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Epos (Maltia)
5 novembre 2355
15° giorno di Ethan a Tersain
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Che disastro.
Tale pensiero attraversa, con un misto di sconforto e fastidio, la mente di Ehliana intanto che entra in uno degli studi – rigorosamente non ufficiali – di Archeos. Su una scrivania che dovrebbe essere comune a più persone, ma della quale il filosofo si è appropriato, sta disseminata una marea di fogli in disordine.
Giuntavi davanti, sola, la giovane si guarda in giro, a caccia di un documento in particolare chiestole dall’anziano. L’impresa le richiede uno sforzo non da poco, poiché per quanto sovente abbia a che fare col disordine di Aimond Lacelet, lei stessa si trova molto a disagio nel caos.
L’unica cosa che la agevola è il fatto che, col tempo, ha imparato a riconoscere una sorta di schema nel modo in cui l’uomo sceglie di sparpagliare le carte. Dunque, ha iniziato anche a capire istintivamente dove andare a cercare.
Non è comunque un’esperienza piacevole.
Dove l’avrà messo?
Mentre sposta una pila di fogli, l’occhio le cade su un documento con un grosso timbro nero sopra. Il marchio recita a caratteri cubitali: classe gamma.
Non è possibile… almeno questi non deve lasciarli in giro!
Di sicuro si è trattato di un errore, giacché il filosofo sa bene che quel tipo di cose sono da tenere nascoste alla maggior parte dell’equipaggio. Compresa Ehliana, a dire il vero.
Lei prova, quindi, a non leggerne il contenuto… ma le è molto difficile, una volta che ce l’ha davanti agli occhi. Così, la nota: una scritta ben sottolineata con una penna.
Per essere precisi, si tratta di due parole…
Ethan Knight?
Gli occhi le si sgranano appena. A quel punto, tutte le sue buone intenzioni vengono meno. Questo perché non si aspettava affatto di trovare quel nome su un documento tanto riservato.
Lui… ma chi diavolo è?
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Stesso luogo
Meno di un’ora dopo
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Mi trovo nello iatreo della Epos. Seduto su un letto a petto nudo, sto aspettando che Hoping – un filosofo sui trent’anni specializzato nella medicina – finisca di tastarmi i muscoli. Ben in risalto rispetto ai capelli, neri e tirati indietro a parte qualche ciuffo, i chiari occhi azzurri dell’uomo scorrono veloci a valutare le mie condizioni.
Alla fine della visita, il ribelle commenta:
«Nessun danno serio, si direbbe. Pochi giorni, e ogni dolore passerà».
Non rispondo. Tengo lo sguardo sul pavimento, assorto da molti pensieri. Certo, il mio stato di salute mi preoccupa, ma non è che una delle tante sfaccettature dell’angoscia che mi pervade al momento.
«Hoping» dice qualcuno, avvicinandosi. «Ci penso io. Con lei ho finito».
Ehliana, la filosofa allieva di Archeos, è entrata nella saletta ambulatoriale dove Hoping mi sta curando. Fino a poco fa si è occupata di Dawn in un’altra stanza dello iatreo. La ragazza se l’è cavata meglio di me, ma ha comunque diverse contusioni e il taglio sulla fronte.
Samuel ed Antony, invece, hanno già ricevuto le cure, per poi andare a far rapporto.
«Come vuoi» acconsente Hoping, sfilandosi i guanti. «Resta solo da medicarlo».
Il filosofo esce dalla stanza, lasciando me ed Ehliana soli. Avvicinandosi a me, lei chiede:
«Ti ha colpito una ilectron gun, vero?»
Annuisco. Hoping mi ha spiegato che si tratta di un’arma utilizzata per immobilizzare il bersaglio senza ucciderlo… purché non la si usi troppo a lungo e con troppa potenza. Come supponevo, non deve trattarsi di un dispositivo molto dissimile dalle pistole elettriche terrestri.
Ehliana posa su un carrello medico vicino a me una cassetta piena di bende e altro materiale da medicazione. Poco dopo, comincia a stendere una crema lenitiva sui miei lividi e sulle ustioni.

«Qui dentro c’è un po’ dell’antibiotico che ci hai insegnato a produrre» spiega la filosofa. «Visto quant’è efficace, cerchiamo di usarlo su vasta scala».
Immerso nelle mie preoccupazioni, all’udire qualcosa che non mi torna finisco per dar voce ai miei pensieri senza addolcirli con la dovuta cortesia.
«Non dovreste» la ammonisco distrattamente. «Se lo somministrate anche quando non è proprio necessario, aumentano le possibilità che i batteri sviluppino una resistenza».
«I ravdos? Oh…» si stupisce ella. «Non lo sapevo».
