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Hoddesdon (Inghilterra)
21 ottobre 20XX
1 giorno alla scomparsa di Ethan
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Wow… che bello…
Tale pensiero mi attraversa la mente accompagnato da un misto di emozioni dolci e tristi assieme. I miei occhi ripassano più volte sulle righe finali del capitolo che ho letto stasera, dal romanzo che attualmente ho in corso. L’ora è tarda, è la stanchezza è tanta, ma è passata del tutto in secondo piano, preso com’ero dagli eventi narrati.
E dire che il materasso della mia camera, sul quale sono steso da ore, sta cercando da un po’ di richiamarmi al sonno. Specie dopo il mal di testa che, pur sedato dall’antidolorifico, mi ha comunque lasciato piuttosto spossato.
Alla fine, quando sento di aver interiorizzato il pieno significato delle parole che più mi hanno colpito, smetto di rileggerle. Appoggio, allora, il libro sul petto, e sollevo lo sguardo al soffitto sopra di me, rischiarato appena dalla luce della lampada sul mio comodino.
Com’era… romantico.

Non sto leggendo un racconto d’amore. Non sono esattamente il tipo. Ma questa è una sorta di contraddizione… perché, in verità, sento una forte attrazione per quel genere di cose, e se una storia che sto seguendo non contiene in qualche forma una sottotrama amorosa, mi appare come se… mancasse di qualcosa.
Nella mia ricerca di romanzi che mi appassionino, e che solletichino la mia fantasia, sono molto affascinato dai toni epici e avventurosi. Tuttavia… quando inizio a scorgere il sentimentalismo, ecco che all’eccitazione e alla meraviglia si sostituisce un più quieto e profondo interesse. Uno che stimola una parte più delicata del mio animo.
E ora, dopo aver percepito le emozioni d’amore del protagonista, mi è rimasto qualcosa dentro, ad aleggiare come una calda fiammella nel mio petto. Una vampa gentile che, ben presto, si connette a ciò che di più simile già esiste dentro di me.
Inevitabile, l’immagine di Lizzie mi appare nella testa. Ed ecco che si fanno più concreti: il calore dei miei sentimenti… e la malinconia per l’impossibilità di esprimerli.
La mente mi corre a sovrapporre gli eventi appena letti a me e alla ragazza per la quale ho una cotta. Mi ritrovo ad immaginare le stesse scene con noi due a sostituire i personaggi; l’unico, vero modo che ho per vivere queste emozioni che mi tengo nascoste dentro.
Mi capita… molto più di frequente di quanto sia disposto ad ammettere. Agli altri mostro una maschera cinica, quasi fredda, ma la verità è che i sentimenti che celo rivestono, per me, più importanza di quel che lascio intendere. Si potrebbe persino dire che… siano il mio vero movente, ben occultato malgrado il suo enorme peso nella mia vita.
Ma nonostante tanto valore, sono bloccato nella mia inerzia. Intorno a me, vedo nascere coppie come fosse la cosa più facile e naturale del mondo, mentre io me ne sto a perdere tempo, senza mai fare un passo significativo per concretizzare ciò che desidero.
La paura del rifiuto è di certo un motivo primario. L’imbarazzo, la vergogna che ne seguirebbe… e soprattutto la sensazione che di certo proverei, ossia di non aver preparato il terreno a dovere.
Per fare qualcosa come… non so, dichiararmi… sono portato a pensare che dovrei prima ottenere una condizione ideale che, probabilmente, può esistere solo in un racconto d’amore. Un perfezionismo e un idealismo eccessivi, ma cui fatico a rinunciare. Dunque tergiverso, compiendo vaghi tentativi senza arrivare a un che di concreto. È quasi come se non avessi davvero la volontà di agire, preferendo crogiolarmi nelle mie emozioni. È chiaro, però, che non è affatto così.
