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Epos (Maltia)
13 novembre 2355
23° giorno di Ethan a Tersain
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Giunge il giorno della nuova spedizione, e ancora una volta indosso la mantella della Resistenza. Trovo piacevole quest’abito, se non addirittura elegante nella sua semplicità. Non so… è come se emanasse modestia e mistero allo stesso tempo, a indurre un curioso fascino su qualche parte inconscia di me.
Con una certa riluttanza, prendo anche la pistola.
Non posso star senza, eh?
A detta di Dawn, dobbiamo necessariamente girare armati fintantoché ci troviamo in territorio di Maltia. La ragazza mi ha fatto esercitare un po’ su dei bersagli, con risultati un poco migliori che nel combattimento fisico, nel quale invece non riesco proprio a brillare… almeno, se paragonato alla mia “allenatrice”.
«Conosci una tecnica carina» ha sentenziato la ribelle, riferendosi alle mie conoscenze di taekwondo. «Ma ti mancano la forma fisica e, soprattutto, la volontà».
«Non si combatte granché, dove vivo io» mi sono difeso io. «O almeno, non in patria».
«Oh, davvero? Sembra un posto pacifico».
«Sì… e no».
Ormai, il riferirci al cosiddetto “luogo dal quale provengo” sta divenendo la norma. Anche se – a parte Nipria – nessuno crede che io non sia di Tersain, almeno accettano la presenza di una mia terra d’origine non ben identificata, purché abbastanza plausibile. Un bizzarro patto non esplicitato, per consentire di sostenere discorsi che altrimenti susciterebbero solo scetticismo.
Piuttosto utile, visto che a sapere da dove dico di venire sono di sicuro più di quanti credo penso, mentre mi reco nell’hangar della Epos. Grazie a pettegoli come Jim che spargono la voce.
Se è così, probabilmente hanno tutti deciso di accettare le mie strambe affermazioni come una stravaganza da concedermi. La cosa è in qualche modo demotivante: è come se mi ritenessero un po’ matto.
Sulla via per l’hangar incrocio Dawn, anch’ella pronta alla partenza e armata di pistole e bastone. Insieme muoviamo lungo i corridoi, diretti al mezzo che ci porterà a destinazione.
«Stavolta saremo molti di più» m’informa la ragazza. «Andremo con ben tre velivus».
«Non daremo nell’occhio?»
«No. Gli altri due gruppi sono già partiti, e man mano che arriviamo ci spargeremo fra la gente del luogo».
«Quindi, non è un frammento deserto…»
«No, no. C’è un villaggio, lì».
Fisso la mia mantella marrone.
«Ma… come facciamo a mimetizzarci, se indossiamo un vestito distintivo della Resistenza?» domando.
«Quel significato è noto solo fra i ribelli. Per gli altri è un indumento qualsiasi» spiega la giovane. «E poi, non è proprio una divisa: è un simbolo, e non lo usiamo sistematicamente».
«Ma se di colpo spuntano venti persone con lo stesso abito, non passeranno inosservate».
«Guarda che sei uno dei pochi a portarlo in questa occasione» mi fa presente lei. «E proprio per non farci notare».
«Oh…»
Sono l’unico cretino, quindi?
«Non preoccuparti» mi rassicura Dawn, strizzandomi l’occhio. «Non ti hanno detto nulla sulla missione. Non potevi prevederlo».
Già… alla fine non sono riuscito a scucire niente di niente, ad Archeos.
Arrivati al nostro velivus, saliamo a bordo e indossiamo le imbracature. Una decina di minuti dopo, il mezzo sta volando lontano dalla Epos.
«Ora di conoscere i dettagli» dice Samuel. «Siamo diretti a un frammento popolato, non troppo lontano dal centro di Maltia. Probabilmente, ci saranno un po’ di truppe della Repubblica. Noi faremo come se nulla fosse, spacciandoci per mercanti di passaggio. Una volta lì, prenderemo contatto coi compagni che ci hanno preceduti. In base alle informazioni che avranno raccolto, decideremo come condurre le ricerche».
«Che cerchiamo con esattezza?» chiedo.
Spero abbiano le idee più chiare della volta scorsa.
