Energheia – Capitolo 23: Guarigione

– – – – – – – – – –

Epos (Maltia)

5 novembre 2355

15° giorno di Ethan a Tersain

– – – – – – – – – –

Ehi, ehi, ehi… controllati!

Non ci siamo. Da qualche parte, a livello inconscio, la mia mente è stata stimolata dal comportamento confidenziale di Dawn, a creare connessioni cui non sono abituato. Il problema non sono i gesti in sé, ma i significati che io vi associo.

Sul serio… non ero preparato ad affrontare questa situazione.

Fa un tantino troppo caldo…

No… è decisamente un caldo eccessivo. Ho cominciato a sudare.

Sto esagerando, dai! Tutto perché una ragazza mi tratta con molta familiarità… beh, è un evento raro… certo, anche Maggie fa così, ma… non so, non è la stessa cosa…

Tali pensieri si rincorrono frenetici nel giro di un istante. Un vuoto mi si forma nel petto, mentre una cascata di sensazioni m’invade la testa, segno che chissà che assurda quantità di neurotrasmettitori sta venendo rilasciata nel mio cervello.

Di fronte a me, Dawn sorride, ignara di quanto mi accade. Poi, assume un’espressione stupita.

«Ma…» fa.

Io batto le palpebre.

«Co…cosa?»

«I graffi… sul tuo viso…»

Stordito, mi tasto meccanicamente la faccia.

«Ho dei graffi?»

«Ti eri graffiato nello scontro…»

La ragazza allunga una mano a toccare il mio volto. Con le mie sensazioni che si acuiscono, io mi sento prendere fuoco.

«Ma… per un momento sono diventati più evidenti, e poi…»

Mi brucia tutto il corpo. È una reazione bizzarra, che si concentra in zone particolari. Il viso, il collo, ma anche il busto, il polso sinistro, e persino i muscoli.

Aspetta… c’è qualcosa di strano.

Quando realizzo che tale tepore non deriva solo dalle mie emozioni, di colpo l’imbarazzo scompare per essere sostituito dalla perplessità. In quel medesimo istante…

… il calore svanisce, lasciandomi come prima.

Ma che diavolo è stato?

Fisso Dawn, la quale ricambia lo sguardo. È meravigliata.

«Curioso» dice lei. «I tuoi graffi… sembrano meno recenti di quel che sono in realtà».

«Io… ma…» mormoro, rendendomi conto di qualcosa. «I muscoli… non mi fanno più male».

«Buon per te, no?»

«Ma…»

Mi scruto il braccio.

«Da quando mi hanno colpito con l’ilectron gun, ero pieno di dolori» asserisco. «A volte, ho anche sentito delle scariche lungo il corpo, come se fosse rimasta dentro un po’ di elettricità. Ovvio, era solo una sensazione. Ma ora… è di colpo sparito tutto».

Dawn fa qualche passo indietro e mi fissa con le mani sui fianchi.

«Sei un tipo ben strano» dichiara. «E ti succedono cose ancora più strane».

Sbuffa. Quindi, quasi a passo di carica mi raggiunge e mi afferra per il braccio.

«Andiamo» dice. «Voglio mettere qualcosa sotto i denti».

E come fosse ben decisa a non farmi ripiombare in un abisso di riflessioni, mi trascina via. Io mi lascio condurre, ma mentre abbandoniamo il locale mi tasto le zone dove ho sbattuto quando il velivus è precipitato. Almeno quelle fanno ancora male.

Però, a ben pensarci, sono alcuni dei punti dove poco fa ho avvertito la forte sensazione di calore.

◊◊◊

Mezz’ora dopo, usciti dalla mensa, ci dirigiamo insieme agli alloggi. Forse anche perché ora mi sento fisicamente meglio, sono tornato di buon umore. Finisco quasi per dimenticare gli strani eventi della giornata, o perlomeno riesco a confinarne i ricordi in un angolo della mente.

