Energheia – Capitolo 26: Nipria

Nipria mi guida nella parte superiore della nave, dove ci sono le porte per uscire sul ponte di coperta. Invece che raggiungere uno degli usci, però, mi conduce in una stanzina piena di attrezzature e indumenti pesanti.

«Li usiamo noi genieri per i lavori all’esterno» spiega la ribelle, muovendosi con sicurezza fra armadi e scaffali. «Non c’è problema a prenderli, ce ne sono in abbondanza».

Mi passa una sorta di pastrano molto pesante, munito di cappuccio e pieno di cinghie. Di sicuro con questo starò al caldo. Lei ne indossa uno più piccolo, dopodiché muoviamo verso la più vicina porta che dà sull’esterno.

«Brrr» faccio, quando la morsa del freddo mi addenta le parti di pelle scoperta.

Come ha detto Nipria, la presenza dei magnekinítiras fa sì che sulla Epos la neve cada normalmente. Uno strato candido e soffice riveste il ponte e i cannoni dell’aeronave. Nonostante le condizioni meteo, ci sono diversi membri dell’equipaggio al lavoro all’esterno. Non li invidio affatto.

«Uoo» s’entusiasma la giovane, affacciandosi oltre il parapetto.

La raggiungo, e devo ammettere che l’esclamazione della ragazza ci sta tutta: intorno alla nave aleggia una nube di fiocchi, sospesi in aria e quasi fermi vista l’assenza di vento e gravità. Alcuni di essi si uniscono con delicatezza a formare piccole strutture fluttuanti, quasi fossero candidi coralli.

Il cielo è coperto di nubi grigio chiaro, parecchie delle quali vicinissime alla Epos. È come se l’aeronave viaggiasse in un mondo fatto di nuvole e neve. Solo ogni tanto l’immagine sfocata di un frammento emerge dalla coltre, per sparire non molto dopo.

«Questo non è qualcosa che si vede dalle mie parti» commento, impressionato.

«No?» fa Nipria. «Da dove vieni?»

«Da un posto… lontano».

«Un altro mondo?»

La fisso stupito. Lei alza le mani come a difendersi.

«Ehm… me l’ha detto Jim… che racconti di venire da un certo mondo chiamato Terra» rivela, quasi scusandosi.

«Dovevo immaginarlo» mi limito a rispondere, tornando a guardare fuoribordo.

È l’ennesima conferma a qualcosa che già da un po’ avevo presentito: le mie origini non sono un segreto noto a pochi, sulla Epos… il che significa che, potenzialmente, chiunque potrebbe considerarmi uno svitato o un ciarlatano.

Nipria rimane in silenzio alcuni secondi, osservandomi a disagio. Poi chiede:

«Ehm… com’è vivere su un mondo con un solo frammento?»

Strana domanda da porre. Immagino sia un modo di far conversazione, anche se si basa sul fingere di credere all’esistenza della Terra. Beh, non assecondarla sarebbe poco carino nei suoi confronti.

«Uhm… per molti versi, la vita è un po’ più semplice di qua» affermo. «Non dovendoci spostare da un’isola all’altra, muoversi è più comodo».

«Sembra… impressionante…» dice lei, sul volto l’espressione spaesata di chi immagina qualcosa d’insolito. «Vedere tutta quella terra… senza confini…»

«Oh, una sorta di confine c’è: l’orizzonte».

«L’orizzonte?»

«La linea che separa il cielo dalla terra. Qui non l’avete… non essendoci una terra abbastanza grande».

«Ma… quindi da voi cielo e terra sono separati?»

Sorrido. Cose per me scontate sono difficili da descrivere a chi non ha mai vissuto su un pianeta vero e proprio.

«La Terra è una sfera» spiego. «Un unico, enorme globo, con mari e oceani che dividono le varie terre. E sopra tutto c’è l’atmosfera».

«Atmos?»

«La chiamate così?»

«Atmos, Fragment e Aqwa» enumera la ragazza. «Le tre sfere di Tersain».

Mi sa che questa cosa Archeos non è ancora arrivato a insegnarmela.

«Scusa, non so cosa sono» ammetto. «Ma l’atmosfera sarebbe l’aria che circonda la Terra. Diciamo che è il cielo».

«Allora è proprio Atmos».

«… mi fiderò».

«Comunque… che dicevi sull’orizzonte?»

«Beh, essendo la Terra una sfera, essa curva nella distanza, e a un certo punto non è più possibile vedere oltre» dico, sforzandomi di esprimere quel concetto tanto ovvio. «Lì si crea una linea: sotto c’è la terra, e sopra il cielo».

«Mmh… è difficile da immaginare» mugola Nipria, che ha assunto un’espressione concentrata.