In realtà, so perfettamente cosa provo e cosa voglio. So anche che, se fossi animato da una sufficiente volontà, mi metterei a pianificare un modo per riuscire ad avvicinarmi a Lizzie. No, che dico? Lo faccio già… di continuo… ma finisco per non applicare mai il risultato di tali sforzi, se non nelle parti che non comportando “rischi”.
Diciamocelo… il problema di base è che non ho fiducia in me stesso.
Vero. Le mie paure non sono che il risultato di una scarsissima autostima. Non penso di avere una qualche chance di successo, come oggi ho fatto ben capire a Maggie. E questo, a sua volta, mi fa sentire ancor più certo di non potercela fare.
In fondo, come può una persona che non crede in se stessa piacere agli altri? Come potrei sperare che Lizzie arrivi a provare qualcosa per uno così?
Io lo farei?
Per un attimo, mi pongo tale interrogativo, a ribaltare il punto di vista. La risposta… dipende.
Forse sì rifletto. Insomma… non sono fiero della mia insicurezza, ma al contempo non credo sarei disturbato nell’avvertirla in qualcuno diverso da me. Anzi, se vedessi che è accompagnata da un desiderio di opporcisi, penso che la apprezzerei. Alla fine, se una persona è insicura… non potrebbe significare solo che, semplicemente, dà eccezionale importanza a delle cose, al punto da essere molto cauta quando si tratta di esse? E se, malgrado tanta difficoltà, cerca comunque di lottare… i suoi sforzi non assumeranno ancor più valore?
Secondo questo ragionamento, dovrei quindi essere indulgente nei miei riguardi? In teoria sì… ma non so perché, non ci riesco. Sotto molti aspetti, con me stesso sono molto più duro che col prossimo.
E in questo specifico contesto, tale tendenza mi porta a pensare che a Lizzie – e pure a qualunque altra – non potrebbe piacere uno col mio carattere. Non sarebbe strano se, anche di fronte ad evidenti segnali d’interesse da parte di una ragazza, io non riuscissi nemmeno a coglierli, impegnato come sono a dirmi che ciò che vedo non può certo essere quel che sembra.
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Epos (Maltia)
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4° giorno di Ethan a Tersain
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Nipria persiste ad osservarmi con una strana espressione, il sorriso che continua ad aleggiarle sul volto. La mano che le ho afferrato nel presentarci è ferma nella mia, senza stringere davvero. Pare quasi che non si aspettasse che gliel’avrei presa.
Oh, no… ho sbagliato qualcosa, vero?
Però, mi pare un po’ troppo per scrutarmi in una tale maniera. Sembra che stia… guardando qualcosa che non le riesce di cogliere.
Archeos scoppia a ridere.
«Puoi parlargli, eh!» dichiara. «Non farai figuracce, anche se è considerabile come un filosofo».
«Oh… ecco…» tentenna lei arrossendo, prima di alzare senza motivo il volume della voce. «Piacere di conoscerti! Non ti ho mai visto… sei nuovo?»
«Ehm… non proprio…» esito, liberandole la mano.
«Lui è, al momento, una sorta di ospite» interviene Archeos. «Gli sto mostrando la Epos».
«È una bella nave, la più grande della Resistenza, e forse la più grande nell’intera Maltia» afferma Nipria. «Impressionante, vero?»
«Assolutamente» concordo con anomalo entusiasmo, cercando di far normalizzare la situazione di disagio che penso di aver creato.
«Scusa, Nipria, ma ora dobbiamo proprio darci da fare» dice il filosofo, strizzandole l’occhio. «Mi lasci il giovanotto?»
«Ma sì!» fa lei, incassando la testa fra le spalle. «Allora… torno al lavoro… ciao Archeos… ciao Ethan».
E si allontana frettolosamente. Aimond Lacelet esplode in una nuova risata.
«Quel tuo visetto sta cominciando a far danni!» esclama.
«Non capisco cosa intende».
