Di colpo, la mia percezione del mondo cambia radicalmente. I miei pensieri vengono come spazzati via, intanto che ogni mio senso si acuisce… e che l’adrenalina mi pompa in circolo, facendomi sentire la testa leggera, e le emozioni confuse.
Dawn ha iniziato a far fuoco, martellandomi i timpani coi botti delle detonazioni. I nemici presso l’edificio stanno gridando confusi. Mi è parso che uno dei soldati sia stato coinvolto nello scoppio. Gli altri, però, si riprendono in fretta dalla sorpresa e corrono subito ai ripari.
Una scena che io non riesco ancora a vivere come se vi fossi dentro.
Ci stiamo… ci stiamo davvero… ammazzando a vicend…?
«Spara, se vuoi vivere!» esclama Antony.
Scosso da quelle parole, sussulto. Un istante dopo, mi ritrovo con la pistola puntata. Con la paura che m’invade a cancellare la mia capacità di riflettere, istinti sui quali di norma non faccio mai affidamento sono stati risvegliati dalle parole del giovane.
In fondo alla mente, una voce ancora prova a raggiungermi:
Spara in aria! Non puntare alle persone!
… ma io la seguo? Non ne ho idea. Non capisco più cosa sto facendo!
Quel che è certo è che le mani mi tremano, per cui quando esplodo il primo colpo è impossibile dire dove va a finire. L’arma stessa per poco non mi sfugge a causa del rinculo.
Intanto, raggi di luce intermittenti cominciano ad arrivare verso la nostra postazione. Alcuni passano molto vicino a me, ed io noto con orrore come i punti di terreno colpiti vengono bruciati.
«Armi a raggi!» prorompe Antony. «Maledizione!»
A raggi? Che vuol dire a ragg…?
Un oggetto non più grande di una palla da rugby vola dai soldati verso il nostro gruppo, abbattendosi sulla collina a poca distanza da noi. Una potente esplosione giunge dal punto colpito, gettandoci schegge addosso. Lancio un grido, portandomi una mano a un orecchio: a seguito del botto, il mio udito si è di colpo indebolito.
Diamine… diamine… diamine!!
«Ritiriamoci!» esclama il vice brigadiere. «Hanno le cariche esplosive, dannazione!»
Il mio istinto di autoconservazione non se lo fa ripetere. Nell’istante in cui vedo i due giovani muoversi, le mie gambe partono a loro volta. Una strana emozione mi sta spingendo: quasi fossi parte di un branco dal quale dipende la mia vita, è come se mi fossi sincronizzato sulle azioni dei miei compagni, sacrificando temporaneamente la mia libertà di pensiero.
In tal modo, le mie reazioni sono MOLTO più rapide di quanto sarebbero di solito. Ciò che è superfluo nell’immediato presente viene scartato. Ma questa cosa…
… non mi piace per niente. E mentre abbandoniamo il rifugio e cominciamo a correre verso il nostro velivus…
Ethan… svegliati!
Me lo dico di colpo, riscuotendomi.
Pensa… pensa da te! Non farti assorbire dalla situazione… devi dominarla!
Sento che lasciarmi andare è molto pericoloso. Facile… comodo… ma è una rinuncia all’unica cosa su cui posso contare: la mia mente!
E infine, nel mio cervello si riaccende una visione della situazione. Il quadro generale mi diventa più chiaro, intanto che obiettivi e priorità tornano a emergere.
Il nemico è senza mezzo aereo. Noi lo abbiamo ancora. Abbiamo la superiorità di forza! Sì, era questo che stavano dicendo prima!
Centinaia di metri davanti a noi, i motori del velivus si accendono emettendo una luce azzurrina. Samuel deve aver intuito cosa accade.
Va bene… possiamo farcela!
«Veloci!» incita Antony.
Corriamo a tutta velocità lungo il fianco del colle. Il mio cuore batte all’impazzata: temo che da un istante all’altro un proiettile mi arrivi nella schiena stroncando la mia giovane vita.
Miseria, nella corsa sono fra i più veloci della mia classe! Non mi avranno!
Neanche finisco di pensarlo che, nel superare la collina, vedo sbucare dal lato opposto di questa due uomini in divisa. Antony e Dawn fanno fuoco verso i soldati, che però si coprono dietro una sporgenza rocciosa. Proviamo a superarli per continuare a correre verso il velivus, ma i nemici ci sono subito alle costole. Siamo ora allo scoperto, senza alcun riparo fra noi e i militari.
Maledi…
I gendarmi puntano delle pistole su di noi e spararono. Tuttavia, non sono proiettili quelli che vengono fuori, e nemmeno raggi, bensì delle specie di ganci connessi alle armi da lunghi cavi. Mi volto e tento di scartare per evitarne uno…
… ma non sono abbastanza veloce. Impattandomi sul petto, quella sorta di artiglio mi si aggrappa al vestito, lacerandone i tessuti. Subito sotto, mi afferra le carni.
In quell’istante…
«A…aaargh!»