Statevene lì e sfogatevi in silenzio mi sono detto, come se le rimembranze che mi affiorano in testa fossero dotate di coscienza propria. Per oggi ne ho abbastanza di voi.

Siamo nei pressi dell’elevatore che ci porterà agli alloggi, quando una figura di corsa giunge verso di noi.

«Oh… ciao, Nipria» la saluto, riconoscendo la geniera.

«Ethaaan!» prorompe lei, quasi investendomi.

Fermatasi di fronte a me, la ragazza mi squadra dalla testa ai piedi. Quindi sospira.

«Meno male!» dichiara.

«Eh?»

«Avevano detto che eri rimasto coinvolto in uno scontro a fuoco!» esclama Nipria. «E che eri anche finito nello iatreo! Ero preoccupata, sai?»

«Ah…» faccio. «Beh, grazie… cioè… sto bene, vedi?»

«Perché un filosofo deve andare in questo genere di missioni? Non capisco!» protesta la geniera. «Dovresti startene al sicuro e lasciare quei compiti ai soldati!»

«In realtà, non avremmo dovuto combattere».

La ragazza sbuffa, spostando lo sguardo altrove con aria scontenta. Lancio un’occhiata a Dawn, in un’istintiva richiesta d’aiuto nel gestire una situazione strana. Lei è perplessa, ed evidentemente non vuole neanche intervenire.

«Comunque… cerca di stare più attento, eh?» dice Nipria.

«Ci proverò» acconsento io, senza sapere che altro rispondere.

Non è che sia proprio dipeso da me, quel che è successo.

La geniera annuisce. In quel momento, l’elevatore giunge al nostro piano, e tutti e tre saliamo su di esso. Cala un silenzio imbarazzante, che perdura finché non raggiungiamo il livello degli alloggi.

Forse dovrei dire qualcosa penso durante l’ascesa. Ma… dopo la scenetta di prima, è un po’ difficile trovare una frase adatta ad iniziare una conversazione.

Una volta che scendiamo dall’elevatore, quasi a malincuore Nipria si separa da noi. Io e Dawn, invece, dobbiamo percorrere ancora un corridoio insieme.

«Sembra ti si sia affezionata» commenta la ragazza, immagino riferendosi alla geniera.

«Parrebbe… eppure, non parliamo granché» replico io. «Del resto, lavoriamo in zone diverse».

«Mh… ah, sì?»

La trovo una strana risposta, ma non mi cruccio molto. Così, non diciamo altro finché non arriviamo a un incrocio di corridoi. Lì ci accomiatiamo.

L’augurio di “buonanotte” di Dawn è questo:

«Domani fa’ sì di essere in forze, perché voglio vedere se riusciamo ad applicare le tue cosiddette arti marziali in un combattimento vero».

Scherziamo? penso, entrando nel mio alloggio. Piuttosto, spero di non dover combattere di nuovo con nessuno.

E tuttavia, non posso non ricordare quanto in pratica ho promesso: aiutare i Sanders… no… in cuor mio, mi sono impegnato ad aiutare Dawn a ritrovare suo padre. Con tutta probabilità, ho sancito il mio ingresso in una serie di situazioni non meno pericolose di quella vissuta oggi.

A rifletterci… importa qualcosa? mi chiedo, aggiustando la benda che porto al polso sinistro. Se non c’è modo di tornare a casa, posso ficcarmi in situazioni a rischio e…

Mi blocco, valutando le mie reazioni interiori a tali ipotesi.

… no. Anche in queste condizioni, non ho voglia di morire. Per quante cose abbia perso…

Spontaneo, mi viene da pensare a ciò che ho a casa e che non posso più raggiungere. La mia famiglia… sì, ci tengo, ma non morirò d’angoscia standone lontano. Forse è perché, in fondo, ero preparato all’idea che prima o poi la vita mi avrebbe fatto naturalmente allontanare dal “nido”.