In verità, credo di esserci arrivato. Ma non sono d’accordo con l’uomo. Di sicuro, il comportamento della ragazza è dipeso dalla stranezza che trasuda dalla mia persona.
«Non importa… vieni con me» lascia perdere il filosofo.
Mentre riprendiamo ad avviarci lungo il corridoio…
«Comunque… ha detto che lei è una geniera, giusto? Cosa sarebbe?» chiedo.
«Un… esperto di macchinari. Gli addetti alle sale macchine sono per buona parte genieri».
Insomma, sarà un meccanico, un macchinista o un ingegnere… o magari tutti e tre.
Sempre con Sion a scortarci, abbandoniamo la sala macchine e saliamo su un ascensore, o elevatore, come lo chiamano qui.
«Perché non proviamo a farti risolvere qualche problema che noi non sappiamo sbrogliare con le nostre conoscenze?» propone Archeos. «Forse tu possiedi nozioni in grado di riuscire dove noi non arriviamo».
«Possiamo provare» annuisco.
Come il filosofo mi spiega, giungiamo circa a metà altezza dell’aeronave. Una volta lì ci dirigiamo in quello che mi viene presentato come lo “iatreo”, che io identifico come una specie di zona ospedaliera. Si tratta di una serie di ampie stanze piene di brandine, alcune delle quali occupate dagli infermi.
Per alcuni minuti Archeos mi lascia da solo con Sion, affermando di doversi cambiare d’abito. Quando torna ha sostituito con un camice bianco la tuta da meccanico indossata fino a questo momento.
«Vieni».
Mi porta vicino a una saletta circondata da vetrate. Su una brandina all’interno v’è un uomo addormentato, o forse svenuto. Presso il giaciglio ci sono due persone vestite di bianco, entrambe con bocca e naso protetti da un panno.
«Copriti il volto» dice Archeos, passandomi una stoffa presa da un tavolo vicino.
Entrambi ci mettiamo i panni sul viso, dopodiché il filosofo apre la porta che dà accesso alla stanza e mi conduce all’interno.
«Come va oggi?» chiede.
L’uomo sulla brandina non reagisce, mentre gli altri due si voltano.
«Maestro, sembra che la malattia continui ad avere la meglio» riferisce una donna.
«Vedo» annuisce Archeos.
«Maestro… chi è…?»
«Sì, è un estraneo, ma vorrei che desse un’occhiata al malato. Ethan, che ne pensi?»
Perplesso e un po’ intimorito dall’idea che qui possa esserci qualche orribile morbo contagioso, titubante mi avvicino al giaciglio.
«È affetto da una malattia difficile da guarire» dice, intanto, Archeos. «Potrà sembrarti normale, ma in realtà è sotto l’effetto di una serie di rimedi per tenere a freno i sintomi mortali».
Ma che ne capisco, io, di medicina? Questo non è qualcosa alla mia portata…
Osservo comunque l’uomo.
«La patologia provoca paralisi e contratture dei muscoli» continua il filosofo. «Senza medicamenti, il malato rischia paralisi respiratoria e morte».
«Ma…»
Dei ricordi al riguardo emergono nella mia mente: un medico che parla a mia madre, descrivendole i sintomi di una certa infezione. Dev’essere successo moltissimi anni fa.
Ricordo ancora cose del genere?
«Come… come chiamate questa malattia?»
«Tetanos» risponde la donna.
«Lo sapevo» faccio io. «È tetano! Non avete usato gli…?»
Mi blocco.
«Antibiotici?» concludo.
La reazione che segue è di quelle che negli ultimi giorni vedo fin troppo spesso: sorpresa e perplessità.
E ti pareva!
Fra l’altro, o questo tetano è diverso da quello che conosco io, oppure qui non sanno molto su di esso. Non mi risulta che sia trasmissibile per via aerea, quindi coprirci naso e bocca è un eccesso di cautela.
«Usciamo di qui» decide Archeos. «Anche tu, Ehliana. Hoping, tu prosegui».
