Con un urlo di dolore, Antony indietreggia. È stato colpito? Così parrebbe.
Il soldato che si è arreso non era solo: ce n’era un altro nascosto!
«Antony!» grida Samuel, scattando ad aiutare il fratello.
Prima del pilota, però, a prendere l’iniziativa è Dawn. Velocissima, la ragazza corre per quei pochi metri che la separano dal luogo dello scontro. Il militare che ha finto di sottomettersi è piegato nell’atto di raccogliere il fucile quando il bastone della ribelle gli schianta il cranio.
Sussulto a tale scena. Ma non è finita.
Come una furia, lei rotea sul posto e getta l’asta all’interno dell’antico edificio, nella direzione dalla quale è giunto il raggio che ha centrato il vice brigadiere. Dalla mia posizione non posso vedere il percorso dell’arma, ma da un grido che segue intuisco che il nemico celato è stato colpito.
A quel punto, finalmente riesco a reagire. Pur ancora dolorante e disorientato, arranco dietro Samuel, raggiungendo Antony e Dawn. Oltre l’ingresso della struttura, il secondo soldato bersagliato dalla ragazza sta tentando di rialzarsi. Vicino a me, il pilota non attende un attimo: leva una pistola estratta da una tasca interna del mantello e spara al gendarme. Questo cade indietro, e non si muove più.
«Ah…» faccio, turbato.
Neanche il tempo di realizzare cos’è accaduto, che a seguire il ribelle punta l’arma verso il primo uomo abbattuto da Dawn. Questi è ancora a terra, inerme. Eppure…
BLAM!
… Samuel uccide anche a lui.
«Maledizione!» sbotta Antony, seduto al suolo a digrignare i denti.
«Dawn…» mormora il pilota, come a spronare la sorella ad andare dal vice brigadiere.
Intanto, si allontana in direzione del velivus in fiamme. Là, i soldati colpiti dal fuoco sono agonizzanti. Samuel è subito sopra di loro, e con due spari secchi fredda entrambi. Poi fa ritorno da noi.

Sto faticando molto a pensare… a valutare la situazione… a capire cosa è giusto o sbagliato. Il mio sguardo è fisso sul pilota, alla ricerca di non so nemmeno io cosa; di rimorso, magari, o dello stesso terrore misto ad orrore che io sento. Ma sul suo volto scorgo solo un’espressione rigida… feroce… una che mai avrei immaginato di vedergli fare.
Dentro di me, provo paura nei confronti di quel giovane finora sempre sorridente.
«Antony… aspetta, fa’ vedere» dice Dawn, cercando di levare la mano con la quale il maggiore dei Sanders si copre la ferita.
Il giovane ha una brutta ustione sul braccio sinistro. Per fortuna o per i suoi riflessi, il colpo l’ha preso di striscio. Però non è certo una lesione con cui scherzare.
Dal marsupio che porta al fianco, Dawn tira fuori una bottiglietta e delle bende. Samuel sfila un coltello dallo stivale e con esso recide la manica al vestito di Antony. La sorella versa il liquido della bottiglietta sulla bruciatura, quindi fascia il braccio.
Tali manovre mi sembra di vederle come attraverso uno schermo. Ma in verità, per quanto strano sia, io sono proprio lì: nel mezzo di quell’assurda scena.
Scopro di essermi accasciato all’entrata delle rovine. Ho il respiro affannoso, e il mio corpo è un fascio di dolore. Ma più di ogni cosa, sono sotto shock: sono appena morte delle persone. Dio, non mi era mai capitato di vedere dei morti… e ora, addirittura li ho visti uccidere davanti a me!
È successo davvero… tutto questo? È stato… è stato talmente veloce…
«Non sapevo fossi un mago».
Quasi sussulto all’udire tale voce. Senza che me ne accorgessi, Samuel mi ha raggiunto, mettendosi in piedi di fronte a me.
Per un attimo, ho l’impulso di ritrarmi davanti alla persona che ha appena ucciso senza esitare un sacco di soldati. Sulla sua faccia, quasi temo di vedere la stessa espressione che aveva poco fa.
Ma non noto nulla del genere. Sembra solo… guardingo? Perplesso?
Lo fisso con sguardo vacuo.
«Mago?» ripeto.
«Hai usato la mayea» asserisce il pilota.
«Io?»
«Mayea?» interviene Dawn.
Ha finito il bendaggio, e adesso si è girata verso di noi.
«Non ho visto i simboli dell’universo, in quel fuoco» afferma la ragazza, l’espressione confusa. «Non… poteva essere mayea».
