una gravità soggettiva… però sono sicuro di aver visto che sono dotati di un sopra e di un sotto, come se l’attrazione fosse tutta rivolta in un solo verso. È strano anche che le isole, pur con le loro dimensioni contenute, mantengano singolarmente una gravità molto simile a quella della Terra.
Più cose di questo mondo mi spiego, più trovo nuovi interrogativi cui dar risposta.
Mi lascio andare a un ampio sbadiglio, che allevia appena la mia voglia di aria “normale”. Quando mi sono diretto a farmi interrogare, ho notato che, in altre zone della Epos, temperatura e quantità d’ossigeno sono maggiori. Peccato che io sia un prigioniero al quale, evidentemente, non si vuole concedere molti lussi.
Lancio un’occhiata fuori dalla cella. Un uomo smilzo e taciturno si è scambiato a Jim per la notte. Costui non mi ha degnato di una parola, limitandosi a star seduto a sonnecchiare.
Giunge il suono della sirena che segnala lo spegnimento del magnekinítiras. Subito mi aggrappo a un appiglio, aspettando che un altro generatore di gravità venga attivato. Pare che a bordo diversi dispositivi di quel tipo si alternino, forse per manutenzione o solo per raffreddarsi.
Col ritorno del peso, Jim sbuca oltre le sbarre.
«Ehilà, Ethan!» saluta allegro.
«Ciao».
Chissà che faccia devo avere dopo una notte passata quasi in bianco.
«Sion, va’ a dormire altrove» dice il ragazzino all’uomo di guardia, il quale si alza borbottando per cedere il posto al giovane appena arrivato.
«Di nuovo di turno?» chiedo.
«Solo stamattina e stanotte, poi per un po’ farò altro» risponde Jim, prendendo le chiavi. «Forza, t’accompagno ai cessi».
Trattengo una smorfia di contrarietà. Purtroppo, non c’è granché da fare riguardo a questo punto.
◊◊◊
Una volta tornato in cella, trovo ad aspettarmi una magra colazione perlopiù a base di stecche deumidificate. Le sgranocchio senza gusto, dopodiché siedo sul pavimento subito dietro le sbarre in modo da poter guardare in corridoio.
«Cosa pensi mi succederà, ora?» chiedo a Jim.
«Difficile dirlo» risponde lui. «Ti ha interrogato il capitano stesso, per cui è evidente che ti ritengono una persona di una certa importanza… più in senso negativo che positivo, visto che sei sospettato di essere una spia».
«Mi tortureranno?»
«Non siamo la Repubblica, non ricorriamo con leggerezza a metodi simili. Certo, aiuterebbe se non raccontassi certe idiozie negli interrogatori».
«Capisco che tu non mi creda, ma ti ripeto che ho detto la verità» dichiaro.
«Ed io ripeto che così riuscirai al massimo a passare per pazzo» replica Jim. «Se Tersain è mai stato un tutt’uno, di sicuro fu migliaia d’anni fa».
«Ti dico che non sono di Tersain».
Devo inventarmi un modo per dimostrare che non appartengo a questo… pianeta. Ma come provare una cosa del genere? Se soltanto… il telefonino!
In realtà, il cellulare mi è stato sequestrato ieri insieme agli altri pochi effetti che avevo con me. Di sicuro lo hanno già studiato accuratamente, ma forse non hanno compreso di che si tratta. Comincio a capire come funziona la tecnologia qui, e dubito che sia possibile trovarvi telefoni come quello.
Se mostrassi loro come funziona, forse potrei convincerli. Certo, non posso telefonare a nessuno, ma se è ancora abbastanza carico potrei almeno fargli vedere qualche app…
Solo una cosa mi frena: voglio risparmiare la batteria. Non che ci sia qualcosa a farmi pensare che possa, prima o poi, trovare segnale e contattare qualcuno. È più un desiderio irrazionale, come se il fatto di avere ancora un cellulare utilizzabile mi faccia sentire più sicuro.
Mentre penso a un metodo alternativo per provare le mie origini, qualcuno si para davanti a me, subito oltre le sbarre. Levo il viso, e incrocio lo sguardo di Dawn.

«Ciao» saluta la ragazza.
«Ciao…» rispondo meccanicamente.
Di tutte le cose, non mi aspettavo proprio di incontrarla qui. In effetti, non la vedo da quando ci siamo separati nell’hangar della Epos.
La giovane mi scruta per alcuni lunghi secondi. Ha un’espressione seria.

