Energheia – Capitolo 29: Trappola di roccia

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Fairworth (Maltia)

13 novembre 2355

23° giorno di Ethan a Tersain

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Delle scale rovinate dalle intemperie consentono la discesa in ciò che pare un edificio sotterraneo, e tramite esse giungiamo nel mezzo di un corridoio non molto in profondità. È semiallagato, come se dell’acqua vi si fosse raccolta a causa di recenti piogge.

«Noi quattro per di qua» indica Samuel, parlando ai fratelli e a me.

Quindi si rivolge a tre uomini che, facendosi luce con una fiaccola, sono scesi con noi.

«Voi nella direzione opposta».

I due gruppi muovono nei diversi sensi del corridoio.

«Con loro c’è un filosofo?» chiedo.

«Sì» dice Antony senza guardarmi. «Non servirebbero a granché, sennò».

Sembra quasi un complimento. Immagino me l’abbia fatto per sbaglio.

Qualcuno dei tizi che ho visto di sopra non è sceso. Presumo siano rimasti di guardia.

«Che aspetto dovrebbe avere il manufatto?» domanda Dawn.

«Non lo sappiamo» risponde Samuel. «Divertente, vero? Ci aspettiamo che i filosofi riescano a riconoscerlo, ma non so proprio come potrebbero».

«Concordo» commento.

Avanziamo lungo il corridoio, dunque prendiamo una svolta ad angolo retto. La pietra intagliata che costituisce le pareti e il basso soffitto è consumata e ricoperta di muschio. Il terreno sotto il pelo dell’acqua, poi, è molto scivoloso. Noto anche delle specie di alghe accumulate ai bordi del passaggio.

Questo luogo dev’essere allagato per la maggior parte del tempo. Ringrazio di indossare degli stivali impermeabili.

Di colpo, Antony alza la mano a imporre l’alt.

«Che c’è?» domanda Samuel.

«Non hai sentito?» chiede il fratello. «Sembravano… spari».

Tendiamo le orecchie, ma non udiamo proprio niente. Dopo diversi secondi di ascolto, ci guardiamo tutti con perplessità.

«Mi sarò sbagliato» borbotta il vice brigadiere.

Ha appena finito di dirlo che un boato improvviso ci raggiunge, facendoci sobbalzare. Temendo un cedimento strutturale, guardo il soffitto, tuttavia ogni cosa rimane al suo posto.

«Torniamo indietro» ordina Antony, corrucciato. «Mano alle armi».

Oh, no… di nuovo?

Estraggo la pistola e, con i Sanders, percorro il corridoio a ritroso. Quando raggiungiamo la scala dalla quale siamo scesi, troviamo anche l’altra squadra di ribelli.

«Un crollo?» fa Samuel.

Mi va il cuore in gola: il pertugio dal quale ci siamo introdotti nelle rovine è bloccato da un cumulo di detriti!

«C’è odore di esplosivo» dice un tipo allampanato del secondo gruppo. «E qualcuno ha sparato, poco fa».

«Possibile?» esclama il pilota. «Ci hanno scoperti? O è un tradimento?»

«Magari entrambi» borbotta il tizio allampanato.

«Uscite alternative?» chiede Samuel.

«Non che noi sappiamo».

«Merda!»

Mentre i compagni discutono, Antony raggiunge le macerie che bloccano il passaggio.

«Ehi, là fuori!» urla.

Attende alcuni secondi, ma non ottiene risposta.

«C’è qualcuno fuori?»

Ancora niente. All’esterno tutto tace.

◊◊◊

Come prima cosa, finiamo di esplorare l’edificio sotterraneo. Non è molto vasto, e non è una grande sorpresa scoprire che non contiene alcun manufatto. Di ulteriori uscite, poi, neanche l’ombra.

Terminata la perlustrazione, il gruppo mio e dei Sanders si ricongiunge ai tre ribelli rimasti intrappolati con noi. Tenendoci a non troppa distanza dall’ingresso crollato, facciamo il punto della situazione.

«Va a capire come, ma a quanto pare la Repubblica sapeva che eravamo qui» dice Antony. «Gli spari di prima dovevano essere dei militari che attaccavano i nostri compagni rimasti di guardia. Per qualche motivo, gli uomini al villaggio non ci hanno avvertiti. Una volta preso l’ingresso, i soldati hanno fatto saltare l’entrata con l’esplosivo».

«Perché per ucciderci non hanno aspettato che uscissimo?» chiedo.

