Energheia – Capitolo 22: Mayea

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Epos (Maltia)

5 novembre 2355

15° giorno di Ethan a Tersain

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Nella stanza del capitano della Epos, insieme a Martin Young sono riunite le ormai solite persone: la famiglia Sanders, Archeos ed io. Il capitano scruta il foglio sul quale sono scritti i risultati ottenuti dal filosofo e da me. Una fila di figure, rappresentanti le cifre dei Profeti Stellari, indica il codice che dovrebbe dare accesso alla mappa per raggiungere il manufatto Energheia.

«Non posso che fidarmi di voi» dichiara Martin Young, restituendo il documento. «Inseriscili e vediamo che succede».

Archeos prende la sfera dorata contenente la mappa. Gli anelli che la attorniano sono composti da numerosi cerchi, che possono essere girati come le manopole di una cassaforte. Il filosofo ci traffica, lanciando di continuo occhiate al foglio con la “combinazione” da usare. Visto il numero di cifre, è facile che sbagli.

«Bene» dice, quando ha finito. «Che Dio ce la mandi buona».

Chissà se parla del mio stesso Dio mi domando oziosamente.

Non ho indagato sul sistema religioso di Maltia, dunque non ho idea di quanto possa somigliare a quelli a me familiari. A pensarci, potrebbe essere interessante scoprirlo.

Un’altra volta… il tempo non mi mancherà. Ora, la priorità è…

Archeos schiaccia un pulsante sulla cima della sfera. Con uno scatto, l’oggetto si spacca lungo le linee che lo solcano come crepe. Quindi, si alza qualche centimetro sopra il palmo dell’uomo, per dividersi in tanti pezzi che fluttuando si dispongono su vari strati a formare un globo incompleto.

«Somiglia alle nostre mappe tridimensionali» commenta il capitano.

«Sorprendente» dice il filosofo. «Non credo usi la mayea. Come fanno, le sezioni, a muoversi in modo così… controllato?»

Come chiunque nella stanza, sono piuttosto impressionato. I vari frammenti di quella sfera devono essere ricollegabili alle isole di Tersain. Probabilmente non sono tutte, ma solo alcune dal significato particolare.

Archeos dev’essere dello stesso parere.

«È ovvio che si tratta di una rappresentazione non realistica» giudica. «A parte il continente fluttuante e alcune super-isole, non ci sono così tanti frammenti di simili dimensioni».

«La cosa non ci aiuta» osserva Martin Young. «Come facciamo a interpretarla?»

«È solo uno dei problemi» asserisce l’anziano. «Dobbiamo anche individuare l’isola di nostro interesse. Questi devono essere i luoghi ritenuti importanti dai Profeti Stellari. Ci sarà un modo per capire a cosa devono tale rilevanza?»

Mentre Archeos comincia a borbottare fra sé, il capitano si rivolge al resto dei presenti.

«Ottimo lavoro a tutti» si congratula. «Ora sta ai filosofi darsi da fare… però, Ethan, tu puoi riposare un po’. Hai fatto più di quanto ti si poteva chiedere».

Di norma mi schernirei, imbarazzato nel ricevere simili parole, ma ora non sono proprio dell’umore adatto. Così annuisco e, insieme ai Sanders, abbandono la stanza.

Subito imbocco un corridoio che mi separa dagli altri.

◊◊◊

Poco dopo, sono sul ponte di coperta, come – per quanto ne so di gergo navale – si chiama il pavimento esterno che corre lungo la sommità dell’intera nave. Le braccia posate sul parapetto, osservo il cielo sconfinato che circonda il vascello in ogni direzione. Alcuni piccoli frammenti deserti fluttuano nella distanza, coperti a tratti dalle nubi. Stormi di volatili si muovono dall’uno all’altro, cambiando inclinazione in base alla gravità soggettiva di ciascuna isola. Il sole va scomparendo nel suo insolito tramonto, e il cielo ha ormai assunto delle surreali tinte rosa e viola.

Sto cercando di far lavorare la testa. Vorrei seguire una qualche riflessione logica, ma i miei pensieri continuavano a sfaldarsi senza comporre alcun filo, per cui tutto ciò che ottengo è una persistente sensazione di angoscia. In genere, riflettere mi salva dalle emozioni negative, ma ora proprio non ci riesco.

Devo solo trovare una distrazione. Poi sarà il tempo a cancellare la negatività, come sempre. In condizioni normali mi metterei a leggere un bel libro, ma stavolta dubito servirebbe a qualcosa.

