Il cielo è plumbeo quando la spedizione abbandona la Epos, e così rimane per le ore di volo che seguono. Per quanto rapido sia il velivus, la destinazione è assai lontana; unito al fatto che a bordo si parla poco, ciò rende il viaggio piuttosto pesante.
E lo penso io, che non sono proprio un gran chiacchierone.
«Vi spiego i dettagli della missione» dice Samuel a metà mattina, smorzando infine l’atmosfera opprimente. «Siamo diretti al luogo dove fu rinvenuta la mappa dei Profeti. Allora la recuperarono dei pirati, cui in seguito fu sottratta durante un attacco della Repubblica».
«Come sappiamo queste cose?» chiede Dawn.
«Un piccolo segno identificativo sulla mappa» rivela il pilota. «L’abbiamo scoperto studiandola, e siamo risaliti al gruppo di pirati che l’ha inciso. Fortuna ha voluto che fossimo in rapporti amichevoli con loro, così ci siamo fatti indicare dov’è stata trovata. Pare ci siano delle rovine: lì potrebbe celarsi la chiave».
«Potrebbe?»
«Beh, è quasi sicuro».
«Da che mondo è mondo, non si mette la chiave vicino alla serratura» osservo io.
Nemmeno so perché l’ho fatto presente. Di norma, eviterei di sollevare questioni e creare potenziali dissidi senza… beh, una valida ragione.
Forse, essendo questa una missione che mi vede addossata una sorta di responsabilità, sento il bisogno di dar voce ai miei dubbi. Insomma, per prevenire problemi che poi anch’io sarò chiamato a risolvere.
«Sono d’accordo, ma chiave è un termine generico» afferma Samuel. «In realtà possiamo definirla meglio come il dispositivo di attivazione della mappa».
Fa differenza? mi domando. E comunque, non ho ancora capito come sanno che la chiave è lì.
Qualcosa non quadra, ma per ora eviterò d’insistere. Non voglio offendere nessuno mettendo in dubbio le parole del pilota, e comunque la mia posizione qui è ancora traballante. Meglio non esagerare.
Non per niente, ma Antony potrebbe benissimo innervosirsi di nuovo. Non farà bene né a me, né agli altri se gli animi si scaldano.
Spero di riuscire a fare davvero qualcosa di utile rifletto. Sarà imbarazzante se arriviamo lì e scopriamo che non servo a nulla. Il che è abbastanza probabile, visto quanto è vago ciò che si aspettano da me.
Farmi accettare sulla Epos è un processo lento e graduale, nel quale questa spedizione è un po’ una “scorciatoia” che potrebbe farmi guadagnare molti punti… o farmene perdere altrettanti.
Non mi va di essere visto come inutile. Non dopo tutti i progressi che ho fatto.
Devo darmi da fare.
Superiamo centinaia di frammenti e numerosi banchi di nubi, calando lentamente di quota mentre ci spostiamo sullo strato sottostante. Il sistema di Pauters, fra i più usati a Maltia per mappare questo mondo, suddivide Tersain in dieci strati, e noi ci stiamo muovendo dall’ottavo al settimo.
Nell’osservare il paesaggio, a tratti noto altri velivoli viaggiare in lontananza, e a volte individuo persino degli insediamenti su alcune isole. Mi rendo conto che, da quando sono a Tersain, ho visto soltanto l’interno della Epos e il frammento dove viveva Dawn. Di tutto il resto ho solo sentito parlare.
Potrebbe piacermi dare un’occhiata a questo mondo. In qualche modo, le sue mille stranezze mi affascinano.
È ormai pomeriggio quando, infine, Samuel annuncia:
«Siamo quasi arrivati».
Chissà come riesce a leggerla penso io, fissando la complicata mappa tridimensionale che il pilota usa per orientarsi.
Il velivus inizia a ridurre la velocità. La zona che stiamo attraversando è piuttosto nuvolosa e ricca di piccoli frammenti. Samuel vi si muove senza difficoltà nonostante la moderata pericolosità dell’area.
Passano alcuni minuti, quando d’un tratto il giovane pilota prorompe:
«Porca…!»
Il mezzo rallenta di colpo, perdendo a un tempo molti metri di quota. Già privo di peso, io vengo tirato bruscamente verso l’alto, le mani strette sul busto quasi a tenere le viscere al loro posto.
«Che è successo?» esclamo.
«C’è la Repubblica!»
Samuel manovra il velivus in modo da porsi presso un’isola, come a nascondersi dietro di essa. Il velivolo si ferma, rimanendo sospeso a mezz’aria mentre i due fratelli scrutano dal vetro anteriore, entrambi muniti di cannocchiale. Io e Dawn proviamo a sporgerci per vedere anche noi.
Da qui è possibile osservare un frammento un po’ più in basso. È parecchio piccolo e allungato, e su una delle sue due estremità sorgono quelle che sembrano delle rovine. A guardarle così, mi fanno pensare a una struttura maya o azteca.