«Rovine di edifici, o testimonianze della loro presenza» risponde il pilota. «In generale, qualsiasi cosa possa portarci a dei resti lasciati dai Profeti Stellari. Se Energheia è là, si troverà in posti del genere».
Grandioso… anche stavolta, si va a tentoni.
Man mano che viaggiamo, cominciano ad apparire diversi altri velivoli in lontananza. Il cielo si fa piuttosto trafficato, e sui frammenti spuntano villaggi e borghi. A un certo punto, individuo un’intera città.
Quindi, queste sono le zone popolate della Repubblica. È… impressionante.
E in effetti, alcune opere di architettura lo sono davvero. Certi frammenti sono persino stati uniti tramite ponti e strutture di ancoraggio, in modo da creare caseggiati più vasti.
Raggiungiamo un’area di cielo dove le isole sono particolarmente fitte. Quasi tutte presentano abitati o anche solo edifici solitari. Mi viene spontaneo chiedermi quale equilibrio impedisca a quelle grandi rocce di schiantarsi le une sulle altre.
Fairworth, il frammento cui puntiamo, è un po’ più isolato dagli altri, che lo circondano senza approssimarvisi troppo. Ha dimensioni discrete, con boschi che ne riempiono un lato e pianure erbose sul versante opposto. Su queste ultime sorge un villaggio di media estensione.
Samuel avvicina un porto sul bordo dell’isola, separato dal paese da mezzo miglio di strada. Varie banchine sono sospese nel vuoto, affinché le navi meno maneggevoli possano attraccare. Il velivus, comunque, è abbastanza agile da calar su delle piazzole poste sulla terraferma, e così fa.
Mentre Antony si occupa delle questioni burocratiche legate allo sbarco, noi altri scarichiamo le merci atte a supportare la nostra copertura come mercanti. Quindi, ognuno con una grossa cassa fra le braccia, ci dirigiamo verso il villaggio.
Non sono sorpreso di vedere un po’ di arcaismo nel modo in cui sono strutturati gli edifici. Non sono propriamente medievali, ma nemmeno al livello di quelli delle città inglesi. È un’estetica, però, che mi risulta gradevole da vedere.
In giro non noto vetture quali le automobili, se non una sorta di carretto che pare funzionare a vapore. Neanche quello è un fatto sorprendente: in un mondo come Tersain, è probabile che i veicoli terrestri e acquatici siano parecchio sottosviluppati rispetto ai mezzi aerei.
Una volta inoltrati fra le costruzioni, raggiungiamo un edificio a due piani. A quel che so, lì incontreremo un mercante che da copione deve ricevere le nostre merci. In realtà, costui è anche un simpatizzante della Resistenza, o forse un agente sul luogo.
«Spero che poi non dovremo venderla, ‘sta roba» borbotto a Dawn.
«Ma no» mi rassicura lei.
«Bene… non credo sarei capace di smerciare qualcosa nemmeno nel luogo da cui vengo, e qui in terra straniera sarei pure molto sospetto».
«Già… meglio non attirar l’attenzione di quelli» concorda la ragazza, facendo cenno con la testa.
Seguendo tale movimento, individuo alcuni uomini in uniforme che camminano lungo la strada. Portano delle spade al fianco e fucili dalla strana forma fra le braccia.
«Armi energetiche?» domando.
«Quelle? No, sono mayeutiche. Non vedrai molte pattuglie di paese con armi energetiche».
«Mmh… comunque, davvero… per me le loro spade sono un po’ inutili».
«Le armi mayeutiche si scaricano molto presto. In un conflitto capita spesso che si esauriscano i colpi, e allora si passa al confronto in mischia».
Varcata la soglia dell’edificio, troviamo un uomo sulla quarantina ad accoglierci. È un tipo dal fisico scolpito, con una capigliatura brizzolata ben abbinata agli occhi grigi.
«Ecco i miei “clienti”» ci accoglie il mercante. «Scaricate pure qui. Fatto buon viaggio?»
«Nessun problema per la via» risponde Samuel.
Con un grugnito Antony posa la propria cassa, dopodiché prende a massaggiarsi il braccio sinistro. Le mayee dei filosofi l’hanno rimesso in sesto a tempo di record, ma la ferita gli duole ancora.