Mi stringo nelle spalle.
«Ma sai… volevo parlarti» dice Ehliana. «Il tuo antibiotico è davvero miracoloso. Non pensavo ci fosse un medicinale in grado di contrastare così bene il tetanos e quelle altre malattie».
Le presto solo vagamente attenzione.
«Dov’è Archeos?» chiedo.
«Penso sia col capitano» risponde la giovane. «È probabile che venga qui quando avrà finito».
Starà ascoltando pure lui il rapporto di Samuel ed Antony.
Rimaniamo in silenzio mentre la filosofa comincia a medicare i tagli e a bendarmi.
«Uhm…» mormora Ehliana.
La osservo. Che vuole, adesso?
«Perché non vieni anche qui nello iatreo ad aiutare nelle ricerche?» chiede la giovane. «Ci sono tante malattie che non possiamo curare. Magari…»
«Per il tipo di conoscenze che ho, Archeos mi ritiene più adatto ad altri ambiti» spiego.
«Capisco» fa lei, terminando di assicurarmi una benda sulla vecchia ustione al polso. «Però…»
«Ethan Knight?»
Un uomo si è affacciato sull’ambulatorio.
«Sono io» dico.
«Il capitano ti vuole da lui quanto prima» comunica l’uomo. «Ehliana, a che punto sei?»
«Ho… finito» risponde la filosofa, il tono un po’ deluso. «Ethan… nei prossimi giorni non agitarti troppo. E vieni a farti controllare, domani».
Indosso una maglia e scendo dal letto.
«Grazie» mi congedo dalla donna.
E seguo l’uomo nella zona centrale dello iatreo. Lì in attesa c’è Dawn. Young vuole anche lei.
«Tutto bene?» mi chiede la ragazza.
Una benda le cinge la fronte.
«Non mi lamento» rispondo, per quanto ciò valga solo dal punto di vista della mia salute fisica. «Dopo un incidente aereo, sono fortunato a riuscire ancora a camminare».
«L’ho detto: Samuel è un bravissimo pilota» afferma Dawn. «Se ai comandi ci fosse stato un altro, poteva finire molto peggio».
Seguiamo l’uomo lungo i corridoi della Epos, in direzione della stanza del capitano. Visti i dolori in tutto il corpo, cammino in modo un po’ stentato, ma cerco di nascondere la cosa.
«Ethan» mi si rivolge la ragazza a un certo punto. «Cos’è che hai fatto, quando eravamo in missione? Quando hai… mosso il fuoco, e…»
«Non lo so» rispondo, prima che ella finisca. «Non so nemmeno se ho davvero fatto qualcosa».
«Ma pareva che fossi proprio tu, con la tua mano, a indirizzare le fiamme e l’ilectron».
«L’ilectron?»
«Quando ti è uscito un fulmine dalla dita… mentre ti colpiva l’ilectron gun».
Non me l’ero immaginato, quindi: anche lei l’ha visto accadere.
«Non ho ricordi precisi di quei momenti» asserisco. «Ho agito d’impulso… l’adrenalina mi ha dato alla testa. Devo confrontarmi con Archeos per capire».
La ribelle annuisce senza aggiungere altro.
Forse dovrei parlarle più gentilmente… sono piuttosto brusco, da quando abbiamo lasciato quel frammento.
Ma c’è poco da fare. In pochi minuti ho dovuto rivolgere un’arma contro qualcuno… e combattere con persone armate pronte a uccidermi. Ho subito una tortura elettrica, sono scampato a uno schianto aereo, ho visto gente ammazzarsi a vicenda… e poi, quegli assurdi fenomeni cui paio aver dato luogo.
Ho bisogno di tempo per metabolizzare tutto ciò.
Giungiamo alla stanza del capitano. Quando entriamo, vi troviamo Martin Young, Archeos e i fratelli Sanders.
«Ethan» mi accoglie il filosofo, in piedi vicino alla scrivania del capitano. «Come stai?»
Scrollo le spalle, incapace di trovare una frase per descrivere il mio stato.
«Mi spiace tu sia rimasto coinvolto nello scontro» dice il leader della nave, seduto al suo posto. «Non era previsto che dovessi combattere, ma la scelta di Antony di farti partecipare è stata dettata dalla situazione critica».
Archeos sembra guardarlo male. Non si direbbe favorevole all’idea che anche un filosofo possa essere trascinato in un conflitto a fuoco.
«Si trattava di un recupero importante» insiste Martin Young, senza ricambiare l’occhiataccia. «A quanto pare, dopo il furto della mappa la Repubblica cerca a sua volta indizi riguardo Energheia. Arrivando più tardi, forse avreste trovato molti più soldati».