Al che, come se nella concitazione l’avessi spinto da qualche parte sul fondo della mente… mi riemerge dalla memoria: al movimento del mio braccio, le fiamme…
Si sono… si sono animate?
«Ne parleremo dopo» taglia corto Antony, tirandosi su con un gemito. «Assicuriamoci che non ce ne siano altri all’interno».
«Ce la fai?» domanda il fratello.
«Ho ancora un braccio utilizzabile».
Mi rialzo. Il mio sguardo va all’incendio che, qualche minuto fa, si è mosso a investire i soldati.
Mayea… era mayea…? Una mia mayea?
Non riesco a pensare. Sono talmente stordito da afferrare senza riflettere una pistola che Samuel mi porge.
«Ethan, sei tutto intero?» chiede il pilota.
Bella domanda.
Mi fa male ogni singolo muscolo. Di sicuro il mio corpo è pieno di escoriazioni e lividi, dai quali irradia un dolore persistente. Inoltre, l’indolenzimento lasciato dal fulmine – che credevo ormai scomparso da diversi giorni – è tornato. Ma almeno, la vista e l’udito sono di nuovo normali.
Quanto alla mia mente… non so che cosa dire.
Eppure annuisco.
«Cerca di tener duro ancora un po’» m’incoraggia il pilota, battendomi una mano su una spalla. «Vai, forza».
Nel mio stato di torpore, inizio a seguire Antony e Dawn nella costruzione, entrambi ad armi spianate. Samuel, invece, resta a far la guardia all’ingresso.
L’interno è in penombra, ma da alcuni fori nelle pareti e nella volta entra abbastanza luce da permettere di guardarsi attorno. È un edificio piuttosto piccolo, costituito da un’unica stanza dall’alto soffitto. Tuttavia, alcune scale indicano che v’è un piano inferiore.
Non essendovi nulla qui, scendiamo lungo i gradini.
«Non si vede niente» mormora Antony.
Dawn alza le mani davanti a sé e sospira. Di fronte ai suoi palmi appare un simbolo giallo dal quale si propaga una forte luce. A tale scena, la mia mente pare riprendere in parte contatto con la realtà. Guardo bene la mayea: sembrerebbe che il bagliore origini da una sorta di lettera greca.
Che sia quello ciò che chiamano “simbolo dell’universo”?
Mayea… un fenomeno sul quale ancora non ho potuto indagare a dovere, malgrado in verità sia molto importante. Ora più che mai.
Ciò che ho fatto prima…
… era davvero questa specie di magia?
Al piano inferiore c’è solo un corto corridoio. Circospetti, lo percorriamo fino al fondo. Qui troviamo un piedistallo, che sporge da terra per poco più di un metro. Non c’è nessuno.
«Un soldato preso dall’esplosione del velivus, due morti mentre ci inseguivano, due bruciati…» enumera Antony. «Il corazzato l’ho ammazzato io, e poi c’erano i due all’entrata. Otto in totale. Già son troppi… a questo punto, non penso ce ne siano altri».
Barcollo nel sentire tutto ciò. Mi viene di nuovo l’affanno, e devo poggiarmi a una parete.
Nella mia mente appaiono dei flash dello scontro di poco fa.
«Ethan?» chiama Dawn.
È un effetto dato dalla luce fioca, o la ragazza è molto pallida?
Diamine… datti un contegno, Ethan mi dico. Non sei l’unico sconvolto.
«La mappa doveva trovarsi qui» asserisce Antony, indifferente al mio stato, tastando una conca semisferica posta in cima al piedistallo.
Il maltiano volge gli occhi al muro. Sulla pietra ci sono degli affreschi, scoloriti e poco visibili anche a causa della scarsa illuminazione.
«Guarda guarda… Dawn, puoi far luce qua?»
La ragazza si riscuote e avvicina il simbolo alla parete, cercando d’illuminarla meglio.
«Bene, signor filosofo… mi pare piuttosto chiaro quale sia la chiave. Ora tocca a te» dice Antony.
I disegni sul muro mostrano molte persone vestite all’antica, tutte tese nell’atto di indicare una serie di simboli sulla parete.
Faccio un gran sospiro per calmarmi.
Non pensarci… non pensarci, per ora. Dopo… protrai farlo dopo.
