Ho parlato con tono abbastanza elevato da farmi udire da tutti. Gli altri abbassano gli sguardi.
«Ha ragione!» esclama Hilarion.
«Colpa della pioggia» suppone Samuel. «Potrebbe essere un problema».
È piuttosto evidente, ora che ci facciamo caso: il livello del liquido che bagna il corridoio è qualche centimetro più alto di quando siamo giunti nelle rovine.
Il gocciolio dal soffitto sta facendosi più insistente. Sisoes si alza e va a controllare l’ingresso ostruito. Lì esplode in un’imprecazione.
«Che succede?» domanda Hilarion.
«Si è formato una specie di ruscello, qui!» sbotta l’uomo. «E credo proprio che stia per trasformarsi in un piccolo torrente».
Kendeas leva lo sguardo.
«A guardare le alghe accumulate in giro… questo posto tende ad allagarsi del tutto» deduce. «Potenzialmente, fino al soffitto».
Io e Dawn balziamo in piedi.
«Che facciamo?» chiede la ragazza. «Se continua, potrebbe…?»
«Diventerà difficile procurarsi l’aria» dichiara Antony. «Non c’è verso. Bisogna provare a scavare e…»
S’interrompe. Una sorta di scricchiolio proviene dall’alto.
«Non mi piace» dico.
«Ehi!» urla il vice brigadiere, raggiungendo l’accesso crollato. «C’è qualcuno lassù? Ci arrendiamo, ma fateci uscire! Qui si sta allagando!»
Di nuovo, non arriva risposta. Ulteriori imprecazioni si levano dal gruppo.
«Vogliono lasciarci annegare?» tuona Sisoes. «Dopo esserci arresi?»
Dalle fenditure fra le rocce costituenti il soffitto cominciano a uscire piccoli rivoli d’acqua.
«Il terreno di quest’area è in pendenza» afferma Kendeas. «E forma un avvallamento. Probabilmente, la pioggia che cade sull’intera zona si sta concentrando sopra di noi. I detriti sembra ne siano rallentando la discesa dalle scale, ma…»
«… ma?» fa Hilarion, vedendolo esitare.
«Non so se, dopo l’esplosione, la struttura è in grado di sopportare come prima il peso dell’acqua raccolta quassù» conclude il filosofo.
«Se nei pressi dell’accesso è tutto allagato, forse i soldati non sono nemmeno rimasti abbastanza vicini per sentirci chiedere aiuto» considera Samuel.
Corro fino all’ingresso bloccato. Un fiumicello sgorga fra i detriti, che tuttavia continuano ad apparire inamovibili. Un brivido mi corre lungo la spina dorsale, come un segnale di un grave pericolo imminente.
Non possiamo rimanere qui.
Il rumore improvviso di qualcosa che si spezza proviene da diversi punti sopra di me. Poi, uno scroscio d’acqua m’investe dall’alto: alcune parti del soffitto sono saltate via!
«Attenti ai detriti!» grida Antony, mentre frammenti di roccia ci cadono intorno.
Diverse cascate si abbattono su di noi, che urliamo per la sorpresa. Il livello dell’acqua prende a salire rapidamente.
«Siamo in guai seri» asserisce Kendeas. «Questa è la zona più alta dei sotterranei. Sarà l’ultima ad allagarsi del tutto, ma…»
«Dicci solo come uscire di qui!» prorompe Sisoes.
Non troppo lontano da noi ha luogo un grosso cedimento. Una possente massa d’acqua precipita da lì, generando un’ondata nel corridoio. Colto di sorpresa, scivolo e vengo trascinato per qualche metro. Mi rialzo in fretta, cercando di riorientarmi.
Vige la confusione più totale. Il simbolo dell’universo di Dawn è scomparso, per cui siamo immersi nell’oscurità.
Sento che l’acqua sta raggiungendomi la vita.
Non va bene… non va bene…
Inizio a perdere il sangue freddo. La morte per annegamento è una di quelle che più preferirei evitare. Il non poter più respirare… non ne sopporto l’idea.
«Proviamo a…» tenta di gridare Antony, ma una seconda ondata gli impedisce di proseguire.
Ha ceduto un altro pezzo del soffitto. Il livello dell’acqua cresce ancora. Riprovo ad arrancare verso l’uscita bloccata. Un po’ di luce rende di nuovo visibile l’ambiente.
Da dove viene?
Mentre cerco la fonte dell’illuminazione, a un certo punto mi rendo conto di dover cominciare a nuotare: l’acqua mi è arrivata alle spalle. Levo lo sguardo. Il soffitto è molto basso, e l’allagamento è a tre quarti del percorso per raggiungere la volta del corridoio.
Assurdo! Questa è tutta pioggia? Pur considerando che sta scorrendo qui dall’intera zona, deve starne cadendo una quantità pazzesca!
«Che faccio?» biascico.