Sono stranamente calmo. In qualche modo, la situazione di difficoltà mi porta ad essere più lucido che mai.

«Perché, forse, non puntano a ucciderci… bensì a intrappolarci. Per i repubblicani è un modo di fare poco ortodosso, ma… sospetto vogliano stremarci lasciandoci qui per un po’».

«Ah, non gli sarà difficile» fa un uomo nerboruto col vocione, che pare chiamarsi Sisoes. «Ho controllato l’acqua: ha un odore strano. Dubito sia bevibile».

Sul serio? Esiste davvero gente capace di capire una cosa del genere solo con l’olfatto?

«Veleno?» ipotizza Hilarion, l’uomo allampanato. «Insomma, ci vogliono morti o no?»

«È improbabile che sia opera dei soldati» presume Samuel. «Quest’acqua dev’essere piuttosto vecchia e stagnante».

«Di sicuro non è una buona idea berla» afferma il fratello. «In questo modo, in pochi giorni ci arrenderemo senza resistere, e i repubblicani potranno interrogarci».

«Non dovrebbero starci già chiedendo di arrenderci? Siamo circondati, perché aspettare?» osservo.

«Sanno che noi della Resistenza non amiamo gettare le armi. Potrebbero non voler rischiare… o attendono istruzioni dall’alto».

«Ah, ecco…»

Cala il silenzio. Siamo proprio in una brutta situazione.

«Per quanto riguarda il manufatto?» domanda il filosofo che ci accompagna, un certo Kendeas.

«Non essendo qui, due sono le ipotesi» dichiara Antony. «O non c’è mai stato, oppure l’ha già preso la Repubblica».

«Io non credo fosse qui» dice il filosofo, muovendo appena il capo, a mandar riflessi spenti dai suoi capelli biondo cenere. «Il luogo non corrisponde alle descrizioni».

Tendo l’orecchio. Descrizioni?

«Anche ritenendo che non ci sia mai stato, resta da capire quanto i repubblicani sappiano su queste rovine: pensano solo che siano un nostro non ben identificato luogo d’interesse, o sanno cosa avrebbero dovuto nascondere?» considera Antony. «Nel primo caso, c’è da chiedersi come abbiano saputo del nostro arrivo. Nel secondo, tale domanda non si pone, giacché dopo il furto della mappa probabilmente immaginano che pure noi cerchiamo il manufatto. L’interrogativo sarebbe, invece, un altro: come sapevano di questo posto come potenziale luogo ospitante il manufatto? La mappa l’abbiamo noi, e non credo abbiano avuto tempo e modo di studiarla prima che gliela rubassimo».

«Se riusciamo a mettergli le mani addosso, glielo chiederemo» dichiara Sisoes.

«Sarebbe bello» commenta Hilarion.

«Dobbiamo pensare a un modo per uscire» dice Samuel, levando lo sguardo. «Non siamo troppo in profondità, ma questo luogo è in condizioni precarie. È già tanto se con l’esplosione non è crollato il soffitto. Non vorrei metterne alla prova la stabilità cominciando a scavare».

«Le macerie sono troppe e troppo grosse» aggiunge Sisoes. «E se pure riuscissimo a rimuoverle, ci troveremmo diverse bocche di fuoco puntante in faccia appena messo il muso fuori».

«Che dicono i filosofi?» domanda Hilarion.

«Ci sto lavorando» risponde Kendeas.

La sua fronte è aggrottata a mostrare una marcata ruga del pensatore. In effetti, si direbbe che l’uomo – credo sia fra i 30 e 40 anni – abbia spesso espressioni del genere. Da quando siamo qui, si mostra molto serio, quasi indisponente. Percepisco, però, che si sta davvero applicando.

Anch’io mi si sto scervellando alla ricerca di un modo di uscire da qui. Non mi va di patire la fame e la sete per giorni, inoltre nulla garantisce la sopravvivenza di tutti per il tempo che i repubblicani riterranno sufficiente a stroncarci. E se pure ne venissi fuori vivo, di certo non mi tratteranno con riguardo: sarò ritenuto parte della Resistenza.

«Come siamo messi a magi?» chiede Kendeas. «Chi di voi lo è?»

«Io so usare un po’ di mayea» risponde Dawn.

«Sei l’unica?»

Vedo diversi occhi rivolgersi verso di me, ma poi Samuel dice:

«L’unica che di fatto riesce a utilizzarla».

«Mh… quindi… sapresti purificare l’acqua?» domanda il filosofo.