Abbandoniamo la stanzetta. Appena fuori, il filosofo toglie il panno dalla faccia e mi si rivolge:
«Allora, di che si tratta?»
Rimuovo a mia volta la protezione dal viso, e così fa la donna cui l’uomo ha chiesto di seguirci. Ora che la guardo bene, costei pare avere solo qualche anno più di me. Ha lunghi capelli lisci e biondi, raccolti in una morbida treccia che le ricade su una spalla, mentre gli occhi… sono rossi!
Questo sì che è un colore insolito!

«Oh, sì!» aggiunge Archeos, come notando una propria mancanza. «Lei è Ehliana, una filosofa della natura mia allieva, specializzata nella medicina. Ehliana, questo è Ethan. Vorrei che lo ascoltassi e mi dicessi la tua opinione».
Le faccio un cenno e tendo la mano. Ella scuote il capo e indica la propria: indossa un guanto di pelle lungo fino al gomito, probabilmente usato per visitare il paziente. Forse non vuole rischiare di contaminarmi col contatto.
«Dicevo… conoscete gli antibiotici?» chiedo. «Farmaci in grado di fermare certe malattie?»
«Non ho mai… sentito questo nome» esita Ehliana.
Sembra riluttante ad ammetterlo.
«Ma anche la descrizione è un po’ generica» osserva dunque. «Potresti essere più preciso?»
«Quell’uomo è affetto da tetano, una malattia causata da un batterio» provo a chiarire. «Almeno sapete cos’è un batterio? Piccole creature invisibili a occhio nudo?»
«Penso si riferisca ai ravdos» ipotizza Archeos, quando la filosofa gli rivolge uno sguardo perplesso. «Ethan, tu dici che questo… batterio fa del male all’uomo in quella stanza. E si potrebbe fermare con una certa sostanza chiamata…?»
«Antibiotico» completo. «Ce ne sono diversi tipi… mmmh… potrei parlarvi della penicillina: la si può ricavare da un fungo».
E prendo a spiegare del Penicillium chrysogenum, di come farne una coltura a partire dalla muffa del cibo e, infine, di come estrarne la penicillina. Non proprio un procedimento elementare, ma che spero sia possibile applicare con gli strumenti disponibili sulla nave.
I laboratori scolastici si stanno rendendo molto utili. Non ci avrei mai sperato.
«Ehliana, che te ne sembra?» chiede Archeos, una volta che ho finito di esporre.
«A questo punto, in teoria ogni metodo è buono» asserisce lei. «Però, questa sostanza è… velenosa?»
«Solo per i batteri» assicuro. «È comunque un farmaco, e come tale potrebbe avere effetti imprevisti, ma è l’unico rimedio a me noto. Dovrete valutare voi come somministrarla e in che quantità: le mie conoscenze si fermano qui».
«Ehliana… prova il suo metodo» dice Archeos.
«Ma…»
«Non preoccuparti» la interrompe lui. «Ci faremo guidare passaggio per passaggio».
L’allieva annuisce, ancora poco convinta.
«Andiamo, Ethan» esorta l’uomo. «Nel magazzino della mensa ci saranno di sicuro delle derrate andate a male. Cerchiamo un po’ di quella muffa».
E abbandoniamo anche lo iatreo.
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Epos (Maltia)
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7° giorno di Ethan a Tersain
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Le tre giornate successive si rivelano simili a quel primo giorno con Archeos. Ogni mattina il filosofo mi viene a prendere dalla cella, portandomi in giro per la nave a studiare insieme a lui tecnologie e problemi ad esse legati.
Già dal secondo giorno non c’è più nessuno a scortarci. Inoltre, mi vengono procurati altri vestiti, seppur semplici e parecchio diversi da quelli con cui sono giunto a Tersain. Il terzo giorno persino i pasti cambiano, divenendo più vari rispetto alle solite stecche deumidificate. Pare quasi che stiano premiando la mia buona condotta.
