C’è qualcosa di… pesante nello sguardo che Dawn mi sta rivolgendo, al di là delle sbarre. Senza quasi che io me ne rendessi conto, i miei occhi si sono piantati nei suoi, tentando di leggere ciò che vi si cela oltre. Provo una punta d’ansia al ricordo del modo ambiguo in cui ci siamo divisi ieri. Non so cosa pensare… in quel momento, lei non mi ha aiutato. È anche vero, però, che non ce n’erano le condizioni. In una simile situazione, era irrazionale pretendere supporto da una sconosciuta.
Non posso fare a meno, tuttavia, di chiedermi cosa Dawn abbia visto in me allora… e se, al pari degli altri, mi abbia riconosciuto come una minaccia, abbandonandomi perciò al mio destino.
E adesso è qui… ed io cerco, senza successo, di comprendere cosa ella stia provando. Fatto singolare: per quanto insolitamente diretto sia il mio sguardo… lei non distoglie affatto il suo. Non prova il minimo timore.
«Mi dispiace per quel che ti sta accadendo».
Così esordisce la giovane, rompendo il breve silenzio seguito al suo saluto. Tali parole mi colgono vagamente di sorpresa… e al contempo, alleviano in parte i miei timori.
«Ah… beh…» faccio. «Immagino non si possa evitare. Non che ci capisca molto, di tutta questa faccenda…»
Dawn non risponde, per cui dopo una piccola pausa commento:
«Da ciò che dici devo dedurre che tu non mi creda una spia?»
«Non sospetto di te come gli altri» risponde lei. «Ma sei in una brutta posizione. Viste le circostanze, è facile ritenerti un nemico. Anche se a me non dai quella sensazione…»
Non posso trattenermi dal sorridere. Per quanto le affermazioni della ragazza cambino poco la situazione, mi è almeno concesso pensare di non essere guardato con diffidenza da tutti. La fiducia – posso chiamarla così? – di Dawn è in qualche modo rincuorante.
«Ti ringrazio».
«Mi spiace di non averti aiutato, ma c’è poco che possa fare… e le indagini devono fare il loro corso, se vogliamo salvare mio padre» spiega ella.
«Certo» annuisco, provando un moto di disagio nel percepire un’improvvisa tristezza nella voce di Dawn. «Hai ragione… essendo io sospetto, dovete capire se sono responsabile dell’attacco e della cattura di tuo padre. Ma troverò il modo di dimostrare che non sono una spia».
Lei mi guarda con un’espressione difficile da decifrare, prima di ribattere:
«Però… se racconti quelle strane cose sul fatto di provenire da un mondo senza frammenti, peggiorerai la tua posizione».
«Oh… l’hai saputo?» chiedo.
«Ho assistito al tuo interrogatorio».
«Chiaro… eri dietro lo specchio».
Dawn annuisce.
«Riuscirò a dimostrare anche quello» affermo semplicemente. «Devo solo capire come».
«Invece, perché non dici la verità? Qualunque informazione sarà d’aiuto, e in ogni caso eviteremo di perdere tempo… e tu potrai uscire di qui».

Cerco di non sentirmi ferito da tale replica: posso immaginare cosa prova la giovane. Ma il fatto che non mi creda…
Fa’ finta di nulla mi esorto. Non è colpa sua.
Non è una cosa semplice. Sebbene la testa mi assicuri che il modo in cui lei sta vendendo le cose è più che naturale, e che non dovrei prenderla sul personale, sono consapevole che le mie suscettibili emozioni non sono altrettanto facili da convincere. Se non sto attento, rischio di iniziare a covare sentimenti di risentimento che Dawn non merita.
Calma, Ethan provo a confortarmi, per quel che valgono gli incoraggiamenti che posso rivolgere a me stesso. Va tutto bene.
Segue un prolungato silenzio, durante il quale cerco una buona risposta da dare alla ragazza. Non la trovo, e alla fine lei volge lo sguardo altrove.
«Devo andare» annuncia. «Pensa alle mie parole».
«Ok» faccio io, senza sapere che dire di più.
Dunque, la giovane se ne va, allontanandosi con passi lenti lungo il corridoio. Là mi lascia, di nuovo solo con Jim.
«Wow» spezza la quiete quest’ultimo. «Ti tratti bene!»
«Di che parli?»
«È una bella ragazza».
Non commento. Anzitutto, non è un tipo di discorsi che mi piace fare, e poi al momento ho altro cui pensare.