«Separazione di sostanze?» fa lei. «Non so… potrei provare, ma…»

«Deduco che non sei molto pratica» la interrompe Kendeas, con un tono un po’ irritante da persona che la sa lunga. «Se non sei in grado di agire con gran precisione, non servirà».

«Potrebbe provare» propone Samuel.

«E assaggerai tu il prodotto del suo esperimento? Io non ho conoscenze mediche, non saprei che fare se ti intossichi e stramazzi morente. Francamente, se pure io sapessi usare la mayea, non mi azzarderei a tentare senza essere competente in quel tipo di operazione».

Non basterebbe far bollire l’acqua con una mayea di fuoco, o roba del genere, per poi raccogliere i vapori purificati? rifletto. Mah… non diciamolo subito. Gli animi sono un po’ troppo accesi. Aspettiamo che siano più calmi e propensi ad ascoltare l’ultima ruota del carro… ossia, il sottoscritto. Fra l’altro, se qualcosa va storto e ci intossichiamo, sarà colpa mia, quindi conviene che la mia idea sia proprio l’ultima risorsa.

Una sorta di rombo giunge dall’esterno, riverberando attraverso la roccia. Tutti alzano lo sguardo. Non pare un’esplosione.

«Tuoni?» dice Sisoes.

«Così sembrerebbe» risponde Hilarion.

◊◊◊

Effettuiamo un altro sopralluogo delle rovine, ma non scopriamo nulla più di prima. Intanto, il rumore di altri tuoni ci raggiunge, facendosi via via più vicino. A un certo punto, cominciamo anche a sentire lo scrosciare della pioggia.

«È parecchio forte» osserva Dawn.

Alla fine, abbiamo abbandonato le esplorazioni e siamo tornati vicino all’uscita sigillata. Lì abbiamo trovato alcuni blocchi di pietra crollati chissà quando dal soffitto, e su di essi ci siamo seduti.

Non so quanto tempo è passato. Immagino ci troviamo qui ormai da parecchie ore. Il mio stomaco inizia a mandare i primi brontolii di disappunto.

Peccato non avere più un orologio funzionante…

«Dovranno chiamare dei magi bravi» commenta Sisoes. «Tirar via tutti quei detriti richiederà parecchio tempo, se no».

«Questo rende solo le cose più difficili» asserisce Hilarion.

Nessuno aggiunge altro. I silenzi si stanno facendo sempre più frequenti: ormai siamo senza idee su come liberarci. Rispetto a prima, ora sono un po’ in ansia, anche se mantengo ancora un certo controllo.

«Forse saresti stato meglio lontano dalla Resistenza, eh?» scherza Dawn.

Lei ed io siamo seduti sullo stesso blocco di roccia, ben illuminati dal simbolo dell’universo della ragazza. Gli altri ribelli sono sparsi nel raggio di alcuni metri nei dintorni.

Faccio un sorriso mesto.

«Beh» rispondo. «Magari mi andava peggio se lasciato solo. Uno come me, abituato a camminare su un pianeta tutto intero, senza un po’ d’aiuto non andrebbe lontano in un mondo frammentato».

«Dev’essere strano vivere su un mondo come il tuo» giudica la ragazza.

Io la fisso, e lei si affretta a precisare:

«Non ho detto che credo all’esistenza del luogo da cui affermi di venire, eh? Ragiono per… assurdo, sì».

«Ah-ah» replico.

«Dico davvero!»

«Va bene, va bene».

Immagino sia la verità. Non c’è motivo per cui Dawn debba aver iniziato ad accettare le mie origini.

«Chi hai lasciato lì?» domanda la ribelle.

«Eh?»

«La tua famiglia, non so…»

«Oh…»

Fisso lo sguardo nel vuoto. I ricordi prendono forma nella mia mente.

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Stanstead St Margarets (Inghilterra)

20 ottobre 20XX

2 giorni alla scomparsa di Ethan

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«Che materie hai oggi?»

Un po’ seccato, levo lo sguardo dalle mie uova con pancetta. Già ho poco tempo per far colazione; se inizio a rispondere a mia madre, rischio anche di dover mangiare tutto di fretta.

«Te lo dico quando torno, vuoi?»

«Come preferisci».

Sono di malumore: mi sono svegliato con un fastidioso mal di testa, e ho scoperto con disappunto che in casa sono finiti i medicinali per contrastarlo. Per ora lo sopporto senza fatica, ma presto il dolore aumenterà.