Alla fin fine, sebbene io visiti molte sezioni del vascello, compresi i laboratori di ricerca, non vedo che una piccola parte della Epos. Non solo: mai vengo introdotto in luoghi di rilevanza strategica, né lasciato solo, per cui anche se non sono bendato non potrei comunque carpire segreti rilevanti. Di sicuro Archeos non è uno sprovveduto.
Proprio al terzo giorno, mentre il filosofo mi conduce in una sala macchine, incrocio Jim.
«Ah-ah!» fa l’abbronzato ragazzo nel vedermi. «Guarda un po’ chi c’è!»
Senza indossare la tuta tipica delle persone in sala macchine, Jim sta spalando carbone in una caldaia. A quanto pare, al termine del suo lavoro di guardia l’hanno assegnato a dare una mano qui. Sembra che tutti, a bordo, debbano contribuire secondo le proprie possibilità.
«Sei pure un geniere?» gli chiedo.
«No, no, mi usano solo come manovalanza» ride il ragazzino, sistemandosi il cappello bianco che spesso gli piace portare. «Ehi, dì la verità: in cella senza me a far la guardia non è la stessa cosa!»
«Hai proprio ragione» concordo. «Gli altri custodi che assegnano non sono affatto loquaci».
«Non che tu sia da meno, eh!» osserva Jim.
«Beh… ogni tanto una o due parole le dico».
Getto un’occhiata ad Archeos, ma l’uomo non pare di fretta, tant’è che nell’attesa si è messo a studiare una caldaia e a prendere appunti. Mentre torno a rivolgermi a Jim, scorgo un altro viso familiare nel corridoio.
«Dawn?»
Nel sentirsi chiamare, la ragazza in questione mi nota. Fino a poco fa stava camminando proprio nella mia direzione, lo sguardo perso nel reticolo metallico che costituisce il pavimento. Ora rallenta un attimo il passo, un’espressione visibilmente sorpresa sul volto, prima di riprendere a procedere.
«Lavori qui anche tu?» le domando, quando la giovane mi raggiunge.
«No, sono di passaggio» risponde Dawn. «Tu… cosa…?»
«Mi accompagna Archeos» spiego, facendo cenno verso il filosofo, sempre preso dalla caldaia. «Vedi… è interessato alle mie conoscenze».
Per qualche motivo, sembra quasi che mi stia vantando. Beh, non che non sia orgoglioso di poter sfoggiare per una volta le mille “inutili” nozioni che, negli anni, ho raccolto senza un preciso motivo.
«Conoscenze?» ripete lei, basita. «Non sarà ciò che non vuoi dire negli interrogatori?»
«No, mi riferisco a conoscenze di… filosofia».
«Ma… quindi sei uno studente di filosofia?»
«In un certo senso…»
«Ciao, Ethan!»
Nipria, la geniera, è arrivata alle mie spalle. Ha un gran sorriso in faccia, e quando mi giro a guardarla mi scruta a lungo in volto prima di riscuotersi e volgere gli occhi altrove.
Ma si può sapere cosa ci trova di tanto bizzarro, in me, da fissarmi così?
«Stai di nuovo studiando le sale macchine con Archeos?» chiede ella.
«Già» annuisco.
«Sono in pausa» m’informa lei. «Vuoi che ti mostri qualcosa io? Lui è un filosofo, non ne capisce di macchinari come un geniere! Oh…»
S’interrompe di colpo.
«Non volevo dire… cioè, i filosofi sono davvero gente sapiente, è solo che magari per queste cose…» prende a dire, incredibilmente imbarazzata.
«Tranquilla, non mi offendo, non sono un filosofo a tutti gli effetti!» assicuro io, sorridendo.
Cerco di apparire più sincero possibile, di modo che le mie parole siano inconfutabili. Non mi piace far sentire gli altri a disagio, se posso evitarlo.
«Oh… sì, sai, non volevo… niente».