«O peggio ancora, soltanto le macerie di quelle rovine» aggiunge Archeos, che almeno su questo punto pare costretto a trovarsi d’accordo.
Annuisco. In verità, non mi sento di avercela con qualcuno per quel che è successo. Certo, Antony non doveva trascinarmi in battaglia… ma ora che è tutto finito, più che sulla ricerca di colpevoli sono portato a fare ordine fra ciò che da tanto caos è derivato.
«C’erano otto nemici invece che i sei trasportabili da un velivus» osserva Dawn.
«Forse era un nuovo modello» ipotizza Martin. «Non penso, però, che per la Repubblica sia la norma equipaggiare in tal modo una semplice unità di pattuglia».
«Figuriamoci!» esclama il filosofo. «Armi a raggi, cariche esplosive, cariche neutralizzanti la mayea… hanno solo fatto un grosso investimento per recuperare Energheia».
«Ma è evidente che stiano compiendo grandi passi avanti in campo bellico» considera Antony.
«Sì… dobbiamo adottare giuste contromisure» annuisce Young. «Ethan… che ci dici della chiave?»
«La chiave…» ripeto io, prima di ricordare. «Sì…»
Pian piano, la mia mente ricomincia ad ingranare.
«Vicino al luogo dove si trovava la mappa c’era un dipinto raffigurante una sorta di codice» spiego. «Era una sequenza di cerchi, alcuni pieni, altri vuoti. Penso possa essere codice binario».
«Codice binario? E cos’è?» chiede Archeos.
«A seconda dei casi, è un modo di esprimere un’informazione o di effettuare dei calcoli» illustro io. «Non starò a perdermi in dettagli… non li so neanch’io. Diciamo che ognuno di quei cerchi rappresenta un valore: zero o uno. Credo che quelli vuoti indichino lo zero, mentre quelli pieni l’uno. Insieme, potrebbero costituire un numero in un’altra forma, come quella decimale…»
Il capitano alza una mano a interrompermi.
«Stringendo?» domanda.
A quanto pare, più delle minuzie gli interessa il risultato.
Prendo dalla tasca il diario sul quale ho annotato il codice. Lo apro e osservo la sfilza di zeri e uno con la quale ho riprodotto i cerchi.
«Archeos» chiamo. «Come dev’essere la chiave?»
«Ci serve un numero composto da 32 cifre» risponde il filosofo.
Trentadue… qui ci sono 160 cifre. Dividendole per 32 ottengo 5… che è il numero di cifre binarie necessario per rappresentare 32 valori distinti.
Sinuosi, i concetti mi scorrono nella mente, con una naturalezza incredibile considerate le mie condizioni tutt’altro che ottimali.
Forse si tratta di numeri proprio in quella base. Quand’è così…
I presenti rimangono in silenziosa attesa mentre provo a interpretare il codice.
«I Profeti Stellari che sistema di numerazione usavano?» domando.
«Avevano una loro simbologia» asserisce Archeos. «Cosa ti serve sapere?»
«Il numero 32 aveva un significato particolare, per loro?»
«Mmmh… credo fosse il numero raggiunto il quale usavano una nuova cifra per indicare un valore. Che è quanto facciamo noi passando dal 9 al 10…»
«Ho capito» annuisco.
È come pensavo.
«Ci vorrà un po’… massimo un’ora» dichiaro. «Se mi date il tempo, farò in modo di darvi la chiave… ammesso che abbia capito bene come interpretare i numeri».
Meglio smorzare le mie promesse. Non voglio deludere nessuno.
«Prego» m’invita il capitano, facendo cenno di procedere.
«Ethan… andiamo» dice il filosofo, alzandosi. «Vediamo di ottenere questo codice».
◊◊◊
Io e Archeos ci siamo spostati in un piccolo laboratorio. È costituito da una sola stanza con alcuni tavoli e sedie, e al momento lì non c’è nessuno, così noi due possiamo lavorare in pace.
Sto pian piano convertendo il codice binario in numeri in base 32, che il filosofo poi associa al sistema di simboli numerici utilizzato dai Profeti Stellari.
«Ethan» mi si rivolge a un certo punto l’uomo. «Fermiamoci un attimo».
Levo gli occhi dal foglio sul quale sto scrivendo i numeri ottenuti.
«Come mai?»
«Sei chiaramente turbato» afferma Archeos. «Me ne vuoi parlare?»

Come immaginavo, si nota parecchio. Non che mi stia sforzando di nasconderlo, ma…
Abbasso lo sguardo.
«È solo che… non sono abituato a tutto questo» vuoto il sacco. «Essere portato a combattere una guerra… e poi osservare quel che accade in combattimento».