«Magari sul telefonino ho qualche foto…» mormoro, pensando ad alta voce. «Ma ormai sarà del tutto scarico».

«Come?»

«No, non preoccuparti».

Dopo alcuni istanti senza fiatare, la giovane riprende la parola.

«Quindi… non ci sono frammenti?» chiede. «Niente isole? Niente Selene?»

Selene?

«No» confermo.

«Aspetta… Selene è sferica… dunque, la Terra è come Selene?»

«Cos’è Selene?»

«Il gigantesco frammento bianco e grigio, lontanissimo da Tersain» risponde la ragazza, allargando le braccia a indicare una grande dimensione. «È una sfera, e sembra piccola, ma in realtà è solo molto lontana, e gira intorno a Tersain».

«Oh… ho capito cos’è» sorrido. «Parli della Luna, vero?»

«Luna?»

«A quanto pare qui si chiama Selene» deduco. «Esiste anche da noi, ma con un nome diverso».

«Allora un frammento ce l’avete!»

«Non è esattamente la stessa cosa» rido. «Ma diciamo di sì».

«Certo, è un po’ inutile, visto che non si può raggiungere».

«Noi l’abbiamo fatto».

«Davvero!?»

«Già».

Nipria appare davvero stupefatta.

«Ma… c’è il vuoto…» asserisce. «L’orizzonte delle tre sfere…»

«Oh oh! Un orizzonte lo avete pure voi!» esclamo, con aria di trionfo. «Sì… qualcuno di noi si è spinto oltre quello che tu chiami orizzonte… pochi, in realtà».

«E sono tornati?» domanda lei, quasi col fiato sospeso.

«La maggior parte».

«Sembra… spaventoso».

«Hai ragione» ammetto. «Lo è».

Dopodiché, la conversazione si ferma. Per un paio di minuti, entrambi rimaniamo in silenzio. Poi Nipria ridacchia.

«È bello sentire del tuo mondo» dice.

«Beh… almeno questo» commento, con una punta di pacato sarcasmo. «Anche se non mi credono, se non altro è una cosa interessante di cui parlare».

«Io ti credo».

«Mi credi?»

La guardo, stupito.

«Sì» annuisce lei.

Non posso fare a meno di piantare i miei occhi nei suoi. La scruto attentamente, cercando di capire se mi stia mentendo. Del resto, ci sono molti motivi per farlo, primo fra tutti un atteggiamento di compassione verso un povero svitato.

Ma il suo sguardo è limpido. Nulla ne traspare a suggerirmi che non abbia detto il vero. Per quanto assurdo ciò sia.

«Nessuno, qui, mi crede» osservo, a valutare se la ribelle vacillerà. «Nemmeno Archeos, che è quello con la mentalità più aperta».

«Non capisco perché dovresti mentire» dichiara la ragazza, sicura. «Se dici che vieni da un altro mondo, allora mi fido. Era così pure per i Profeti».

«I Profeti… cosa?»

«I Profeti Stellari» specifica Nipria. «Giunsero dal cielo, dicendo di venire da un altro mondo».

«Oh, in quel senso» comprendo. «Beh… a modo suo per me è lo stesso».

Anche se non penso che il mio pianeta sia raggiungibile tramite cose come le astronavi.

Fisso ancora la geniera. È la prima persona che afferma di credermi. A quel pensiero non posso non sorridere.

«Che… che c’è?» chiede la giovane.

«Nulla».

Torno a guardare fuoribordo, e così fa lei.

Mi sento… strano. Felice. Insomma, mi ero abituato al non essere preso sul serio riguardo a ciò che racconto di me, ma… non è che mi abbia mai fatto piacere. Fa male, ecco… mi fa sentire in qualche modo più… solo. Incompreso.

Ma ora, per la prima volta da quando sono qui… qualcuno mi ha alleggerito, sia pur solo un poco, da tale triste sensazione. Una cosa che – come se una grande dose di ormoni della felicità mi fosse stata rilasciata di colpo nel cervello – mi sta scaldando il cuore, sollevando di molto il mio umore.

Ho un moto di gratitudine verso la ragazza.

Dopo un po’, mentre osserviamo i fiocchi, ella domanda:

«Mi togli una curiosità? Quanti anni hai?»

«Diciassette» rispondo.

«Oh… un anno più di me».

«Hai sedici anni?»

«Sì».

Un rumore improvviso giunge alle nostre spalle: un clangore metallico come di pezzi di ferro che si scontrano. Colti di sorpresa, ci voltiamo con un sobbalzo. Anche le altre persone all’esterno paiono stupite. Poi l’equipaggio scoppia a ridere. Quello che pare il pezzo di un macchinario si è appena schiantato sul ponte della nave.

