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Epos (Maltia)
11 novembre 2355
21° giorno di Ethan a Tersain
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Le mie giornate sulla Epos stanno man mano divenendo più strutturate. Mi ci è voluto un po’ per orientarmi e acquisire le informazioni basilari per muovermi qui; dopo i primi giorni ad andare coi piedi di piombo, ora sto però facendomi un’idea di come bilanciare le mie attività in una routine.
Mi piace avere una quotidianità definita. Poter organizzare il mio tempo e le mie energie mi aiuta a dosare al meglio i miei sforzi, cosa che purtroppo mi è risultata ardua, di recente. Beh… ancora adesso, ci sono delle novità che spuntano fuori a tratti, ma un po’ di varietà non mi dispiace; anzi, rende tutto più interessante, finché ho una “comfort zone” alla quale tornare in caso di necessità.
Con oggi, sono tre settimane che mi trovo a Tersain. Alla sera, nel sedermi sul letto della mia cabina, posso solo ringraziare di essere uno dei pochi ai quali è stata concessa una stanza singola. Presumo sia perché Archeos mi voleva vicino a sé… e lui, da ciò che ho capito, è un tipo importante, al quale tocca una cabina da ufficiale. Tutte quelle in questo tratto di corridoio lo sono, per cui ho finito per averne una a mia volta.
Una grossa semplificazione alla mia vita, giacché mi dà quella tranquillità di cui ho bisogno per mettere ordine nei pensieri.
Un po’ sonnolento, faccio un gran sbadiglio.
Dunque ci sarà un’altra spedizione, eh?
Alla fine, sembra che avere una routine chiara non sarà tanto facile. Domattina me la vedrò coi filosofi, e nel pomeriggio Dawn vorrà proseguire l’allenamento. Dopodiché, dovrò prepararmi alla missione… e poi, sarò nelle mani dei ribelli coi quali viaggerò. Da quel momento, è l’oscurità su quel che mi accadrà.
Questa situazione in cui mi trovo… per quanto mi ci stia abituando, è ancora difficile da accettare. Non mi piace essere così in balia delle decisioni altrui. Ma finché sono bloccato qui, devo resistere: l’obiettivo davanti a me resta chiaro… ottenere passo dopo passo sempre più fiducia, finché non sarò nella posizione di determinare almeno in parte il mio destino. Quel che farò con tale potere, una volta ottenuto… si vedrà. Purtroppo, finché non saprò di più su Tersain, non posso fare previsioni.
Il problema è ciò che dovrò affrontare finché non avrò l’autonomia che cerco. Per esempio… cose come quel che è accaduto durante l’ultima spedizione.
Combattere… non mi è andato giù per niente. Beninteso, non sono un pacifista irriducibile: non amo violenza e conflitto, ma al contempo non li rifiuto per principio quando si creano situazioni che lasciano poca scelta.
Mi rendo conto che, in quell’occasione, ho agito perlopiù per difesa o costrizione esterna, quindi non posso addossarmi troppe colpe. Inoltre, contrariamente a quanto tende ad accadere in Inghilterra, qui quasi ci si aspetta che io sia pronto a snudare le zanne in nome della “causa”, per cui non sento il peso di un pubblico disappunto se compio azioni violente contro la Repubblica.
Una parte di me, però, mi ammonisce ad essere cauto… ad evitare situazioni in cui dovrò agire a quel modo. Perché in ogni caso, io proprio non ho piacere all’idea di premere di nuovo un grilletto.
Speriamo vada meglio, stavolta.
In tutto questo, anche oggi la ricerca di un modo di muovere le fiamme col pensiero è fallita. Ormai, non so più che pesci pigliare. C’è davvero da dubitare che io abbia usato la mayea.
In effetti, che sia stato un mero abbaglio è ancora l’opzione più plausibile. Peccato, però, che l’immagine delle fiamme animatesi al movimento della mia mano sia ancora ben stampata nella mia mente… e con essa, gli strani pensieri e sensazioni che ho avuto in quei momenti.
Proprio non riesco ad ignorare la percezione che qualcosa d’impossibile sulla Terra sia accaduto sul serio. Un tarlo, questo, che mi spinge a cercare la verità.
Domani potrei infilare anche questa questione, da qualche parte, fra le cose da affrontare? mi domando, gettandomi sul letto, a prepararmi a dormire. Mh… forse è meglio sentire che ne pensa Dawn. È lei la più esperta: dovrei farmi consigliare.