Riguardo alla mia classe… di quella m’importa poco. Certo, qualcuno si salva: Maggie, Nate… e Lizzie.

Avrei creduto che Lizzie mi sarebbe mancata di più considero, sedendo sulla brandina. Ma…

Per qualche motivo, il rievocare l’immagine di Lizzie nella mente non mi trasmette più molta emozione. Me ne sono accorto già negli ultimi giorni, e ho supposto che fosse dovuto allo stress causato dall’adattarmi a questo nuovo ambiente. Ma ora, noto che pensare alla mia cotta mi fa ancor meno effetto. Un cambiamento disorientante, visto quanto potenti erano le mie reazioni emotive giusto un paio di settimane fa; reazioni rimaste stabili per anni, da quando mi sono infatuato della mia compagna di classe!

Ma se su quel versante uno strano vuoto sembra essermisi formato dentro, la mia capacità di provare emozioni non pare compromessa… anzi.

Mi tocco il viso, i ricordi che vagano verso ciò che è successo nell’ultima ora. Rammento il calore scatenato da Dawn. Poi, di colpo, rivolgo lo sguardo sul mio polso. Poco fa, mentre mi sistemavo la benda…

«Niente?» mormoro.

Oggi pomeriggio la pelle che sporgeva da sotto la fasciatura era ancora un po’ macchiata a causa della vecchia ustione. Adesso, però, la cute è uniforme e di un colore naturale.

Mi sciolgo la benda, senza preoccuparmi di come rimetterla dopo. Quando l’ho rimossa, sgrano gli occhi.

È guarita!

– – – – – – – – – –

Epos (Maltia)

6 novembre 2355

16° giorno di Ethan a Tersain

– – – – – – – – – –

«… ne sei proprio sicuro?»

La stanza dello iatreo nella quale mi trovo è un locale più isolato rispetto alla grande sala piena di malati che fa da ingresso. Qui c’è un po’ più di tranquillità, ed è dove Ehliana mi ha condotto, quando mi sono presentato per il controllo che ella mi ha raccomandato dopo la spedizione.

La giovane sta esaminandomi la pelle del polso. Un suo dito passa, incerto, sulla mia cute, come a saggiarne la consistenza.

«Sì» le rispondo. «So che sembra assurdo… ma… non era così, ieri mattina».

Una strana vibrazione mi esce dalla voce. La manifestazione involontaria del disorientamento che provo.

Come percependola, la filosofa alza lo sguardo, a fissarmi dritto negli occhi.

Visto com’è vicina, riesco a osservarne particolarmente bene le iridi scarlatte. Non è un rosso come quello degli albini; pare che, a Tersain, si tratti di una pigmentazione rara, ma presente a tutti gli effetti nella popolazione. È strana per chi, come me, non vi è abituato… ma non sgradevole.

«D’accordo» fa, lasciandomi il braccio. «Non ti agitare. Guarire è sempre una cosa buona».

«Sì, è vero. Sono le modalità che… beh…»

Non c’è bisogno che io continui. È evidente che non avrei dovuto riprendermi così in fretta.

Non è solo quel che restava dell’ustione sul polso ad essere scomparso. Pure sul mio busto non c’è più alcun segno della scottatura provocata dal fulmine. È quasi confortante che mi sia rimasto qualche dolore dallo schianto del velivus: l’unica cosa normale in tutto ciò.

Ieri sera, all’inizio ho concluso che, magari, mi sono un po’ confuso, e che stavo già da tempo meglio di quanto immaginassi. Anche lo sparire degli effetti residui della ilectron gun era giustificabile. Eppure, non ho potuto evitare di trovare tale razionalizzazione… forzata.

Camminando avanti e indietro nella mia cabina, alla fine ho concluso che era meglio chiedere un parere “autorevole”. Ed eccomi qui a parlarne con Ehliana.