In vari punti della nave, l’equipaggio si dà da fare per assicurare la tenuta del vascello ed eseguire la manutenzione dei numerosi cannoni su di esso. Io non presto ascolto alle grida con le quali si coordinano. Piuttosto, comincio a sottopormi a una serie di prove di calcolo matematico. Il disappunto che immagino emerga dal mio volto si accentua man mano che aumento la difficoltà.

Sono senza dubbio migliorato nel fare i conti. Ma non solo: la mia memoria è più buona di un tempo. Ricordo un sacco di informazioni che credevo di aver dimenticato dopo i test.

A scuola non sono particolarmente brillante: mi limito a galleggiare qualche voto sopra la sufficienza. Ciò non dipende dalle mie abilità, quanto da un limitato interesse per lo studio. Ma anche così, la mia situazione scolastica sarebbe stata ben diversa se avessi avuto simili facoltà. È evidente che mi è successo qualcosa, però non riesco proprio a capire la natura del cambiamento.

«Ma insomma!»

Qualcuno mi colpisce sulla schiena… in realtà, mi pare quasi una spallata. Sobbalzo sorpreso, e mi volto. Davanti a me trovo Dawn, che mi osserva con un sorriso che le va da un orecchio all’altro.

A parte la benda sulla fronte e qualche graffio, sembra di nuovo in perfetta forma.

«Ci provi gusto a deprimerti, o sbaglio?» mi chiede la ribelle. «Hai sempre il muso lungo».

Beh, questo non è vero. Cioè, spesso sono meditabondo, ma di qui ad affermare che sono sempre triste…

«Con quel che è successo…» faccio per dire.

«E allora?» replica la giovane, senza permettermi di finire. «Va bene, la missione ha avuto risvolti imprevisti… ma ora siamo tutti qui al sicuro con ciò che ci serviva. Abbiamo anche del tempo libero: sfruttiamolo, no?»

Prima era un po’ scossa, ma ora parrebbe essersi ripresa… beata lei.

Potrebbe non sembrare, ma sono contento di tale recupero. Vederle perdere la compostezza durante la spedizione non è stata una bella esperienza.

«Cosa c’è da fare nel tempo libero, su questa nave?» domando.

«Mmh…» mormora Dawn, pensandoci su. «Ho un’idea: quanto sei indolenzito?»

Effettuo una rapida valutazione. Se dovessi rappresentare le mie condizioni sui comandi di un non ben specificato velivolo, diverse spie sarebbero sul giallo.

«Un po’» concludo. «Non vorrai mica lottare di nuovo, eh?»

«Era ciò che avevo in mente… al riguardo sei messo male, mi sa, e ti servirebbe un po’ più di capacità combattiva, se capitano ancora situazioni come quella di oggi» afferma la ribelle.

«Contro le armi da fuoco?» chiedo io, alzando le sopracciglia.

«Guarda che non ci sono solo quelle» dichiara lei. «Molti reparti dell’esercito repubblicano usano ancora le armi bianche. La pattuglia di oggi non le aveva, ma…»

«Aspetta» faccio, alzando una mano. «Armi bianche?»

«Di solito spade… qualcuno anche le lance» precisa la giovane.

«Non pensavo si impiegassero ancora, qui a Tersain» osservo.

«Beh, le armi a proiettili ed esplosive le stanno pian piano soppiantando» concede Dawn. «Anzi: ormai le armi mayeutiche sono fra le più utilizzate. Di recente sono pure saltati fuori i cosiddetti armamenti energetici, ma per ora sono poco diffusi».

Questo è interessante. Mi ero chiesto cosa fossero i raggi di luce emessi dalle armi dei repubblicani. Doveva trattarsi o di mayea o di qualcosa simile ai laser.

Intanto che la mia curiosità viene stimolata da tali informazioni, sento la cupezza che mi pervadeva poco fa cominciare a scemare.

«Senti» dico, decidendo di cogliere l’occasione. «Mi spieghi per bene come funziona la mayea?»

La ribelle sorride.

«Ti piacciono proprio le cose serie, eh?» commenta. «Molto bene. Ti sono venuta a cercare sperando di distrarti, e se questo servirà…»

Veramente? Cioè… gentile da parte sua. Alla fine, malgrado avesse già i suoi problemi, è arrivata in mio soccorso.

«Cosa vuoi sapere, in particolare?» domanda ella.

«Tutto: dalla A alla Z» rispondo io. «Vorrei capire una volta per tutte cos’è e come agisce».

«Dall’alfa all’omega? Sarà difficile, però ti posso dire le basi» acconsente lei. «Ma andiamo dentro, qui comincia a fare troppo freddo».