Nei pressi dell’edificio si muove qualcosa. Deve trattarsi di persone, ma è impossibile distinguerle bene. Sembra che ci sia pure un aeromobile atterrato, forse un velivus come il nostro.

«Gendarmi? Perché sono lì?» chiede Dawn.
Gendarmi? m’interrogo, confuso da tale appellativo. Ah, forse è perché qui i soldati sono anche delle specie di forze di polizia.
«Troppe cose date per scontate» afferma Antony.
«Ritenevamo che non avessero notato il simbolo dei pirati… ma potremmo esserci sbagliati» congettura Samuel.
Mi sa che non stanno ragionando con lucidità.
«Prima avete detto che la Repubblica ha preso la mappa ai pirati» m’intrometto, «quindi è chiaro che sapesse da chi andare a farsi dire dove l’avessero trovata».
Segue un breve silenzio.
«Che sia o meno così, evidentemente hanno condotto delle indagini» conclude Antony.
«A dir la verità, sono piuttosto in pochi» osserva il pilota. «Se davvero sapevano di questo posto, mi sarei aspettato di vedere almeno un’aeronave, invece c’è solo un velivus».
«Pensi sia solo uno di tanti gruppi di ricerca?» ipotizza il fratello.
«È possibile» annuisce Samuel. «Forse non hanno informazioni precise come le nostre. E visto che non hanno chiamato rinforzi, c’è speranza che non abbiano ancora trovato niente, o che siano lì da poco… non più di un giorno».
«Dannazione! Se solo fossimo partiti ieri!»
«Ma questo manufatto che vogliono non è molto importante per la Repubblica?» mi faccio sentire di nuovo. «Anche se ne conoscono solo la posizione approssimativa, è un po’ strano che non abbiano investito risorse adeguate per cercarlo a dovere in tutti i luoghi possib…»
«Non abbiamo tempo per queste speculazioni» m’interrompe Antony.
Ehi, avete cominciato voi. Sto provando a capire pure io cos’è andato storto, eh?
Sarei ben felice di farmi i fatti miei. Ma a vedere come i ribelli si stanno agitando, e come non stiano mantenendo adeguata freddezza, sono piuttosto preoccupato da cosa potrebbero arrivare a inventarsi.
«Che si fa?» domanda Dawn.
Samuel ed Antony si guardano.
«Massimo sei persone» considera il primo.
«Forse uno o due soldati corazzati» aggiunge l’altro.
«Si può fare…»
«Rischioso».
«Non c’è scelta: dobbiamo prendere la chiave».
Non mi piace la piega che sta prendendo la faccenda. La mia peggior predizione sta diventando fin troppo concreta.
«Cosa… cos’avete in mente?» intervengo.
«Un arrivo a sorpresa» risponde Samuel, senza lasciar lo sguardo del fratello. «Antony, se andiamo sotto l’isola e risaliamo celandoci dietro quell’altura possiamo atterrare senza essere notati».
«Riesci ad essere abbastanza silenzioso?»
«Quello non è un problema».
Una pausa, e poi il maggiore dei Sanders annuisce.
«D’accordo».
… d’accordo cosa? Ehi…
Samuel fa manovra e si allontana dalla roccia usata come copertura, quindi cala di quota.
«Ma… li attacchiamo in quattro contro sei?» chiede Dawn. «E loro hanno dei soldati corazzati?»
… attacchiamo?
«Se ce la giochiamo bene, possiamo colpirli a sorpresa e prendere vantaggio» replica Antony. «Se atterriamo dove vogliamo, sfrutteremo l’altura per nasconderci».
Si riferisce a una collina rocciosa che sorge a metà dell’isola sulla quale intendono atterrare.
«Se piazziamo una carica esplosiva sul loro velivus, creeremo molto scompiglio e li priveremo del mezzo di trasporto».
Esplosiva?
«Se riusciremo ad abbatterli da terra, bene».
Abbatterli?!
«Altrimenti, ci ritireremo al velivus e li colpiremo dall’alto. Senza velivoli non potranno rispondere al fuoco».
Ma… ma… stiamo andando a combattere?
Ormai, non posso più negare a me stesso di aver capito BENISSIMO cos’hanno per la testa quei due.
Non scherziamo! Non era nei piani! E poi, cosa sono tutti quei “se”?
Allarmato, guardo Dawn. Tuttavia, lei non mi ricambia, troppo concentrata sui fratelli.
Mi rendo conto di non avere alleati che mi aiutino a far sentire le mie ragioni.
Con un lungo giro, Samuel si porta al di sotto del frammento da assaltare. Lentamente risale di quota, superandone il bordo e stando attento a mantenere sempre la collina fra sé e i repubblicani. In qualche modo rende il motore silenziosissimo, e anche quando atterra il rumore è minimo.
«Bene» dice, spegnendo l’aeromobile e sganciando l’imbracatura.
«Aspetta» lo blocca Antony. «Rimani qui: dovessimo scappare, dovrai essere già pronto. Ci pensiamo io e Dawn».