Probabilmente sto facendo la figura dello stupido, ma non posso ignorare la cosa e basta. Vale la pena tentare, se c’è una piccola possibilità che la filosofa mi dia qualche informazione utile.

Alle mie parole, la donna non risponde. Il suo sguardo è andato di lato, incerto. Sì, devo starle sembrando parecchio bizzarro. E non pare avere una risposta da darmi.

Pazienza. Ci ho provato.

«Non fa niente» le dico. «È un’assurdità».

«Le tue conoscenze non ti suggeriscono niente di utile?»

Me lo chiede all’improvviso, tornando a guardarmi. Io batto le palpebre, perplesso.

«… come?»

«Qualcosa come la storia dell’antibiotico e dei ravdos… i batteri» mi fa. «Io non riesco a spiegarmi cosa ti sia successo, ma tu?»

«Ah… no, è anormale anche per il mio…»

Mi fermo. Stavo per dire “mondo”. Però, non voglio apparirle ancora più strambo.

«… insomma, il posto da cui vengo» concludo. «Cioè, credo – e dico credo – esistano modi per far guarire più in fretta una ferita, ma non è che io li abbia applicati. Nemmeno li conosco».

«Mmmh… beh, io non ricordo con sicurezza com’era messa ieri la tua vecchia ferita» afferma ella. «Mi è un po’ difficile giudicare».

Il suo sguardo è fisso su di me… e ora, la sua espressione finora pensosa ha un lieve mutamento. Vedo piccole rughe formarlesi intorno alle sopracciglia, mentre la donna le solleva, piegando appena gli angoli della bocca in giù.

«Comunque, cerca di non mangiarti la testa» mi dice. «Non serve a niente pensarci su troppo. Vediamo come va nei prossimi giorni».

Percepisco un tentativo di non farmi preoccupare.

Le sto facendo pena? Sì, la sua sembra una manifestazione di compassione. Devo starmi mostrando un po’ troppo inquieto.

In verità, però, che motivo ho di esserlo? Non è che sia accaduto nulla di brutto. Inspiegabile, sì… ma non ho il sintomo di una malattia che non comprendo. Quindi, non c’è beneficio nel perdermi in riflessioni sterili… e in angosce che, poi, rischio di riversare sugli altri.

Anche se vorrei dare un senso a questa cosa, devo accettare il fatto che mi mancano sia gli elementi per riuscirci, sia un modo per procurarmeli. Per ora.

«È vero» sorrido dunque, a cercare di far svanire lo stato d’animo che devo aver suscitato nella filosofa. «Che io stia bene è positivo».

«Esatto» annuisce lei, ricambiando il sorriso. «Ieri è stata una brutta giornata, per te, ed è normale che ti possano venire delle paranoie. Succede a molti dei feriti che vedo qui».

«Ah… immagino ne abbiate spesso» mormoro.

«Non spessissimo, ma non è raro» fa la giovane. «Tu… come ti senti?»

Di nuovo, mi sta guardando fisso, come ad essere sicura che nulla le sfugga.

Ha ragione ad aspettarsi che non stia bene. Ieri ero davvero strano. Avvertendo la minaccia di una schiera di angosce e preoccupazioni, ho preventivamente scacciato molti pensieri prima che mi invadessero, ma alcuni di essi sono riusciti comunque a sfiorarmi mentre ero a letto a cercare di addormentarmi.

La guarigione misteriosa… le fiamme mosse dalla mia mano… la tensione della battaglia… la possibilità che io abbia contribuito a uccidere delle persone. Un’idea, quest’ultima, che ha richiesto una forte dose di razionalità per ricordarmi che, anche se io ho inferto gravi ferite ai soldati, il colpo mortale non è giunto da me. Probabilmente.

«… bene» rispondo comunque. «Mi sono un po’ ripreso… ah…»

Credo sia arrivato il momento di fare una cosa. C’è un altro cruccio che, ieri sera, mi ha preso a un certo punto. Uno che, per quanto il meno grave fra le tante cose successemi, è risultato abbastanza importante da spingermi ad aggrapparmici.