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Epos (Maltia)
12 novembre 2355
22° giorno di Ethan a Tersain
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Nel suo continuo procedere, la Epos attraversa un’area di cielo innevata. In realtà si tratta di un particolare fenomeno meteorologico peculiare a questo mondo: i fiocchi creatisi dalle nuvole, infatti, fluttuano nelle correnti senza cadere, per depositarsi solo sui frammenti i cui campi gravitazionali li catturano.
La temperatura si è ridotta parecchio, facendo passare a tutti la voglia di mettere il naso fuori. Essendo l’interno della Epos riscaldato, l’equipaggio è ben felice di rimanere lì, anche se l’incombenza delle quotidiane manutenzioni all’esterno dell’aeronave costringe qualcuno a prendersi la briga di uscire.
Per nostra fortuna, io e Dawn non ricopriamo incarichi che richiedono di lavorare fuori. In effetti, l’attività di filosofo mi dispensa dalle mansioni fisicamente impegnative. Quanto alla giovane, lei si limita ai propri compiti di inventariazione nel magazzino che rifornisce le sale macchine centrali.
Al termine di un’estenuante sessione di allenamento pomeridiana, io e la ragazza stiamo seduti ai margini opposti della stanza da noi usata per esercitarci. Altro non si tratta che del medesimo locale dove pochi giorni fa Dawn mi ha spiegato come funziona la mayea. Lo usiamo regolarmente: riteniamo, infatti, improbabile che qui qualcuno ci disturberà.
Ora, dopo averle prese nell’ennesima lotta, ansimo un po’, affaticato dall’energia della ribelle. La mia fronte è imperlata di sudore, tant’è che alcuni ciuffi di capelli vi si sono incollati sopra.

«Senti…» dico, quando ho ripreso fiato a sufficienza per esprimermi in maniera fluida. «Ma perché tieni tanto a ‘sta cosa dell’imparare a combattere? Io non ne vedo tutta questa necessità».
«Io sì» replica lei, che al contrario di me non è molto stanca.
«Perché?»
«Non puoi prendere parte alle operazioni militari della Resistenza senza un minimo di preparazione fisica» asserisce la ragazza, gesticolando mentre parla. «Anche se il tuo è un ruolo di “supporto”, devi sopravvivere per metterlo in atto».
«Farmi sopravvivere è compito dei combattenti, no?»
«Va bene. Allora, quando ti troverai al cospetto del Creatore per essere caduto in battaglia, gli spiegherai questa cosa. Di sicuro ti riporterà in vita, eh?»
«…»
«Sto scherzando. Però concordi che non è detto si riesca sempre a badare ai componenti deboli del gruppo, no? Quindi, se sanno cavarsela almeno un po’ da sé, aumentano le probabilità che sopravvivano».
Pur ammettendo interiormente la validità di tali argomentazioni, mi gratto la testa con fare scettico.
«Va bene…» dico. «Ma se mi si pareranno davanti dei soldati repubblicani armati di fucili, non è che comincerò a prenderli a pugni… potrei provare, ma non penso andrei lontano».
«Sai quanto è facile che lo scontro passi dalle armi da fuoco alla mischia?» replica la giovane.
«Parli per esperienza?»
«Me l’ha detto Antony, che di esperienza ne ha».
«Davvero?»
Non mi piace affidarmi al sentito dire, ma non mi va di mettere in discussione le parole del vice brigadiere… non di fronte alla sorella.
«Comunque, continuo a dubitare di questi esercizi… fanno troppo “allenamento da eroe dei fumetti”» ripiego. «Non penso mi miglioreranno se non in mooolte sessioni».
«È così che funziona, sai?» osserva Dawn, ignorando quanto dei miei discorsi non le è comprensibile. «Serve davvero tanto tempo. Io ci ho messo anni a diventare… beh, come sono ora».
La fisso un attimo mentre la giovane si ravvia i capelli. Poi le chiedo:
«Perché ti allenavi a combattere se su quel frammento non c’era nessuno da affrontare?»
«Puntavo a entrare nella Resistenza» risponde la ragazza, con tono di ovvietà. «Vista la mia famiglia e quel che mi ha insegnato mio padre, è sempre stato un po’ un evento scontato nel mio futuro. Certo, non pensavo sarebbe successo in questo modo».
Non rispondo. Non so quanto si sente a suo agio ad avvicinarsi all’argomento della scomparsa del padre, quindi lascio che sia lei a stabilire che piega far prendere alla conversazione.
«Però…» aggiunge Dawn, «immagino che la spinta a impegnarmi sia stata il vedere i miei fratelli unirsi alla Resistenza. Sai, è comunque un’influenza».
«Ma ora potresti fermarti, no? Sei dentro».
«Devo rimanere adeguata: il discorso che ti ho fatto vale anche per me» dichiara la ribelle. «Vero è che di recente mi ero lasciata un po’ andare. Però tu mi hai fornito la scusa per rimettermi in riga».