«Usato un velivus?» chiede il mercante. «Un po’ vistoso… non temevate attenzioni indesiderate?»
«Ormai è diffuso a sufficienza» dichiara il pilota. «Per chi porta merci di valore, vale la pena rischiare e garantirsi un buon mezzo per fuggire».
I ribelli seguitano a scambiare convenevoli in codice con l’uomo, in perfetta linea coi loro ruoli. Fa la sua comparsa anche un giovane aiutante di bottega, che però si dilegua quasi subito.
«Restate qui per un po’, naturalmente!» asserisce il mercante a un certo punto.
«Ci farebbe comodo» acconsente Samuel. «Ah… ti voglio presentare mia sorella Dawn… e una “recluta” fresca».
E fa cenno in direzione di me e della ragazza.
«Oh, bene, nuova gente nel campo del commercio» commenta il mercante. «Piacere di conoscervi. Sono Aniketos Sinatora».
La ribelle esegue un mezzo inchino.
«Ethan Knight… piacere» mi presento.
Aniketos mi tende il braccio muscoloso. Io ne stringo la mano, ma invece di ricambiare la stretta, l’uomo mi guarda perplesso.
«Ehm… ho fatto qualcosa?» mi preoccupo.
«Ethan è straniero» spiega Samuel, un po’ imbarazzato. «Credo che da lui si saluti… così. Sta ancora imparando come facciamo qui».
«Oh!» esclama Aniketos. «Beh, lezione sui saluti: da noi si fa a questo modo».
E afferra direttamente il mio avambraccio, stringendolo con vigore.

Capisco penso. Salutano come ai tempi dell’antica Roma. In effetti, pure Nipria mi è parsa sorpresa quando le ho preso la mano.
Ancora una volta, mi stupisco della mia memoria. Mi domando perché non si è mai fatta vedere, quando ne avevo bisogno per la scuola.
«Allora… date un’occhiata alle mie merci?» chiede Aniketos, tornando a rivolgersi ai due fratelli. «O prima preferite andarvi a riposare?»
«Opteremo per la seconda» risponde Samuel. «C’è una taverna decente, qui?»
«La Nuvola di Vapore» consiglia Aniketos. «Il vino è buono, e s’incontra gente interessante».
«Ci faremo un salto».
◊◊◊
Senza nessuna pesante cassa fra le braccia, durante la camminata verso la taverna posso guardarmi meglio in giro. Questa è la prima volta che visitiamo un insediamento di Maltia, e non c’è modo che io non sia interessato.
Mi rendo subito conto che, come detto da Dawn, il vestito della Resistenza non è così appariscente a confronto di ciò che indossa la gente del luogo. In effetti, lo stile degli abiti altalena fra più epoche: dal greco antico al medievale, dal rinascimentale al novecentesco, con talvolta indumenti o accessori che ben starebbero in un film steampunk.
La vista della taverna, poi, mi scalda il cuore: ricorda alcuni edifici inglesi del periodo celtico e dintorni. Non capisco, però, il perché della differente architettura rispetto alle altre strutture.
Una volta all’interno, raggiungiamo il bancone e Samuel ordina vino per tutti eccetto Dawn.
«Ehm…» faccio. «Io sono astemio».
«Cosa sei?» chiede il pilota.
«Astemio… non bevo alcolici».
«Non… bevi?»
I due fratelli si guardano. Anche Dawn è perplessa.
«Forse… ti dà problemi di salute?» domanda Samuel.
«No… semplicemente, non è mia abitudine» spiego. «Non tocco quasi mai alcol».
«Ma… non bere vino… da voi gli uomini non lo fanno?» insiste il pilota.
Tiene il tono di voce basso, come se si stesse parlando di qualcosa d’imbarazzante.
«Sì, ma… uhm… mi sa che dovete spiegarmi. Qui c’è qualche usanza riguardo al vino, vero?»
«Diciamo di sì» mormora Samuel. «Dawn, puoi spiegarglielo tu? Io devo…»
Non finisce la frase. Ha lo sguardo puntato verso alcuni avventori vicini al bancone.