«Un detrito» realizza Nipria, tranquillizzandosi. «Ogni tanto capita».

«Ma è pericoloso…»

«Non si può evitare: con questo tempo non è possibile individuarli tutti».

Un po’ preoccupato, fisso la ribelle.

Allora, inaspettata, la curiosità sorge in me. Perché? Fino ad ora, non ero chissà quanto interessato a lei. Dev’essere… sì. Nel sentirmi visto e riconosciuto, provo ora il desiderio di ricambiare. O meglio… adesso mi importa qualcosa della geniera.

Almeno per questa conversazione, ella non è più una persona qualsiasi.

«Senti… perché sei entrata nella Resistenza?» chiedo. «Alla tua età, poi».

«La mia età?» ripete Nipria.

«Non sei un po’… giovane?»

«Non si è mai troppo giovani per contrastare la Repubblica» afferma la ragazza, passando di colpo a un tono duro, sebbene non sembri avercela con me in particolare. «Sono nella Resistenza da due anni. Più o meno da quando mio padre è morto».

«…»

«Era nella Resistenza anche lui» racconta la ribelle. «Era un geniere. Ho imparato da lui come occuparmi dei macchinari. Rimase ucciso durante un raid della Repubblica sul frammento dove lavorava».

«Mi dispiace».

«Molti hanno una storia del genere, qui» dice ella, senza scomporsi nonostante gli argomenti trattati. «La causa della Resistenza si tramanda lungo le generazioni… e la alimenta il sentimento di rivalsa nei confronti della Repubblica, che ci ha strappato i nostri cari e i nostri diritti».

«Quindi… combattete per vendetta?»

«Anche… ma non solo. Vogliamo evitare che capitino ad altri le nostre stesse situazioni. Almeno, io la vedo a questo modo».

Ma uccidendo i nemici, non provocano proprio ciò che cercano di evitare? mi domando, sebbene preferisca non riferirle tale dubbio.

«Ehi» fa Nipria, dandomi un piccolo pugno sulla spalla. «Lasciamo stare questi discorsi. A prescindere dalle motivazioni, l’importante è che siamo qui a far ciò che è giusto. Non vale pure per te?»

«Veramente, io non ho molta scelta».

«In un certo senso, è lo stesso per tanti di noi» dichiara la geniera. «Siamo tutti sulla stessa barca!»

Escludendo il significato letterale della frase, ne dubito penso. Ma salvo non sia girata voce al riguardo, lei non sa che sono poco più di un detenuto in libertà vigilata… e non c’è poi così bisogno che io glielo dica.

◊◊◊

Quando mi separo da Nipria, cammino tranquillo verso la mia stanza. Lo riconfermo: aver parlato di casa mia mi ha messo di buon umore.

È la prima volta che qualcuno s’interessa del mio mondo d’origine: chi, come Archeos, vuole solo conoscere le tecnologie della Terra dà ben poca importanza agli altri aspetti del mio pianeta… anzi, nemmeno crede alla sua esistenza. Rispetto a quanto accade durante tali asettiche discussioni tecniche, oggi – nel raccontare com’è il mio mondo in confronto a Tersain – ho dunque avuto modo di provare molta più nostalgia di casa; non dolorosa come potrebbe essere, ma in qualche modo piacevole, seppur coperta da un velo di tristezza.

E poi, c’è il fatto che con Nipria posso conversare senza pensare di star facendo la figura del matto. Non so per quale motivo la geniera mi creda così facilmente, ma in verità mi basta sapere di aver qualcuno che non liquida i miei racconti come fantasie deliranti. È un pensiero incoraggiante.

Raggiungo il corridoio su cui si affaccia la mia cabina. Non c’è nessuno, a parte una persona ferma davanti alla porta della mia stanza.

Dawn?

«Dov’eri finito?» chiede la ribelle nello scorgermi.

«Mi aspettavi?»

«Sì… non eri in nessuno dei soliti posti».

Temendo che abbia atteso per colpa mia, per un attimo mi domando se ci fossimo accordati esplicitamente per rivederci, ma un rapido controllo nella mia memoria mi conferma che non è così.

È una sua iniziativa fuori programma.

«Ero sul ponte di coperta» spiego.

«Cosa? Con questo freddo?»

«Nipria mi ha portato a vedere la neve».

«Nipria?» ripete Dawn. «La geniera?»

«Sì».

«O-oh!»

La ragazza assume una strana espressione. È un qualche tipo di provocazione, quella nei suoi occhi?

Sono confuso… è la prima volta che le vedo fare quella faccia.

«Perché mi guardi così?»

«Nulla, nulla» risponde lei. «Ti sei divertito?»

«Sì… le ho parlato del mio mondo».

«Davvero?»