«Non credo di costituire un valido compagno di allenamenti per te».
«Guarda che mi dai il tuo filo da torcere, sai?» obietta Dawn. «Non ci fai caso, ma l’aver fatto arti marziali in passato ti ha lasciato un certo… istinto. Insomma, non sei del tutto indisposto allo scontro».
«Mmmh… se lo dici tu».
«Davvero! Se non batti la fiacca, quei tuoi calci cominceranno presto a far male».
«Va bene, va bene».
Sospiro.
«Ho bisogno di bere qualcosa» comunico.
«Andiamo in mensa, allora».
◊◊◊
Nelle sale macchine fervono i lavori. La zona a bassa temperatura nella quale viaggia la nave sta creando diverse difficoltà ai macchinari, per cui è giunto l’ordine di aumentare la velocità così da allontanarsi quanto prima. Intanto, però, alcune caldaie iniziano a far capricci, e i relativi pistoni si sono fermati.
I genieri e i loro aiutanti sono parecchio impegnati a rimettere tutto in sesto.
«Stupido aggeggio» brontola Nipria, battendo su una biella con la propria chiave per bulloni.
«Quella sì che era una procedura avanzatissima di riparazione» commenta Jim, che la osserva lavorare standosene appoggiato alla propria pala. «Colpire la biella con una chiave da geniere… non ci avrei mai pensato».
Si abbassa di scatto, schivando all’ultimo la chiave che la giovane gli ha lanciato contro.

«Sei troppo violenta» afferma nel raddrizzarsi. «Sei fai così, non troverai mai un marito».
«Jim…» dice Nipria, con tono minaccioso. «Vuoi che proviamo a usarti per alimentare la caldaia? Forse ricomincerà a funzionare se non sarai più tu a buttarci dentro il carbone».
«Nessuno getta carbone in modo più magistrale di me» dichiara il ragazzo. «Forse è offesa con te, piuttosto».
«Voi due, invece di sproloquiare, pensate a lavorare» sbotta un geniere lì vicino.
«Lo farei volentieri, ma se lei non ripara la caldaia io non posso fare niente» replica Jim, indicando Nipria.
«Allora vai a scrostare il ghiaccio dal ponte» dice il geniere.
«Cosa? Con questo freddo?»
«Preferisci pulire i…?»
«No! Ci vado».
L’aria sconsolata, Jim lascia l’attrezzo col quale spalava il carbone e si allontana. Quanto a Nipria, con uno sbuffo lei torna a occuparsi della caldaia.
«Quando sostituiremo questi rottami?» si lamenta, mentre spegne il macchinario. «Sono così vecchi che danno problemi ogni volta che fa inverno. Non dico di buttarli, ma andrebbero bene su navi meno importanti. La Epos dovrebbe avere il meglio».
«Ad averceli, nuovi componenti» risponde il geniere di prima. «Tu pensa a fare il tuo dovere».
Una volta raffreddata la caldaia, Nipria comincia a smontarla e a pulirne i vari pezzi.
La Resistenza non è mai stata molto ricca di risorse pensa. Ma negli ultimi tempi è messa particolarmente male. Speriamo sia solo una crisi passeggera.
Alla fine individua un ingranaggio deformato. Con ogni probabilità, è a causa di esso che la biella non funziona. La ragazza si occupa, dunque, della sostituzione e rimonta il tutto; un lavoro di routine, compiuto così tante volte da non richiederle troppo tempo.
«La proviamo?» chiede uno degli addetti all’alimentazione delle caldaie, notando che la geniera ha finito.
Nipria assente. Attende con lieve trepidazione che l’uomo accenda il marchingegno, e quando vede che la biella riparte a muoversi, annuisce soddisfatta.
Un altro incarico portato a termine con successo si congratula con se stessa, mentre inizia a riordinare l’attrezzatura. Nessuno può dire che non sono brava nel mio lavoro.
Rispetto ad altri genieri ancora in alto mare, la ragazza ha terminato decisamente in fretta. Così, ora si ritrova con un discreto anticipo sulla tabella di marcia, cosa che decide di sfruttare.
«Qui ho finito» avverte. «Vado a fare una pausa».
«Che sia breve» dice il geniere col quale stava parlando poco prima.
«Non rompere».
◊◊◊
Essendo le scorte d’acqua a bordo limitate, il prezioso liquido viene razionato con cura. I bagni ne erogano solo lo stretto necessario, ed è bandito ogni spreco delle riserve della nave. Queste derivano perlopiù dalla raccolta dell’umidità nell’atmosfera, eseguita tramite una tecnologia molto avanzata.