A quel che sembra, le parole di Dawn hanno colpito più duro di quanto preventivato. Ora mi sento ancor più ansioso di dimostrare le mie origini. Non voglio apparire come il responsabile della cattura di Cyrus Sanders, né come un insensibile che non vuole aiutare a scoprire dove l’uomo sia prigioniero.
Come diavolo si fa a provare di venire da un mondo diverso?
Passano le ore, ma nonostante i miei sforzi non mi viene in mente nessun buon modo per raggiungere il mio scopo.
«Mi ripeteresti gli ingredienti per quella polvere senza fumo di cui parlavi ieri?» chiede Jim a un certo punto.
«La polvere infume? Nitrocellulosa, etere ed alcol».
«Aspetta, aspetta…»
Jim prende un foglio e una matita, e con essi inizia a segnarsi le sostanze da me elencate. Infine annuisce e dice:
«Non che mi faccia illusioni, ma una polvere che lasci meno sporco sarebbe comoda».
«Pensavo le ritenessi questioni per… ehm…»
«… filosofi della natura?» completa Jim. «Beh, di filosofi ne abbiamo a bizzeffe, sulla Epos. Qualcuno che capisce cos’è questa roba ci sarà».
Con l’arrivo di mezzogiorno termina il turno del ragazzino, così mi ritrovo un’altra volta con l’uomo taciturno della notte scorsa. La cosa un po’ mi abbatte: per quanto diverso sia il carattere di Jim rispetto al mio, rotto il ghiaccio non mi dispiaceva scambiarci qualche chiacchiera di tanto in tanto.
◊◊◊
Dawn è seduta nella propria cabina quando sente bussare. La ragazza alza la testa, fino a quel momento tenuta poggiata sulle braccia, incrociate sopra un piccolo tavolo.
«Sono Samuel» parla chi ha bussato.
«Entra».
La porta si apre, e il fratello più giovane di Dawn varca la soglia.
«Immaginavo fossi qui» commenta.
Lei si stringe nelle spalle.
«Dovresti svagarti un po’ quando non lavori» osserva Samuel.
«Non ne ho voglia» risponde la ragazza.
«Ah… non ci siamo».
Il giovane prende una sedia e si sistema vicino al tavolo.
«Vedrai che lo ritroveremo» dice. «Il capitano è un vecchio amico di papà. Farà il possibile per strapparlo alla Repubblica».
«Come se fosse facile tirar via un prigioniero da loro» replica Dawn.
«Non dobbiamo per forza assaltare le loro carceri. Possiamo sempre sfruttare sistemi più diplomatici, come gli scambi di prigionieri».
«E la Repubblica accetta questi accordi?»
«Ogni tanto».
Silenzio. La ragazza fissa il tavolo con sguardo vitreo mentre Samuel leva gli occhi al soffitto, alla ricerca di una frase consolante.
«Voglio aiutare» dichiara la giovane alla fine. «Non impedirmelo, va bene?»
«Non te lo impedirò» acconsente Samuel. «Ma se stai pensando di gettarti nell’azione, ora come ora sarebbe inutile. Perché, invece, non provi a capire se Ethan sa qualcosa?»
«Gli ho già detto di raccontare la verità. Però, se anche decidesse di farlo, non credo sappia nulla».
«Cos’è che ti dà tanta fiducia che lui non sia una spia? Non che io sia sospettoso come Antony, ma in effetti gli indizi ci sono».
«Non so… è più una sensazione» spiega lei. «Non mi ha dato l’idea di uno che sta fingendo. In lui ho visto solo un ragazzo spaesato e bisognoso d’aiuto».
Pur potendo replicare, il fratello non lo fa.
Ethan Knight non poteva comunicare coi repubblicani riflette. Stando a ciò che ha raccontato Dawn, l’unica occasione l’ha avuta quando ha raggiunto il bordo dell’isola. Che abbia mandato un segnale ai velivoli che passavano lì vicino? È possibile…
Samuel scuote la testa.
Ma anche se fosse davvero una spia, cosa mai potrebbe sapere su dove si trova adesso papà?
◊◊◊
«Archeos» chiama Jim.
Il ragazzo si trova in una sala macchine della Epos. Il frastuono lì è incredibile, ma lui non vi bada troppo, abituato com’è a quel baccano.
«Archeos!»