La ragazza fa un gran sospiro. Per qualche motivo, Jim colpisce la caldaia con la pala e porta una mano davanti alla bocca. Noto che cerca con poco successo di nascondere un ghigno.
«Comunque… se ti va di vedere i macchinari…» prosegue Nipria.
«Ethan, perché non accetti la proposta?» interviene Archeos, senza distogliere gli occhi dalla caldaia. «Sarebbe una bella opportunità per alzare il livello delle nostre conversazioni».
«O…ok…» acconsento.
«Allora cominciamo dal fondo» dice Nipria, afferrando il bordo della maglia da me indossata per darmi qualche strattone.
◊◊◊
E così il giovane viene burrascosamente separato dagli altri. Mentre Ethan si allontana, Jim non ce la fa più e prende a sghignazzare.
«Ma seriamente!» esclama.
«Sei invidioso, dillo» lo pungola Archeos, perdendo di colpo interesse per la caldaia.
«Ma scherzi? È solo…»
Jim non sa come proseguire, dunque si limita a continuare a ridere. Da parte sua, Dawn si mostra ancora perplessa.
«Che fai qui, Dawn?» le domanda il filosofo.
«Ero a lavorare al magazzino di là» spiega lei, indicando la direzione dalla quale è venuta. «Ma… non capisco. Non è ritenuto una spia?»
«Ti riferisci ad Ethan? Ormai siamo tranquilli» dichiara l’uomo. «Almeno, riguardo al fatto che non sia pericoloso, né in grado di nuocerci. Ma non è ancora scagionato, se è questo che pensi».
«Per caso sei uno di quelli che devono carpirgli informazioni senza interrogatori?» chiede Dawn.
«Ah, anche tu lo sei?» replica Archeos.
«Sì… ma in realtà non ci ho provato» ammette la giovane. «Lo so che il capitano vuole scoprire qualcosa dalle persone che entrano in contatto con Ethan, ma io lui l’ho quasi evitato».
«Come mai?»
«Non so… non voglio ingannarlo, credo».

Il filosofo sorride.
«Non è per forza un inganno» osserva. «Vedi me: in realtà, sono interessato personalmente alle sue conoscenze. Il fatto che riferisca al capitano le nostre conversazioni è solo un dettaglio. Ad ogni modo, forse le cose cambieranno da oggi, e non dovrai più sentirti a disagio nel parlargli».
Le strizza l’occhio.
«Sai… penso che lui ti possa ritenere un punto di riferimento. Del resto, stando a ciò che mi hai raccontato, fra tutte le persone a bordo sei la prima che ha incontrato da quando è giunto a Maltia».
«Cosa…?» fa Dawn, stupefatta. «Da quando è giunto… che intendi dire?
«Non chiedere, per ora» le risponde Archeos. «Penso che questo pomeriggio capirai».
◊◊◊
Svariate ore dopo il mio giro in sala macchine, mentre sono in cella, i due omoni che giorni fa mi hanno portato all’interrogatorio vengono di nuovo a prelevarmi. Mi aspetto che mi bendino, ma così non è. Stavolta riesco, dunque, a seguire il percorso fino alla sala degli interrogatori.
Quando entro nella squallida stanza, il capitano è già lì seduto. Strabuzzo gli occhi.
Il mio telefonino!
Infatti, l’uomo tiene davanti a sé il mio cellulare, nonché i restanti miei effetti personali. Ci sono persino i vestiti coi quali sono giunto a Tersain, lavati e stirati.
«Ethan Knight» esordisce Martin Young. «Siediti. È arrivato il momento di decidere cosa ne sarà di te».
Non… promette… nulla di buono.
Ormai sono rassegnato a qualunque sorte. Mi sto perfino abituando alla prigionia. Nell’udire quelle frasi, però, provo un’improvvisa ansia.
Nonostante tutto, siedo come mi è stato ordinato e attendo il verdetto.