Poiché sovente l’aria di Tersain è pregna dei fumi generati dal grande utilizzo di motori a carbone, è poco consigliabile bere il liquido estratto dalle nubi senza prima averlo trattato. Per questo, l’unico luogo sulla Epos dov’è possibile procurarsi acqua potabile è la cucina annessa alla mensa. Anche in tal caso, si tiene conto di quanto consuma ciascun membro dell’equipaggio.
«Certo» faccio io, bevendo da una bottiglia datami dall’addetto alla mensa. «Potremmo pure approdare su un frammento, ogni tanto. Questa nave è sempre in volo; ci credo che è difficile rifornirla».
«Non possiamo trattenerci in un posto, con la Repubblica che ci dà la caccia» spiega Dawn. «Siamo troppo riconoscibili».
«Davvero? Quindi, continuiamo a muoverci in giro senza una meta?»
«Beh, immagino si tenda a rimanere dov’è più comodo che si trovi il centro operativo. Che ti devo dire? Nemmeno io so come si regolano su dove fare rotta».
«Mmmh…» mugugno, prendendo una sorsata. «Anche le altre navi della Resistenza fanno così?»
«Immagino di sì… aspetta… come sai delle altre navi?»
«Ma è ovvio che ce ne siano altre, no?» asserisco, sinceramente sorpreso dalla reazione di Dawn. «Se fosse solo questa, per quanto grande, non penso potreste opporre granché resistenza».
«Hai ragione…» ammette la ribelle, rilassandosi. «In effetti, so di diversi grossi vascelli in possesso della Resistenza. Penso siano in grado di costituire una discreta flotta, se messi tutti insieme».

Dawn finisce la propria acqua. Lasciata la bottiglia, dichiara:
«Acqua razionata o no, andrò a darmi una lavata. Ci vediamo dopo».
«Oh…» mormoro, imbarazzato. «Va bene…»
«Mh?» fa lei, lanciandomi un’occhiata interrogativa.
Deve aver avvertito il mio disagio. Non cerca, però, d’indagare al riguardo. Piuttosto, non ricevendo spiegazioni da me, si allontana.
Bah… sembra non capire che la sua sfacciataggine mi mette in difficoltà penso, sospirando. Sarò troppo all’antica? No… mi sa che è più un problema di mancanza d’esperienza.
Per quanto lavarsi sia del tutto naturale, il fatto che coinvolga la nudità… non so, è come se fosse un discorso che sono portato a evitare, con un membro dell’altro sesso. So, però, che si tratta di un’anomalia, che prima o poi dovrò correggere. Razionalmente, non c’è niente di male a parlarne.
Posso solo sperare che, col tempo, mi abituerò a queste cose abbastanza da non farmi mettere in difficoltà da un’inezia del genere.
Mi annuso, constatando con disappunto che pure a me serve una rinfrescata. Finisco di bere, e sto per lasciare la mensa quando nel locale vedo entrare Nipria. Le faccio un gesto di saluto. Nello scorgermi lei si avvicina.
«Ciao!» saluta la ragazza. «Che fai qui?»
«Avevo sete» rispondo.
«Anch’io».
«Lo credo bene: lavorare in quel forno dev’essere dura».
«Oh… non quanto sembra» replica ella, scuotendo la testa con imbarazzo. «Ehm…»
La osservo incerto. Deve dire qualcosa?
«Hai visto la neve?» mi chiede la geniera.
«A malapena, attraverso un oblò».
«Vuoi vederla meglio? Sul ponte sarà tutto innevato: la nave attira i fiocchi come un frammento».
Stando qui, ho ampliato un po’ il mio vocabolario marittimo, quindi so che – anche se tutti i piani della Epos si chiamano ponti – se non si specifica quale, di solito si intende il ponte di coperta.
«Farà freddo, mi sa» considero.
«Non preoccuparti di quello: ho ciò che serve per coprirci» dichiara la ribelle, sicura. «O non hai tempo?»
«No, in realtà non ho granché da fare».
La fisso un attimo. Poi mi stringo nelle spalle. La mia doccia non è urgentissima, e finché Dawn non avrà finito di lavarsi, non potrò chiederle della mayea.
«Va bene, dai» accetto, visto che lei sembra sperare in una mia risposta affermativa.
«Evviva! Cioè… mi fa piacere. Avevo del tempo libero, per cui se facciamo un giro sono contenta» ridacchia la ragazza.
Di nuovo, la guardo con perplessità.
«Vieni» dice Nipria, tirandomi per la manica.
«Uhm… sì» acconsento io.
Ma non aveva sete?