Quelli devono essere i nostri “colleghi” arrivati prima di noi intuisco. Samuel si dovrà far passare le informazioni.
Quando l’oste ci porge dei bicchieri di vino, Samuel ed Antony si spostano. Con la scusa di farsi parlare del luogo, offrono da bere ai membri della Resistenza e attaccano bottone.
Intanto, Dawn si rivolge a me.
«Dunque…» dice. «In realtà, per la sorpresa Samuel ha enfatizzato un po’ i toni. In sostanza, a Maltia è la norma che tutti gli uomini bevano vino, e che le donne non lo facciano. Evidentemente, nel luogo dal quale provieni non è così».
«No, infatti!»
Fisso il mio bicchiere. Non ho niente contro l’alcol in sé, ma non mi sento tranquillo all’idea di alterare le mie capacità mentali.
«Beh, sarebbe… strano se non lo bevessi» spiega Dawn.
«Diventerò strano io se lo bevo» replico.
«Mmh… in effetti non sei messo bene a costituzione, eh?»
«Non c’entra… è che non sono abituato».
Afferro il bicchiere e ne sorseggio il contenuto. Non è cattivo, ma so che mi pentirò a berlo tutto.

«Fai quel che puoi» dice la ribelle. «Basta che non attiri attenzioni inutili… anche se, a pensarci, da brillo potresti diventare meno sospetto».
… in che senso?
Ci vuole quasi un’ora affinché i membri della Resistenza si passino le informazioni. Quando hanno concluso, Antony e Samuel tornano da me e Dawn, per poi abbandonare insieme a noi la taverna e dirigersi dal mercante Aniketos.
«Ho mandato via il garzone e acceso gli interdittori» riferisce il mercante, una volta che lo raggiungiamo. «Possiamo parlare senza timore».
A una mia occhiata interrogativa, Dawn mi spiega:
«Interdizione mayeutica: evita che qualcuno ci ascolti tramite la mayea».
Sediamo un po’ dove capita. Sprofondato in un sacco di cereali, io sospiro sollevato: nella lunga attesa, ho finito per osare più di quanto mi ero ripromesso, bevendo tutto il vino nel generoso bicchiere datomi dall’oste… e ora mi sento piuttosto stordito.
Dopo che Aniketos ha chiuso la porta del suo negozio, Samuel inizia a spiegare la situazione:
«Intanto, riguardo alla presenza militare… è un po’ più alta del previsto. Non si è capito il motivo, ad ogni modo dovremo muoverci con prudenza. Quanto all’obiettivo, pare ci siano delle rovine sotterranee fuori dal villaggio. Sono pericolanti e non utilizzate, pertanto dovremmo poterle visitare senza incappare in incontri spiacevoli. Si è optato per agire fra tre ore: sarà meno sospetto che uscire dal villaggio con le tenebre. Domande?»
«Non ci sarà da sparare, vero?» chiedo, le palpebre socchiuse a causa di una lieve sonnolenza.
«Mi auguro proprio di no» risponde Samuel. «Ci mancherebbe altro».
«Questo non significa che non dobbiamo essere preparati» interviene Antony, alzando un dito ammonitore. «Ho una brutta sensazione riguardo al numero di soldati sul luogo».
«È sospetto» concorda il fratello. «Comunque, mentre noi cerchiamo, qualcuno rimarrà in paese a controllare la situazione».
Non molto dopo, la riunione viene sciolta. A fatica, io mi tiro su dal sacco, per andarmene in un angolo più appartato del negozio. Mi sento un po’ come un gatto poco in forma che si cerca un rifugio tranquillo dove riprendersi. In effetti, a farmi vedere troppo stordito temo che gli altri – specie Antony – mi facciano storie, o qualcosa del genere.
Sedutomi in un angolo fra alcune casse di legno, sbuffo scocciato. A volte, non so davvero che mi passi per la testa. Sapevo che era una brutta idea, quindi perché ho bevuto quel vino?
Ah, ma io lo so: mi sono lasciato influenzare. Mi sentivo giudicato, e ho ceduto alla pressione, cercando di venire incontro per quanto possibile alle aspettative altrui. E forse, ero anche un po’ curioso.