«Mmh…»

Piego la testa di lato. Decisamente sospetto. Diversi campanelli di allarme mi suonano sul fondo del cervello, avvertendomi che c’è un’anomalia non da poco nel comportamento della ribelle.

«Stai rimuginando qualcosa…» affermo, «e non sono sicuro che mi piaccia».

«Ma che dici?» replica la giovane, assumendo un’aria innocente.

Ah, se la gioca così… o magari dice il vero? Bah… non posso certo torchiarla, se non vuole sputare il rospo.

«A parte questo… perché mi cercavi?» le domando invece.

«Oh, niente, per fare due chiacchiere» minimizza Dawn, ora con espressione annoiata. «Ma vedo che ti sei già svagato. Beh, allora ci vediamo».

E mi supera a passo svelto, allontanandosi lungo il corridoio.

Che strana… penso, fissandola mentre la ragazza si dilegua senza voltarsi.

La mia mente comincia a viaggiare, a cercare di spiegare il suo insolito atteggiamento. Prima che la riflessione si faccia troppo intensa, però, m’impongo di interromperla.

Non importa. Non dovrei stare sempre a rimuginare.

Solo a questo punto, mi ricordo che volevo chiederle consiglio riguardo alla mayea.

Mi sa che per oggi ho perso la mia occasione.

Finalmente riesco a fare qualcosa di simile ad una doccia. Visto che ci sono, lavo anche i vestiti coi quali sono giunto a Maltia. Frattanto, li osservo con aria critica, interrogandomi su quanto dureranno. Prima o poi, il momento del passaggio definitivo al vestiario di Tersain arriverà.

Tornato in cabina, deposito nell’armadio gli abiti appena sostituiti. Allora vedo tre piccole forme posate in un angolo sul fondo del mobile: il portafogli, il telefonino e l’orologio rotto, le uniche prove materiali che non appartengo a questo mondo. Socchiudo gli occhi, lasciando che un’espressione dolce mi si formi sul volto. Preso dalle attività sulla Epos, ho quasi dimenticato questi oggetti così fondamentali quando mi trovavo sulla Terra.

Raccolgo il cellulare, osservandolo con nostalgia. Pigio il pulsante di accensione, pur sapendo che ormai la batteria dev’essere completamente esausta. È per questo che rimango abbastanza sorpreso quando lo schermo s’illumina.

Ma dai? penso. Devo ritirare le mie critiche sul produttore di questo telefono. Ha una batteria più duratura di quanto pensassi.

Caricato il sistema operativo, appare l’interfaccia del cellulare. Il mio stupore aumenta ancora: l’icona indicante le condizioni della batteria segna che c’è ancora metà della carica a disposizione.

Quando il capitano me lo restituì, era sull’orlo di scaricarsi ricordo. Possibile che sia un errore del telefonino?

Eppure, l’icona non accenna a porsi su un valore più ragionevole. Dopo aver atteso un paio di minuti, spengo e riaccendo il dispositivo. Questo conferma che la carica è proprio quella indicata poco fa.

Davvero strano. Forse era errato il valore dell’ultima volta… oppure ho visto male? Quale che sia, non mi aspettavo che a tenerlo spento la batteria potesse resistere così a lungo.

Al che, un flash improvviso mi attraversa la mente. Un ricordo del tutto scollegato da quel che sto facendo ora: uno della sera precedente al mio arrivo a Tersain… quando è sembrato che abbia usato una torcia senza batterie.

Un solletico sul fondo della coscienza sembra cercare di dirmi che qualcosa… una connessione è sull’orlo di formarmisi nei pensieri. È una sensazione che dura un paio di secondi…

… per poi esaurirsi senza dare frutti.

Ah, odio quando succede!

Purtroppo, ogni tanto l’intuizione fa cilecca. E quando succede, mi lascia sempre la fastidiosa sensazione di star dimenticando qualcosa d’importante. Purtroppo, è anche difficile che, concentrandomi, riuscirò a riprendere il filo di qualunque ragionamento stesse avvenendo nel mio inconscio.

Intanto che provo a scacciare il disappunto, il mio sguardo va, distrattamente, all’app di messaggistica che usavo sulla Terra. Apertala, do un’occhiata veloce ad alcuni messaggi che ho cercato di mandare nel mio primo giorno a Tersain… ma che, com’è naturale, senza Internet non sono mai partiti.

Le mie dita si muovono quasi di loro sponte, a battere veloci l’ennesimo, breve testo. Quindi, premo il pulsante d’invio.

… ma che sto facendo? penso. E ancora una volta, spengo il cellulare.

Thanks For Reading! Thomas: Dai, Ethan! Se ti impegni, puoi arrivarci, a capire! Elena (illustratrice): Sarebbe troppo facile, se succedesse subito, eh? Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

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