Un’ulteriore ondata mi arriva in bocca, facendomi tossire. Sento le urla degli altri intorno a me. Ormai non tocco più il fondo, e la volta è pochi centimetri sopra la mia testa.
Ruoto su me stesso, alla disperata ricerca di un punto dove il soffitto è più alto. Allora mi trovo davanti Dawn. Come me, la ragazza è costretta a nuotare per rimanere a galla. Nella semioscurità s’intravede la sua espressione terrorizzata, tuttavia quando la giovane incrocia il mio sguardo fa un debole sorriso. È uno scherzo della poca luce? No.
Perché sorridi? Perché?
«Mi spiace, Ethan» parla la ribelle. «Forse, è anche colpa mia se sei finito in questa situazione».
«Cosa dici?» faccio io, quasi gridando.
Il suo tono… ciò che ne traspare… mi sta agitando. Forse più di quanto ci sta accadendo.
«Spero non mi odierai» continua Dawn, mentre le nostre teste toccano infine il soffitto. «Io, comunque… sono contenta di averti conosciuto».

Un dolore atroce stringe il mio cuore. Come se la consapevolezza di cosa ci sta succedendo… di cosa sta succedendo a Dawn… di come ella sta vivendo tutto questo… mi invadessero a combinarsi con quel che già provo io.
L’acqua raggiunge la mia bocca, ed io non riesco a rispondere. Guardo la ragazza ancora per qualche secondo, e poi mi trovo totalmente immerso. Il corridoio si è allagato fino al soffitto.
Sott’acqua c’è un turbinio di correnti, ma presto la confusione si placa. Apro gli occhi, e distinguo la sagoma sfocata di Dawn davanti a me. Si agita. Io estendo le dita come ad afferrarla. Pian piano vedo come la ribelle smette di lottare.
No… non può andare così… non può…
Levo lo sguardo al soffitto e vi poso una mano.
Se posso davvero fare qualcosa… se posso davvero usare la mayea… allora posso… devo rompere questa trappola!
Spingo più che posso, ma senza un appoggio per i piedi ottengo solo di allontanarmi dal soffitto.
Rompiti… penso. T’impongo di romperti. È una situazione estrema! Se queste capacità vengono fuori quando sono in pericolo, non c’è momento migliore!
Lancio un’occhiata a Dawn. Ormai lei non si muove quasi più. La disperazione s’impadronisce di me, che perdo il controllo e la ragione.
Rompiti, maledizione! Rompiti! ROMPITI!
E tuttavia, non accade nulla. L’aria nei miei polmoni è al termine, ed io avverto sempre più la necessità di prender fiato. So che, presto, scatterà un riflesso a costringermi a respirare, ma tutto ciò che otterrò sarà di riempire i polmoni d’acqua.
Anch’io comincio a smettere di lottare.
Forse non sarà così doloroso rifletto, lasciandomi a fluttuare. Forse la mancanza d’aria obnubilerà la mia mente, e non sentirò niente.
Alla fin fine, accettando di gettarmi in situazioni di pericolo, sono arrivato al momento di morire. Chissà come sarà… certo, un po’ mi sono divertito in questa breve avventura in un mondo tanto assurdo.
Sì, è stato piacevole…
Ma cosa penso? esclamo interiormente. Non posso morire! Non dobbiamo morire!
Cerco ancora Dawn con lo sguardo.
Lotta! Lotta, Dawn! Resisti!
Mi contorco in acqua, raggiungendo la ragazza. Le afferro il viso, i capelli di lei che mi fluttuano attorno. La giovane ha gli occhi chiusi, ma a quel tocco li apre un poco.
A tale vista… al saperla viva, ma comunque prossima ad andarsene… mi sento ribollire. Dentro di me, un’ondata di emozioni si rimescola… e con esse, un gran calore.
Energia… energia… fuoco… elettricità… calore…
La mia vista si fa rossa, e una sorta di scarica elettrica mi attraversa i muscoli. Avverto la mia temperatura aumentare nonostante l’acqua gelida che mi circonda. Mi pare di distinguere meglio i dintorni, anche se tutto ha tonalità scarlatte.
Un fenomeno incomprensibile, che forse potrei associare alla carenza di ossigeno. Eppure, in balia delle emozioni… non provo la minima necessità di preoccuparmene.
Che devo fare… come apro questa trappola?
Serve più calore… più energia. La mia mente comincia a giocarmi scherzi, ed io penso solo a quello: più calore, più energia.
Poi, percepisco il tocco di qualcuno. Mi volto, e distinguo una figura scura che mi afferra e tira. Non capisco cosa accadde, ma mi sento trascinare in alto, oltre il soffitto. Il fievole chiarore che illumina il corridoio aumenta.
Una… spaccatura? Una di quelle dalle quali è entrata l’acqua? La luce veniva da lì?
E di colpo sono fuori. Inspiro con tutta la forza che ho. Dunque tossisco, e respiro ancora. Quasi che la rinnovata disponibilità di ossigeno lo stesse alimentando, il calore pare come espandersi in me, bruciandomi nello stomaco e nelle membra.