Prevedo una giornata pessima.

Finita la colazione, prendo la bici e mi dirigo a scuola. Il viaggio mi richiede ben più tempo del solito: il mio zaino è particolarmente pesante, e il vento è pure contrario.

Oggi qualcuno mi vuole male.

Arrivo a destinazione parecchio sudato. Legata la bicicletta a un palo, raggiungo l’aula della prima lezione.

«Buondì, Ethan» saluta Nate, che chiacchiera con un compagno vicino al mio banco.

«Ciao» rispondo, con un lieve sorriso.

Scorro lo sguardo sulla stanza. Individuato chi cerco, tiro fuori dallo zaino un fascio di fogli. Deglutisco, quindi mi faccio forza e marcio fino a una studentessa seduta dall’altra parte della classe.

«Lizzie» chiamo.

La ragazza si volta, guardandomi con espressione incuriosita.

«Ehm… gli appunti che mi hai chiesto» dico, porgendo i fogli.

«Oh… grazie mille» fa Lizzie, prendendoli. «Te li riporto domani, promesso».

«Se ti servono per più tempo, non c’è problema» assicuro, la voce un po’ stentata.

«Ok… grazie».

«Ehm… prego».

Patetico mi apostrofo, tornando al mio posto.

Queste dovrebbero essere occasioni d’oro per provare a parlare con lei. Invece, non mi riesce proprio di comportarmi come una persona affabile.

Devo esserle sembrato davvero strano.

«Ottima scelta» mi fa Nate, con aria di approvazione.

«No comment».

Siedo stancamente, le dita che corrono a massaggiare le tempie pulsanti.

«Ciao!» mi dice Maggie, avvicinandosi.

«Ciao».

«Ordinato il libro?»

«Sì. Dovrebbe arrivare fra tre o quattro giorni».

«Ottimo! Vedrai… ci rimarrai secco quando Z1 vincerà la guerra delle macchine».

«Cosa…?» esclamo, gli occhi fuori dalle orbite. «Ma… che ti salta in mente? Non…»

«Che c’è?»

«Non spoiiilerareee!» prorompo.

La mia protesta viene interrotta da un’improvvisa botta in testa. Mi volto, già sapendo chi può essere stato. Naturalmente è Justin, con un grosso libro stretto fra le mani; a giudicare dalla consistenza, deve avermi colpito con quello.

«Cos’è che non ti si deve spoilerare?» domanda Justin. «Sono persino disposto a leggerla, pur di dirti di più. Cos’è, Maggie?»

«Niente che t’interessi».

«Andiamo! Beh, pazienza».

E il ragazzo abbatte di nuovo il libro sul mio capo. Io sono già abbastanza di malumore. Di norma tollererei un paio di colpi in testa… mi è toccato anche di peggio. Ma in questo momento mi monta la rabbia.

Ogni sacrosanto giorno devo stare a sopportare questo imbecille…

Sto preparandomi a ricevere un altro colpo, soltanto uno, per scatenarmi. Ma la botta non arriva: distratto da qualcosa, Justin si è allontanato.

Io rimango qui fermo, ansimante di rabbia.

«Tutto bene?» mi chiede Nate.

Non rispondo. Innervosito, mi prendo la faccia fra le mani e appoggio i gomiti sul banco. Lascio sbollire la collera, e con essa l’adrenalina data dall’imminenza di una zuffa.

Non avrei dovuto perdere le staffe con tanta facilità.

Non è naturale, per me. Di solito, esternamente mantengo sempre la calma. Ma a quanto pare, se spinto oltre un certo punto, anch’io provo il desiderio di esplodere.

Devo stare attento.

Sento che, se il mio stato mentale resta questo, potrei ritrovarmi di nuovo sull’orlo di uno sfogo alla prossima provocazione troppo spinta che riceverò.

In tutto ciò, il mal di testa è pure aumentato. Pulsazioni dolenti mi arrivano alla testa ad ogni battito del mio cuore, ancora un po’ accelerato dall’ira di poco fa.

«Ethan, dovresti lamentarti con i professori» osserva Maggie.

«No» dice Nate. «I professori non farebbero granché, salvo sedare conflitti direttamente sotto i loro occhi. Dev’essere Ethan da sé a difendersi… far gruppo con qualcuno sarebbe utile, sai?»

«Non mi piace l’idea» replico. «Mi sembra un… fare amicizie per convenienza».

«Non va bene?»

«Ovvio che no».