◊◊◊

Dawn mi conduce in quella che definisce come una sala per le esercitazioni. È una stanza inusualmente grande rispetto alla maggior parte delle altre. A quanto pare, è utilizzata per gli allenamenti di combattimento da mischia.

«Allora» comincia la ragazza. «Come ti dissi, la mayea è la tecnica per leggere e usare i simboli dell’universo. Sai cosa sono?»

«Sarebbero… le lettere che appaiono quando sfrutti la mayea?»

«Sì e no. Essi sono rappresentazioni di ciò che esiste o può esistere: in sostanza, concetti assoluti legati alle cose. Aria, acqua, terra e fuoco hanno dei simboli generici… ma pure il vento ne ha uno. Anche l’aria che ora si trova in questa stanza ha un simbolo tutto suo. La mia mano ne ha uno, che è diverso da quello della tua mano. Tu stesso hai un simbolo che ti distingue da chiunque altro. L’universo intero ha un unico simbolo che lo identifica. Mi segui?»

«Mmmh…» mugugno, pensoso. «Paiono quasi le funzioni d’onda della fisica quantistica…»

«Eh?»

«Non ne capisco granché, ma nel luogo da cui vengo la scienza dice che ogni cosa è descrivibile da una sorta di formula. Di solito è un concetto riferito a entità molto piccole, ma dovrebbe essere applicabile a qualunque livello di grandezza».

«Non sono sicura di ciò che hai detto, ma sarà una filosofia simile» annuisce Dawn. «Allora, diciamo che tutto ha un simbolo a rappresentarlo. Questi hanno duplice natura: sono un’astrazione, come un nome, ma al contempo sono l’oggetto in sé; infatti, agendo sul simbolo si sta agendo sull’oggetto. La mayea fa proprio questo: consente di leggere il simbolo, ergo d’individuarlo e interpretarlo, e ne permette l’uso, apportandovi cambiamenti tali da alterare l’oggetto. Se ne può modificare la forma, spostarlo, addirittura mutarne la natura… tutto agendo tramite un’astrazione, ovvero il simbolo col quale rappresentiamo l’oggetto. Chiaro fin qui?»

«Più o meno».

«Bene».

Dawn si volge verso il centro della sala.

«Ah!» esclama, puntando la mano davanti a sé.

Il solito lampo di luce viene dal palmo di lei, e con esso una folata di vento spazza la stanza.

«Questa è una mayea d’aria piuttosto “rozza”» spiega la ragazza. «In pratica, ho agito sul simbolo dell’aria come concetto generale, ma abbattendo i risultati sull’aria di fronte a me. È paragonabile al gridare “bimbo” in una stanza piena di bambini. Probabilmente, in molti si volteranno a guardarti, ma sarà il tuo sguardo a far capire a chi ti sei rivolto davvero. Di certo meno efficace che chiamare il nome del bambino stesso, ma c’è poco da fare: se non lo conosci, bisogna ricorrere a metodi alternativi. Non è facile leggere i simboli dell’universo, dunque bisogna un po’ affidarsi a quelli già noti».

«Però non ho capito… perché, quando usi la mayea, si materializza il simbolo?» chiedo. «E perché sembra una lettera del tuo alfabeto?»

«Come ho detto, il simbolo è in parte un’entità astratta» asserisce Dawn. «Così come il suono di un nome può essere scritto in vari alfabeti, parimenti un simbolo dell’universo è raffigurabile in modi diversi. Noi di Maltia ci serviamo di una simbologia a noi nota: le lettere dell’alfabeto, i numeri, i segni matematici, o persino delle figure. In un’altra nazione ci saranno simboli diversi».

«Quindi… sono rappresentazioni soggettive del simbolo stesso».

«Esatto. Riguardo al perché appaiono, dipende dal legame che si crea fra mente e simbolo. La mayea si basa essenzialmente su un pensiero, che viene aiutato a formarsi con una serie di sistemi: per lanciare la mayea di prima, focalizzo nella mente l’effetto e il simbolo, aiutandomi a definirne direzione e forza col posizionamento delle braccia e un grido. Qualcun altro, magari, userà metodi diversi a lui più congeniali. Ciò che non cambia è il legame che s’instaura fra mente e simbolo. Il pensiero si converte in un’azione sul simbolo, e un passaggio intermedio di tale processo è il visualizzarsi della rappresentazione soggettiva del simbolo. Attenzione: non è una materializzazione. Tu vedi il simbolo, ma esso non è materialmente presente. È la tua mente che viene influenzata, come una sorta di effetto collaterale. E accade a chiunque assista alla mayea».