Va bene, lezione afferrata. Penso di essere piuttosto bravo a imparare dagli errori. La prossima volta starò più attento.
«Ehi, Ethan… ce la farai, vero?»
Tale domanda mi raggiunge da dietro le casse alle mie spalle. Mi volto: Samuel se ne sta lì, con un sorriso tranquillo, le braccia appoggiate sui contenitori mentre mi fissa.

«… non so… qualche ora basterà perché passi?» domando.
«Mah, non sembri messo tanto male. Credo di sì» non si sbilancia il pilota. «Certo, per uno che non beve, te la sei cavata… eri a stomaco vuoto, no?»
Annuisco. Cambia molto? Sinceramente, non so come dovrei sentirmi, dopo un bicchiere di vino.
«Se ce ne sarà l’occasione, quando avremo finito faremo le cose con più calma, alla taverna» propone Samuel. «Non abbiamo mai modo di parlare intorno a un tavolo, sulla Epos. Ti stai trovando bene con noi?»
«Da quando non sono più dietro le sbarre» rispondo.
Il ribelle ridacchia.
«Ogni tanto sento parlare di te» osserva. «Ti stai facendo conoscere. Penso sia un bel passo avanti».
«… davvero?»
Non so se la nomea che mi sto creando è positiva o negativa.
«Se vorrai diventare dei nostri a tutti gli effetti, credo tu abbia la strada spianata» afferma Samuel. «Basta che non fai sciocchezze, è chiaro».
«… stai cercando di reclutarmi?»
«Non è il mio lavoro. Ti facevo solo notare le opzioni» dichiara il pilota, sollevando le braccia dalle casse. «Mh?»
Mi fissa negli occhi.
«Ma sei sicuro di non bere mai?» mi fa.
«Sì, certo… perché?»
«Hai una velocità di ripresa… strana» osserva il giovane, scrutandomi. «I tuoi occhi non sono lucidi come poco fa».
A ben pensarci, anche il mio stordimento sta venendo meno. Al momento, addosso mi rimane più che altro un forte senso di calore.
E pure quello si sta spegnendo.
«Tu non me la racconti giusta» ghigna il pilota, allontanandosi.
No, guarda che non ho mentito!
Mentre lo penso, mi porto una mano alla fronte. Questo perché ho avuto un’improvvisa sensazione… anzi, un’intuizione.
Di punto in bianco, ho ricordato la rapidità con cui, giorni fa, le mie vecchie ferite sono guarite.
Non dirmi che…? No, Ethan, adesso non saltare a conclusioni fantasiose.
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Come da programma, tre ore dopo abbiamo abbandonato il villaggio. I terreni circostanti non sono coltivati, né vi sono elementi d’interesse per gli abitanti dell’insediamento. Non c’è, quindi, nulla di strano se lungo la via incontriamo soltanto qualche bambino che gioca e un vecchietto a passeggio in cerca di verdure selvatiche.
Il luogo ospitante le rovine è nascosto alla vista del villaggio da una macchia d’alberi.
«Piuttosto conveniente» è il commento di Samuel.
Delle rovine sono visibili solo pochi blocchi di pietra semi-occultati dall’erba alta. Il notarli viene semplificato dalla presenza di alcune persone lì vicino: altri membri della Resistenza.
«È questo?» chiede Samuel, quando li abbiamo raggiunti.
«Sì» dice uno degli uomini, indicando un pertugio fra i resti.
Guardo su. Fra velivoli e isole volanti, a Tersain c’è un elevato rischio di essere osservati dall’alto, ed io temo che qualcuno noti quest’insolito assembramento di persone. Il cielo che attornia il frammento, però, sembra sgombro, per cui posso tornare a concentrarmi su quanto fanno i miei compagni.
«Dawn, puoi illuminare?» domanda Samuel.
La sorella accosta le mani e, con un sospiro, fa apparire il simbolo dell’universo col quale già ha rischiarato le rovine dove abbiamo trovato la chiave della mappa.
«Facciamo attenzione, non vogliamo che ci siano crolli» ammonisce il pilota.
Dunque, ci infiliamo nel pertugio.