… una scossa improvvisa attraversa i miei arti, facendomi contrarre i muscoli. Paralizzato, lascio cadere la pistola e crollo al suolo con un gemito disarticolato.

«Ethan!» esclama Dawn, fermandosi.
«No, Dawn!» grida Antony, tirandola via prima che l’altro soldato riprovi a colpirli.
A malapena mi accorgo di tutto ciò.
Non capisco nulla. Provo un male atroce mentre gli spasmi scuotono le mie membra. Piccoli archi elettrici bluastri balzano dal cavo dell’arma al mio corpo, avvolgendolo. Non dovrebbero esserci… non se quell’aggeggio è come le pistole elettriche terrestri.
La vista mi si sta annebbiando; non so se per la paura o per la scarica in sé, sto cominciando a perdere i sensi, risucchiato in un buio pieno di dolore.
No… è la morte?
Un immenso terrore si è impadronito di me.
Maledizione… se solo…
Riverso a terra, con fatica tendo la mano sinistra verso il militare che mi trasmette la scarica, il quale nel frattempo si è avvicinato.
In lui vedo il nemico. La minaccia alla mia incolumità… alla mia vita.
Se solo potessi colpirlo…
Alimentato dalla sofferenza, un istinto aggressivo mi ribolle dentro. Nel contempo, gli anomali fulmini che mi coprono crescono d’intensità intorno al braccio proteso… là concentrandosi. Poi, in un batter di ciglia, si materializza dalle mie dita: una saetta più grossa delle altre. Una che, istantanea, s’allunga nell’aria… per abbattersi sul soldato.
Un grido viene dall’uomo, mentre con un suono lacerante l’elettricità lo investe. Subito dopo, egli piomba a terra. Nel medesimo momento, un proiettile di Antony va a centrare il secondo militare, che cade a sua volta.
Di tutto questo, quasi non mi rendo conto. Non più avvolto dalle scariche, lascio ricadere il braccio sinistro. E rimango al suolo, esausto.
In un attimo, Antony e Dawn mi sono di fianco. I miei sensi vanno e vengono, per cui le voci e i volti dei due fratelli mi paiono appartenere a un luogo molto lontano.
«Ma… ha usato…?» sento dire alla ribelle.
«Non ora» la interrompe il vice brigadiere, togliendomi di dosso il gancio dell’arma elettrica.
«Ethan!» chiama lei. «Forza! Rimani con noi!»
Vengo sollevato da terra e trascinato verso il velivus. Odo le urla di altri soldati che sopraggiungono. Scuoto la testa, cercando di rimuovere lo stordimento, ma ciò mi provoca solo delle fitte dolorose al collo.
Me lo sono immaginato… prima… quando quel fulmine ha colpito il soldato? Gli ha sparato Dawn?
Saliamo a bordo. Io vengo fatto sedere, intanto che Samuel inizia le procedure di decollo. Prendiamo quota, allontanandoci dal frammento.
«Hanno le cariche esplosive» avvisa Antony. «Fa’ attenzione, Samuel».
«Ho visto i raggi… sono così ben equipaggiati?» chiede il fratello, manovrando sopra l’isola.
«Non dovrebbero, eppure… attenzione!»
Il velivus trema, mentre il rumore di un’esplosione giunge dall’esterno. Di colpo, vengo scagliato verso l’alto, e lo stesso è per Antony e Dawn, come me privi d’imbracatura.
«Cosa…? Il motore… merda!» urla Samuel.
Perdiamo quota rapidamente. Il pilota cerca di fermare la discesa, ma tutto ciò che ottiene è solo di rallentarla.
«Ci hanno colpiti con una carica esplosiva!» grida Antony, riuscendo a tornare al proprio posto.
«Non ci ha colpiti» ringhia il fratello. «Maledizione, non riesco ad abbandonare il magnetismo del frammento…»
La discesa dura ancora pochi secondi, poi con gran frastuono ci schiantiamo al suolo. Vincendo il dolore, afferro l’imbracatura, reggendomici per evitare di essere sbattuto sul soffitto. Al contraccolpo che segue, però, finisco inevitabilmente sul pavimento.
Un’ondata di puntini bianchi m’invade la vista quando il mio fianco destro si abbatte sul duro metallo.
«Dobbiamo uscire!» sento urlare ad Antony, malgrado un fischio molesto che mi riempie le orecchie. «Siamo facili bersagli!»
Provo ad alzarmi, ma crollo subito. Ci riprovo. Intanto, il vice brigadiere ha aperto il portello e preso a sparar fuori. Samuel barcolla verso di lui, mentre Dawn mi raggiunge e mi aiuta ad alzarmi. La ribelle ha un taglio sulla fronte, dal quale molto sangue le cola sugli occhi, costringendola a passarsi di continuo la manica sul volto.

«Fuori!» grida Antony.
Abbandoniamo il velivolo. Allora, capisco: siamo precipitati proprio vicino alle rovine, a neanche un centinaio di metri dal velivus avversario in fiamme. Tre nemici sparano contro di noi. O sono quattro?
Ma quello…?