Mi guardo intorno. La mia vista è sempre rossa. Dipende davvero dalla mancanza d’aria? Non lo so… non riesco a pensare bene.
Vedo Antony reggermi: mi ha portato fuori lui. Samuel, invece, ha afferrato Dawn. Tutti sporgiamo da un buco nel terreno, forse formatosi col cedimento della struttura sotterranea.
Anche gli altri sono qui: Kendeas, Hilarion e Sisoes stanno in piedi nei pressi dello squarcio, gli stivali affondati in un acquitrino creato dalla pioggia che insiste a cadere sul frammento. Si guardano intorno nella penombra del cielo oscurato dalle nubi. Non troppo distanti, poco fuori dai margini del pantano, diversi soldati della Repubblica puntano le armi verso di noi.
Concentro l’attenzione sui repubblicani. Il calore continua a ribollirmi nelle carni. Liberato dalla stretta di Antony, mi tiro fuori dalla spaccatura, la testa che pulsa, e una sensazione di rabbia e confusione che tiene in tensione ogni fibra del mio corpo.
Ne ho abbastanza… è troppo…
Irrigidisco i muscoli, arcuando schiena e braccia. Sempre più agitato, me lo sento ruggire dentro… un intenso bruciore. Ne avverto il bisogno…
Loro…
… di scatenarlo.
… sono un pericolo!
E sollevando grandi schizzi d’acqua, scatto incontro al soldato più vicino.
«Fermo!» grida quello, puntandomi col fucile.
In un lampo sono fuori dalla zona allagata, e come una belva impazzita gli salto addosso. Il militare finisce riverso a terra, travolto dal mio impeto. Prendo a menargli pugni, e iniziamo a rotolare in una lotta furibonda. Avvinghiato al nemico, io non penso più a niente se non a colpire, ancora e ancora. Altrimenti morirò. Altrimenti… non ricordo più.
«Uaaa!» urlo, levando un destro e abbattendolo sul viso del soldato.
Provo dolore all’impatto, ma ciò non mi dissuade dal proseguire. Intorno a me percepisco grida e movimenti concitati, ma non mi fermo a guardare cosa accade. Colpisco e colpisco, ignorando i pugni ricevuti in risposta. Mi fermo solo quando l’avversario non smette di reagire.
Fisso per un attimo il volto tumefatto del militare. Poi mi alzo e rivolgo lo sguardo ai paraggi. Antony, Samuel, e anche gli altri tre… non ne ricordo più i nomi… ma tutti hanno ingaggiato i gendarmi in battaglie ravvicinate. Forse, si sono buttati sui nemici approfittando della confusione generata dal mio attacco… ma non importa… devo… devo…
Più calore penso.
E ancora, sento il corpo avvampare. E contraggo i muscoli delle dita, piegandole come artigli.
Qualche metro davanti a me, un soldato cerca di prendere di mira i ribelli col fucile. Esita: rischia di colpire gli alleati. Ma presto sparerà… non deve… non deve… deve ricevere questo calore, e allora forse non sparerà…
Con un ringhio, socchiudo violentemente le mani. Là avverto concentrarsi il calore che ho dentro… a scivolarmi sottopelle, in ogni singolo poro… per poi emergere.

Fiamme sprizzano dalla mia pelle, creandomi dei globi rotanti fra le dita. Urlo mentre sento gli arti bruciare, e punto le mani verso il repubblicano. E il fuoco esplode, incendiando l’aria a spingere le sfere via da me. Il militare quasi non s’accorge di niente: le palle di fuoco lo investono, ed egli scompare nell’abbraccio di una nuvola scarlatta.
Ansimo, tentando di riprendere il controllo. Di colpo, la pressione che mi induceva a liberare la mia furia è svanita. Gli occhi mi vanno lontano dalla nube infuocata che si dissolve, veloce, dove ho scagliato le fiamme… come a non voler vedere cosa, del soldato colpito, ne riemergerà.
Quando la mia mente si è un po’ schiarita, cerco i miei compagni con lo sguardo. Vedo Samuel in difficoltà: disarmato del proprio fucile, un gendarme ha estratto la spada e incalza il pilota con numerosi fendenti. Muovo un passo per intervenire, quando Dawn giunge di corsa, e brandendo il bastone ingaggia il soldato in combattimento.
Assisto intanto che lei impegna l’uomo con rapide serie di colpi, senza dargli modo di reagire.
La aiuto penso. O almeno… vorrei… ma…
Avverto un improvviso gelo. La mia coscienza vacilla. Tutto il calore che provavo prima è stato sostituito da una morsa di ghiaccio. Mi sento…
Svuotato.
Nell’arco di pochi attimi, la mia vista diviene nera. Le forze mi vengono meno, e senza che possa farci nulla, io crollo al suolo.
Mentre l’udito mi si fa ovattato, odo Dawn gridare il mio nome.