«Che dolce morale!» ridacchia Maggie.

Non sembra mi stia prendendo in giro. E se pure fosse, non importa. Avrò sì una scarsa socialità, ma credo fermamente nell’idea che legami come l’amicizia non debbano poggiarsi su fini secondari. E non è un qualcosa su cui sono disposto a negoziare.

Meglio rimanere solo, piuttosto.

«Va bene anche che tu ragioni così» asserisce Nate. «Però, proprio in generale non fai nessun tipo di amicizia. Stai sempre per fatti tuoi».

«Potrei fare diversamente, coi miei interessi insoliti?» replico. «A pochi piacciono le cose che attraggono me… di che devo parlare con gli altri? Sport? Palestra? Non m’interessa nulla di queste cose, né a loro interessa di libri e fumetti… non ci sono nemmeno appassionati di videogiochi, se non di quelli sportivi di cui non m’importa niente».

«Strano, eh?» fa Nate. «Vista l’epoca in cui viviamo, avrebbero dovuto essercene».

Non diciamo altro. Sono sprofondato nei miei pensieri. Nate e Maggie si scambiano un’occhiata e poi, con un’alzata di spalle, si allontanano. Io me ne accorgo, e un po’ ci rimango male.

So che è il mio atteggiamento distaccato ad allontanare la gente. Ma che posso farci? Sono diventato così, con l’adolescenza. E alla fin fine, mi trovo quasi bene a vivere nel mio piccolo mondo interiore. Quasi. Almeno, è ciò che mi racconto.

Sono nato nell’epoca sbagliata, mi sa… o nel posto sbagliato.

Da un po’ di tempo a questa parte, vivo in pratica solo per i libri che leggo e per le fantasie cui mi abbandono prima di andare a dormire. Immagino di andare in luoghi diversi, come quelli di cui narrano i miei romanzi, e di condurre un’esistenza a me gradita. Sarei ben felice di essere trascinato in un altro mondo e non tornare più a casa…

… sì, mi piacerebbe.

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Fairworth (Maltia)

13 novembre 2355

23° giorno di Ethan a Tersain

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Certo, chi se l’aspettava che sarebbe successo sul serio? penso. Ora mi trovo davvero in un altro mondo.

Ho raccontato a Dawn qualcosina della mia vita sulla Terra, omettendo ove potevo i miei sporadici piagnistei interiori, ma lasciando intendere che c’è ben poco cui desidero veramente ricongiungermi. Non che non voglia tornare a casa, ma come ho riflettuto più volte nelle scorse settimane, passato un po’ di tempo dal mio arrivo a Tersain il desiderio è divenuto meno impellente.

«Beh… mi spiace» dice la ragazza. «Alla fin fine, casa tua ti manca lo stesso, no?»

«Sì».

«Soprattutto in questo momento, magari» aggiunge lei, con un risolino.

Mi stringo nelle spalle, come a replicare che in realtà non ci stavo pensando.

«Io non vedo mia madre da un sacco» asserisce Dawn.

«No?»

«No… la sua situazione è “particolare”, e per il suo bene è stato meglio non seguire mio padre sul frammento dove vivevamo io e lui. Ma lei ha voluto che stessi con papà, in modo da poter entrare in contatto con la Resistenza».

«Perché non poteva venire con voi?»

«Lavora al Podio della Mayea» spiega la ragazza. «Insegna la mayea. Essendo il Podio un’istituzione della Repubblica, è bene per lei evitare contatti con la Resistenza, anche se ne è segretamente una simpatizzante».

«Capisco».

Presumo che questo Podio sia una specie di scuola, o di accademia.

Lo scroscio dell’acqua è ben udibile attraverso il soffitto e la terra che ci separano dall’esterno. Qua sotto fa piuttosto freddo, e stare con gli stivali a mollo nell’acqua alla lunga non aiuta. Per non parlare di uno sgocciolio che da un po’ ha iniziato a provenire dall’alto.

«Mmh?» mugugno a un tratto.

«Che c’è?» chiede Dawn.

«L’acqua… non era più bassa, prima?»

Thanks For Reading! Thomas: Il libro di cui Maggie parla con Ethan esiste davvero… o almeno, è la storia non pubblicata che ho scritto prima di Energheia! Elena (illustratrice): Per evitare fraintendimenti, chiariamo che Thomas odia gli spoiler! Quindi, meglio non cercare di interpretare le parole di Maggie: potrebbero essere vere, oppure no, o essere una mezza verità! Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

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