Ci sono molte cose che mi passano per la testa, e sono sicuro che col giusto tempo potrei parlarne in modo ordinato come vorrei…
«Ho visto Samuel, che si solito sembra tanto gentile, uccidere senza esitazione dei soldati quasi inermi. Ho rischiato la vita… Dawn è arrivata a perdere la testa».
… ora, però, non riesco a far altro che far uscire i pensieri in modo caotico, in base a come mi vengono in mente.
Eppure, ad Archeos sembra bastare per afferrare il concetto.
«Ethan… è per tutti così» asserisce. «E per te, che hai un animo… gentile e non sei stato temprato alla battaglia, è anche peggio. Ma non credere che per Samuel, o Antony, per quanto fiero possa apparire, sia stato facile. Pure loro hanno provato ciò che tu senti adesso. Forse più di te, avendo dovuto uccidere».
«Io… ho praticamente ucciso» replico.
Il mio respiro accelera mentre ricordo. Non mi viene di alzare lo sguardo, quasi mi vergognassi.
«Ho… fatto qualcosa. Il fuoco… non so come…»
«Calmati» dice l’anziano, posandomi una mano sulla spalla. «Mi hanno riferito».
«Io… non so… l’ho davvero fatto io?» chiedo, smarrito. «Io non so come…»
«Quando arrivasti qui, hai assicurato di non saper usare la mayea» afferma il filosofo. «Era la verità?»
«Certo…» mormoro, le mie emozioni talmente scombussolate che nemmeno mi preoccupo all’idea che mi prendano per un bugiardo.
«Allora, è una cosa recente» constata l’anziano. «Non è poi così raro saper adoperare la mayea. Qualcosa come l’80% delle persone, impegnandosi, può arrivare a usarla. Magari, però, tu fai parte di quella percentuale ben più bassa che ci riesce con naturalezza… e l’hai manifestato ora».
«Ma io non appartengo a questo mondo!» prorompo, levando infine gli occhi a guardare il maltiano. «Io sono della Terra! Lì non ci sono magia, mayea o cose simili».
Archeos sta zitto alcuni secondi, pensoso. Ansimo lievemente: il disagio accumulato fino ad ora sta sfogandosi adesso.
«Dawn dice di non aver distinto i simboli dell’universo in ciò che hai fatto» considera l’uomo, massaggiandosi il mento. «Ma tutti hanno visto come il fuoco, e forse anche l’ilectron, hanno risposto ai movimenti del tuo braccio. Indagheremo, Ethan. Vedrai: capiremo cos’è accaduto».
Deglutisco, tornando a scrutare il foglio sul quale sto annotando il codice.
Io non sono ferrato in matematica penso a un tratto. Come diavolo sto facendo calcoli simili?
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Stanstead St Margarets (Inghilterra)
5 novembre 20XX
15° giorno dalla scomparsa di Ethan
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La famiglia Knight siede a tavola per cenare. Benché all’apparenza sembri tutto normale, uno dei posti a capotavola è vuoto.
Ethan Knight, il maggiore dei figli, manca ormai da più di due settimane.
I restanti membri della famiglia tentano di conversare di argomenti leggeri, ma come sempre finiscono per ricadere sul primogenito scomparso.
«Possibile sia scappato?» domanda Eve Wood, la madre del ragazzo, forse per la terza volta negli ultimi giorni.
«Non ha senso» risponde ancora una volta Adam Knight, come se ormai quello fosse divenuto un rito. «Potrebbe essersi allontanato; se davvero l’ha colpito un fulmine, è possibile che l’abbia confuso».
«Magari ha perso la memoria?» ipotizza Jason.
«Chi lo sa…»
Il citofono suona. Adam ed Eve si guardano, pensando insieme la stessa cosa. Quindi, si alzano all’unisono e vanno alla porta.
Quando la aprono, si trovano davanti due persone.
«Buonasera» saluta uno dei due, un uomo con la coda di cavallo e il pizzetto.
«Salve» dice l’altra, una donna occhialuta coi capelli che le arrivano giusto alla base del collo.
«Buonasera» risponde Adam Knight, teso.
Si aspettava di vedere qualcuno in divisa, non certo quelle persone vestite sì in modo formale, ma all’apparenza non delle forze dell’ordine.
«Siete Adam ed Eve Knight?» chiede l’uomo.
«Sì» annuisce Eve. «E voi?»
«Perdonate il disturbo» si scusa la donna con gli occhiali. «Siamo Susan King e Nathan Yates».
L’uomo con la coda esibisce un biglietto da visita.
«Vorremmo parlare con voi riguardo a vostro figlio Ethan».