Al punto da abbandonare la mia brandina, e sedermi alla scrivania della cabina a scrivere, mettendo alla prova ciò che Archeos mi sta insegnando dell’alfabeto di Maltia.

«Sono stato molto… scortese, ieri» ammetto, portando la destra dietro la nuca, in imbarazzo. «Mi dispiace. Cercavi di parlarmi, e…»

Lei sgrana un attimo gli occhi. Poi, solleva una mano.

«Sono stata io a mancare di tatto» afferma. «Eri appena tornato dalla missione, e ho cominciato a chiederti di cose che in quel momento erano irrilevanti. Non so cosa mi sia preso».

«Ma no… a me non è sembrato nulla di strano» assicuro.

Ehliana mi osserva, l’espressione indecifrabile. Non capisco se sia perplessa, pensierosa, o chissà cos’altro. Questa donna maschera molto le proprie emozioni… ah, da che pulpito lo dico.

«Comunque, è vero che di medicina non so niente» aggiungo. «Mi spiace, ma non saprei proprio come aiutarvi, qui allo iatreo».

«… va bene, non fa niente» annuisce ella.

«Però, se si tratta di cose non direttamente correlate alla materia… è un altro discorso» proseguo. «Le mie conoscenze sono un po’ teoriche, però… magari qualcosa di chimica, o fisica, o biologia ci sarà, che può servire a un medico».

Lei batte le palpebre, un accenno di confusione che traspare, forse a causa dei termini che ho usato. C’è anche una traccia di fastidio. Sembra non le piaccia essere nella posizione di chi non sa di cosa l’altro stia parlando.

Sarà per orgoglio? Se è così… devo cercare di superare tale ostacolo. E forse quel che ieri ho preparato potrà aiutarmi in ciò.

«Ho fatto il punto di quel che so» spiego, tirando fuori da una tasca un foglio ripiegato. «Fatico ancora un po’ a scrivere coi vostri caratteri, ma spero sia leggibile».

E le porgo il pezzo di carta. Lei lo afferra, aprendolo e osservandone con attenzione il contenuto.

«Se mi proponi dei problemi in particolare che volete risolvere, magari posso lavorarci su» propongo. «Intanto, quelle sono idee che ho pensato abbiano delle prospettive di arrivare da qualche parte. Sono faccende complicate, ma… se collaboriamo, può darsi che qualcosa di utile venga fuori».

Curioso che, alla fine, fra le tante cose che mi davano pena ieri, l’idea di aver ferito o offeso la filosofa sia stata quella più mi ha spinto all’azione. Forse perché era l’unica incertezza per la quale potevo fare davvero qualcosa di concreto… ma credo ci fosse anche altro a spingermi.

Nel mezzo della confusione e delle emozioni negative… preoccuparmi del problema di una persona diversa da me mi è come sembrato una fonte di benefica salvezza. Una sensazione bizzarra, cui non sono abituato… e che ora, a vedere una luce accendersi negli occhi della filosofa, sento amplificarsi.

Ho fatto bene, a scrivere quelle idee.

«Oh… collaborare, eh?» sorride lei, levando gli occhi dal foglio. «Non sono una con cui è facile. Sono piuttosto puntigliosa».

«… ah, io non particolarmente» replico. «Ma… proverò ad adattarmi».

«Non lo sei… dici?»

Thanks For Reading! Thomas: Da quando ho trasposto Energheia in prima persona, è diventato molto più evidente quanti crucci si fa Ethan. Prima, andavano un po’ letti fra le righe! Elena (illustratrice): Sì, ed è diventato più evidente anche quanto sia un overthinker! Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

Lasciami una reazione!

Sarei felicissimo di sapere cosa ne pensi del capitolo!

Loading spinner

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
Torna in alto
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x