Ed io? Cosa faccio io?
Il vice brigadiere – mi pare fosse questo il grado nella Resistenza del maggiore dei Sanders – apre lo sportello e scende dal velivolo. Mentre la sorella lo raggiunge, il giovane mi guarda storto.
«Che fai?» dice. «Muoviti!»
Ma potevi anche nominarmi prima, eh?
Di malavoglia li raggiungo. Detesto quel che sta accadendo, ancor più visto che al momento la mia volontà sembra contare poco.
Non dovrei star zitto.
«Sentit…»
Antony m’interrompe:
«Hai la pistola?»
«Eh…»
Tiro fuori una pistola consegnatami insieme alla mantella. Mi hanno spiegato come funziona, ma non avendola mai provata mi sento come se fossi disarmato.
«Allora andiamo. E fate silenzio!»
No, ehi, fammi parlare!
Per non rimanere indietro, muovo svelto appresso ad Antony e Dawn, in direzione della collina.

Che ci faccio qui? penso intanto. Sono di nuovo finito in una situazione di guerra! Come devo fare? Non si aspetteranno mica che spari a qualcuno? Ma non potevano lasciarmi a bordo del velivus?
Angoscia e frustrazione stanno montando, veloci, in me. Ed è, ormai, tardi per far valere le mie obiezioni. Stringo la pistola, sperando di non doverla usare, e seguo gli altri fino al bordo dell’altura.
«Aggireremo il colle da destra» dice Antony. «Su ambo i lati ci sono solo pochi metri prima del precipizio, quindi attenzione».
A passo felpato e con le schiene curve camminiamo lungo la base della collina. In breve giungiamo in vista dell’accampamento nemico. Ci disponiamo dietro alcune rocce, e da lì ci sporgiamo per valutare la situazione.
I soldati repubblicani sono sparpagliati attorno alle rovine, del tutto ignari della nostra presenza. Il velivus avversario si trova a cento o duecento metri di distanza. Conto quattro nemici, ma è possibile che ve ne siano altri dove il mio sguardo non riesce ad arrivare.
Sembra stiano facendo dei rilievi constato, osservando le azioni dei soldati. È probabile che pure dentro l’edificio ci sia qualcuno.
Le rovine hanno l’aspetto di una sorta di torre ricoperta di muschio e vegetazione. Un ampio ingresso dà accesso all’interno della struttura. L’architettura è, a tutti gli effetti, piuttosto simile a quella che ci si aspetta da una costruzione precolombiana.
Bene, siamo qui. E ora che si fa?
Antony tiene sulla schiena una specie di fucile dalla canna molto grossa. Lo afferra e, mettendosi in ginocchio, lo punta contro il velivus nemico.
«State pronti a coprirmi» dice, prendendo la mira da una semplice croce posta sull’arma.
Dawn ha già sfoderato le pistole, che alza in direzione dei soldati. Come me, anche lei sembra insicura: di certo non ha mai sparato a una persona, sebbene per qualche motivo sono convinto che le armi le sappia usare eccome.
Il problema sono io.

«Antony» mi sforzo di parlare di nuovo. «Ascolta, a me non va questa cosa».
«… come?»
Il vice brigadiere mi guarda di traverso.
«Ho detto che non me la sento di sparare o cose del genere» affermo, cercando di mostrarmi deciso, malgrado il tono contenuto. «Io non sono un soldato».
«… se non ne hai il fegato, resta a guardare» replica il maggiore dei fratelli Sanders, tornando a mirare. «Non serve che c’intralci con la tua codardia».
… ah, ecco una di quelle uscite da macho per far sentire offesa la mia virilità. Non attacca con me: non vedo il mondo con quelle lenti!
«Ma la tua vita sarà più a rischio, se non farai nulla» aggiunge il giovane. «Non lamentarti se poi ci rimetti la pelle».
… maledetto.
Purtroppo ha ragione. Lui e Dawn sono troppo pochi! Fossero dei fenomeni del combattimento, magari… ma la ragazza è sicuramente alla sua prima esperienza, per cui il grosso della responsabilità andrebbe sulle spalle del vice brigadiere.
Comunque io la guardi, e anche senza grandi conoscenze di tattica militare, riesco a valutare che il nostro svantaggio è eccessivo.
Ma perché è finita così? penso, con uno sguardo disperato alla mia pistola.
Sta succedendo tutto troppo in fretta. Ho bisogno di tempo per pensare… per mettere ordine in questa situazione.
Maledizione, perché mi hanno cacciato in questo casino?
Antony attende ancora un po’… quindi preme il grilletto. Un grosso proiettile parte dal fucile, andando a finire nel motore del mezzo avversario. Un suono metallico sprigiona al momento dell’impatto, facendo sobbalzare i soldati nei pressi dell’aeromobile. Passa qualche secondo…
… e poi un’esplosione squarcia il velivolo, spargendo fiamme sull’erba circostante.
«Sparate!» ordina Antony, posando il fucile e afferrando una pistola.