«Oh… quindi, se cerco di fotografare quel simbolo, nella foto esso non risulterà?» chiedo, più a me stesso che a Dawn.

«Foto…che?»

«Niente, non è importante» dico. «Va bene. Dunque è per questo che quanto ho fatto oggi non ti è sembrato opera di mayea: non sono apparsi simboli, ma dovrebbero sempre essere visibili quando si usa la mayea, giusto?»

«Esatto» annuisce lei. «A volte non sono facili da individuare, per cui può essere che non li abbia visti ma che in realtà ci fossero. Oppure hai una simbologia così aliena da non essere affatto riconoscibile: magari, il tuo simbolo del fuoco è una fiamma, e si è confuso con la vampa che hai mosso. Però, almeno tu avresti dovuto distinguerlo dal resto… proprio perché deriva dalla tua mente».

«Ho ricordi un po’ caotici» asserisco. «Ma sono piuttosto sicuro di non aver notato simboli».

«Allora è probabile che la tua non fosse mayea, ma un fenomeno… come chiamarlo? Fisico» dichiara Dawn. «Anche se non capisco proprio di cosa possa trattarsi».

Se la ribelle mi avesse detto tali parole appena l’ho conosciuta, non le avrei prese molto sul serio: sarà un mio preconcetto, ma il modo della ragazza di far mostra di attività “muscolari” come la lotta mi ha fatto mettere in secondo piano ogni valutazione delle sue capacità mentali. Diciamo che da lei non avevo grandi aspettative.

 Dopo aver udito la sua articolata dissertazione riguardo alla mayea, però, mi rendo conto che ella ha un’elevata padronanza di concetti piuttosto complessi. Non so dove li abbia appresi, ma che sia riuscita e spiegarmeli così è un sintomo d’intelligenza e flessibilità mentale che non posso ignorare.

Persino sulla Terra, non mi è capitato spesso d’incontrare persone con simili propensioni.

Resta il fatto, però, che mi viene difficile pensare a un fenomeno, spiegabile con le leggi della fisica, che abbia mosso quelle fiamme.

«A questo punto, mi domando: ho fatto davvero qualcosa?» dubito. «Magari era solo un caso… un “ritorno di fiamma” dell’incendio, combaciato con un mio movimento della mano».

«E tu credi davvero a una coincidenza simile?» chiede Dawn.

«Io…»

Mi blocco un attimo. Poi…

«No» ammetto.

Non posso farci niente. Sul fondo della mente, un’intensa sensazione mi sta spingendo a cercare più a fondo… e a non escludere l’inimmaginabile che la mia ragione vorrebbe tagliar fuori.

Più ci penso… più realizzo di sapere già come stanno le cose. Ed è inutile nasconderlo, sia a Dawn che a me stesso.

«Sento che sono il responsabile di quanto è avvenuto» rivelo. «Eppure, non capisco…»

Un ricordo degli istanti appena precedenti a quando ho – presumibilmente – mosso la fiamma mi balugina nella mente.

Il fuoco è energia… perché l’ho pensato? Per giunta, è stato quasi un pensiero a me estraneo… non mio…

Scuoto la testa. A prendere una simile piega mi viene quasi il dubbio di star sviluppando qualche patologia psichiatrica.

«Io dico di smettere di lambiccarti il cervello» suggerisce Dawn, avvicinandosi. «Sarebbe ora di andare a mensa, eh?»

In verità, sarei felice di andare in fondo alla questione. Non mi piace l’idea di lasciare una cosa tanto importante in sospeso.

Nemmeno, però, voglio ignorare il consiglio della ragazza. Potrebbe anche aver ragione, a spingermi a uscire da un circolo di pensieri che rischia di non trovare una soluzione, per quanto mi sforzi.

«Sì… hai ragione» annuisco.

Lei mi dà un buffetto sulla guancia.

«Magari dopo ti troviamo una candela, e provi a muovere la fiamma col pensiero» propone, facendomi l’occhiolino.

Avvampo. Un intenso calore mi si diffonde sul collo e sulle gote. Una reazione a scoppio ritardato, coincisa col momento in cui ho realizzato sul serio cosa ella mi abbia appena fatto.

Non era niente di che. Solo un colpetto sul viso… e un segno di complicità. Ma a uno come me, tutt’altro che abituato a cose simili, è bastato a suscitare un’eruzione di emozioni fuori scala.

Thanks For Reading! Thomas: Certo che è proprio un bel problema, scoprire all’improvviso di essere diventati bravi in matematica! Elena (illustratrice): Scherzi, vero? Vorrei averlo io, quel problema! Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

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