Provo a schiarirmi la vista. C’è una grande figura fra i nemici: pare un’armatura nera, con sporgenze acuminate sulle articolazioni e un grosso fucile stretto fra le mani. Non si vede un solo tratto di corpo scoperto.
Lì dentro c’è una persona?
I Sanders ed io ci allontaniamo dal velivus, cercando di raggiungere un angolo dell’edificio dove poterci riparare. L’uomo in armatura, però, muove piuttosto in fretta verso di noi. Antony prova a sparargli, ma i colpi rimbalzano senza sortire effetti. Dal canto suo, il soldato corazzato punta il fucile e da esso scaglia un ampio raggio di luce. Antony viene quasi centrato, ed io sono sicuro che se colpito avrebbe perso gran parte del busto.
«Gettate le armi!» ordina il militare, la voce distorta dall’armatura.
Sotto la pressione degli attacchi nemici, siamo finiti con le spalle al muro dell’antica struttura. Ci hanno tagliato ogni via di fuga, e siamo completamente esposti. Qualsiasi riparo è troppo lontano per essere raggiunto prima di essere abbattuti.
Mi poggio alla parete delle rovine, spaziando con lo sguardo sulla scena. Il soldato in armatura è pochi metri davanti a noi. Atri due gendarmi sono nei pressi del velivus in fiamme, mentre l’ultimo repubblicano sta all’ingresso della costruzione. Io sono il più vicino sia ai resti dell’aeromobile nemico che all’entrata dell’edificio. Al mio fianco c’è Dawn, e a seguire i due fratelli.
Non si può fuggire…
Antony e Samuel buttano a terra le pistole. Dawn, invece, tiene in mano le sue. Ha una strana espressione, accentuata dal sangue che le cola sul viso: mi rendo conto che non è lucida.
«No, Dawn…» provo a parlarle.
La ragazza punta le armi e spara ripetutamente al militare in armatura. Di nuovo i proiettili rimbalzano sulla corazza, producendo scintille e rumori vibranti. In risposta al suo rifiuto di resa, il soldato rivolge il fucile verso la giovane, la quale lascia cadere le pistole e fa per sollevare un braccio.
La mayea… realizzo. Ma non farà in tempo…
Il mondo pare rallentare mentre Dawn tende il braccio per lanciare la mayea e il soldato punta l’arma contro di lei. La tragedia si forma nella mia mente prima ancora che abbia luogo nel mondo reale. E come alla ricerca di un modo per evitarla…
… i miei occhi roteano verso le fiamme che circondano il velivus avversario.
Il fuoco è energia.
Come qualcosa di estraneo che mi s’infila di prepotenza nella testa: così quel pensiero mi raggiunge. Le mie pupille vengono incantate dalle vampe. I battiti del mio cuore rallentano. Senza alcuna evidente ragione, penso al fulmine che mi ha colpito, e alle anormali scariche dalle quali ero avvolto poco fa. Poi, quasi mosso da intenti propri, il mio braccio sinistro scatta incontro alle fiamme a sì e no cento metri da me.
L’unica cosa che riconosco di ciò che mi fluisce dentro è una forte volontà di agire. Una che, ora, proietto all’esterno…
… in un desiderio d’impormi sulla realtà. All’inizio, un’immagine nella mia mente. Quindi, quasi fosse una premonizione… una visione concreta.
Come un’onda, il fuoco si alza: un cavallone di bruciante plasma. Con un ruggito, travolge i militari più vicini. Questi gridano sconcertati mentre l’incendio si riversa sui loro corpi.

Io stringo il pugno e giro il braccio verso il soldato corazzato. Una vampata parte dal velivolo distrutto, attraversando l’aria come un tentacolo in direzione del repubblicano. Prima di raggiungere il bersaglio, però, la brillante lingua incandescente si dissolve nell’aria.
È comunque sufficiente. Avvertendo il pericolo, il gendarme volge lo sguardo alla fiammata intanto che questa svanisce. Ciò lo rallenta quel tanto che basta per permettere a Dawn di completare la mayea.
«Ah!» grida la giovane, un lampo che le sprigiona dal palmo.
Una potente folata di vento sbilancia il nemico. Antony è fulmineo: raccoglie le pistole e corre verso il soldato corazzato. Gli è subito addosso, e punta le bocche delle armi alla giunzione fra elmo e busto. Due spari risuonano nell’armatura, e l’istante successivo il militare crolla al suolo, un gran clangore ad accompagnarne l’impatto.
I repubblicani investiti dalle fiamme urlano ancora, cercando disperatamente di liberarsi del fuoco. Rimane solo un gendarme in grado di nuocere, fermo vicino all’ingresso dell’edificio. Antony rivolge le pistole verso di lui.
«Mi arrendo!» grida quello, lasciando l’arma e levando le mani.
Il vice brigadiere lo scruta per qualche secondo. Poi, gli marcia incontro con una pistola alzata. L’ha quasi raggiunto quando un fascio di luce schizza fuori dal varco nella struttura.
Un raggio che, ne sono certo, arriva dritto addosso al giovane.