Sorprendentemente, riesco a scacciare i pensieri che mi agitano con relativa facilità; o meglio, li metto da parte, come un qualcosa che ancora non so bene neppure che forma abbia, per cui mi è impossibile elaborarlo sul momento. Lo so già… mi conosco: presto, ruminandoci sopra, essi mi pervaderanno in modo spietato e inesorabile, senza che io possa più evitarli. Ma almeno per adesso, finché m’impegno per rimanere ancorato al qui e all’ora, posso guadagnare tempo.
Così, tenendo sul fondo della mente le immagini di quanto è appena successo, osservo gli affreschi. Prima finisco il lavoro, prima potremo andarcene.
«Di preciso, che tipo di chiave cerchiamo?» domando.
«Eh?» replica il vice brigadiere.
«Voglio dire… è un codice o cosa?»
«Dovrebbe essere un numero».
«Un numero…»
Speravo in qualcosa di più rispetto a quel che mi ha già detto Archeos… visto cosa c’è qui.
I simboli sono, in realtà, dei cerchi vuoti e pieni. Questi sono posti uno di fianco all’altro in dieci lunghe file. Devono essercene cento o più.

Un numero…
La testa mi ronza mentre provo a capire. Ho la sensazione che ci sia qualcosa di familiare in quei circoli. Ma cosa?
«Quante cifre deve avere il numero? In che forma dev’essere?» chiedo.
«Non lo so».
In verità, non mi aspettavo una risposta. Sto solo esternando le domande che mi scorrono nella testa. Questo, intanto che avverto come un solletico sul fondo della mente; qualcosa sta cercando di ricollegarsi fra le mie memorie.
Cerchi vuoti… cerchi pieni… vuoto… pieno… esiste… non esiste… zero… uno… zero… uno!
Una scintilla. L’improvviso emergere di un concetto pienamente formato. Eccola, l’intuizione che s’incarna in qualcosa di comprensibile.
«Devo segnarmelo» dichiaro, la voce attraversata da un lieve tremito, frutto dell’eccitazione che segue all’illuminazione.
Dalla tasca della mantella prendo un diario e una matita, e comincio ad annotare il codice.
«Non lo capisci?» chiede Antony.
«Forse posso decifrarlo, ma dovrò parlarne con Archeos».
Ci vuole un bel po’, anche perché devo ricontrollare più volte di non fare errori visto il numero di cerchi sulla parete. Quando ho terminato di segnare, chiudo il taccuino e lo metto via.
«Finito» annuncio.
«Allora…»
Antony piazza sul muro una scatolina metallica e pigia un pulsante che vi sta sopra.
«Converrà correre» dice.
Presagendo esattamente cosa sta per accadere, metto da parte la fiacchezza dalla quale sono ancora pervaso. Tutti e tre scattiamo verso le scale, e da là al piano superiore. Raggiungiamo Samuel, che a un gesto del fratello si unisce a noi.
Quando abbiamo distanziato l’edificio, il boato di un’esplosione viene da esso. Una nube di polvere emerge dall’ingresso, spandendosi sull’erba.
«Immagino abbiate trovato la chiave» commenta il pilota, fermandosi con noi.
«Così dice il filosofo» annuisce Antony.
«Io, invece, ho capito come mai siamo venuti giù» ci informa Samuel, indicando i cadaveri dei soldati. «Armi a carica neutralizzante la mayea. Hanno messo fuori uso il kemadra».
«Stai scherzando? Perché erano tanto equipaggiati?»
«A quanto pare, le forze militari della Repubblica stanno raggiungendo un nuovo livello» suppone il fratello. «Spero che genieri e filosofi si sbrighino a trovare un modo per contrastare tutto ciò, o non ci vorrà molto perché ci spazzino via».
«Com’è messo il velivus?»
«Ho ritirato l’ala inferiore prima dell’impatto. Se lo schianto non l’ha danneggiato troppo, dovrebbe funzionare. La neutralizzazione della mayea dura poco tempo».
«Bene… vai a vedere di rimetterlo in sesto. Voi, invece, aiutatemi a raccogliere le armi di questi qua» ordina Antony.
«A cosa ci servono?» chiede Dawn.
«Un regalino per i nostri genieri, sperando che ce ne forniscano di simili quanto prima».
Pochi minuti dopo, siamo a bordo del velivus. Il mezzo si risolleva senza problemi, per puntare di nuovo verso la Epos.
Saldamente legato al sedile, sospiro lasciandomi andare all’assenza di gravità. Poi, in un lento gesto mi porto la mano sinistra sotto gli occhi.
Intanto che, come previsto, i dubbi scacciati poco fa tornano ad emergermi nella mente…
Archeos… ho bisogno di parlargli.