Finalmente, fra le molte persone al lavoro nel corridoio riesce a farsi sentire da quella cui vuole parlare. È un uomo oltre i sessant’anni d’età, impegnato al momento a prender nota di chissà cosa su un foglio. Visto l’ambiente, non indossa il solito camice che tanto piace ai filosofi della natura, bensì una tuta come quelle dei genieri affaccendati là attorno.
«Jim!» fa l’uomo. «Che succede?»
Incurante delle vibrazioni che attraversano il pavimento, con passo sicuro Jim si avvicina al filosofo.
«Ho bisogno di queste sostanze» dichiara, porgendogli un foglio stropicciato. «Francamente, alcune non ho idea di cosa siano… tu le conosci?»
Perplesso, Archeos prende il pezzo di carta e ne legge il contenuto attraverso un paio di spessi occhiali. La sua fronte si aggrotta.
«Ma… a cosa ti servono?»
«Devo preparare una polvere da sparo meno sporca» spiega Jim. «Quelli sono gli ingredienti».
«E dove hai sentito di una polvere del genere?»
«C’è un ragazzo in una cella… sembra sveglio, anche se un po’ strano. Ha detto che con questi si può fare una… polvere infume».
Archeos scruta il foglio ancora per qualche secondo. Poi…
«Allontaniamoci dalle macchine…» decide. «Qua non si riesce a parlare».
◊◊◊
È calata la sera, e il capitano della Epos, Martin Young, ha terminato di definire la nuova rotta insieme ai propri ufficiali. Ora, infine può rientrare nella sua stanza, dove ancora lo aspettano diversi rapporti da leggere. Ogni giorno è così, e lui ci è abituato. In qualche modo, si sente vicino ai giovani impegnati sul “campo” quando si dà da fare per supportarli nelle loro pericolose missioni.
Pronto ad almeno un altro paio d’ore di lavoro, l’uomo sta accomodandosi sulla propria poltrona, quando bussano alla porta.
«Sono Aimond».
«Entra pure».
Il filosofo della natura Aimond Lacelet, da tutti soprannominato Archeos, fa il suo ingresso. Mentre egli varca la soglia, subito oltre Martin Young nota un giovane abbronzato che riconosce come Jim. Poi, il filosofo chiude la porta lasciando il ragazzo fuori, e s’avvicina alla scrivania.
«Come va, Archeos?»
«Bene, bene… senti, Martin, ho bisogno di un favore».
«Di che si tratta?»
«C’è un ragazzo…» inizia Archeos. «Ethan, tenuto rinchiuso perché sospettato di essere una spia. Dico bene?»
«Sì» conferma il capitano, perplesso.
«Bene… mi permetteresti di farlo uscire? Vorrei scambiarci qualche chiacchiera in un posto un po’ più confortevole di una cella».
◊◊◊
Alla buonora ho cenato. Non che quello servito in prigione sia chissà che buon cibo, ma lo portano più tardi rispetto agli orari cui io sono abituato, e passata una certa ora la fame ha cominciato a farsi sentire.
Spero almeno di riuscire a dormire mi auguro. Quante giornate dovrò mai passare a pensare ai pasti e al sonno come momenti clou della giornata? Mi sento così avvilito…
Sto per stendermi sulla brandina quando vedo Jim giungere davanti alla cella. È piuttosto in ritardo: ieri è arrivato prima del pasto serale.
Immediatamente il tizio che ha fatto la guardia fino ad adesso va via.
E questo chi è? penso.
Jim non è solo: un uomo avanti con l’età, almeno all’apparenza, lo accompagna. Sembra una persona energica, ma con la pelle macchiata da un precoce invecchiamento… o forse è la norma, su Tersain? Ignoro il livello della medicina di questo mondo.
«Ethan» fa Jim. «Lui è Archeos, un filosofo della natura».
Fisso l’anziano filosofo con sguardo interrogativo.
«Buonasera» saluta costui.

Ha capelli folti e bianchi, basette marcate e una barbetta candida a contornargli la mascella. Gli occhi sono di un celeste particolarmente brillante, tanto da apparire quasi come due piccole luci incastonate fra il grosso naso e le fitte sopracciglia selvagge.
«Anche se tutti mi chiamano Archeos, il mio vero nome è Aimond Lacelet» si presenta. «E tu sei Ethan, dico bene?»
«Sì…» annuisco, lasciando la brandina per avvicinarmi alle sbarre. «Ethan Knight. Piacere».
«Piacere mio» ricambia Archeos. «E così ti ritengono una spia? Beh, ad ogni modo è irrilevante. Jim, puoi aprire?»

