«Si è buttato a testa bassa su un soldato. Era una furia: lo ha raggiunto in un attimo, e s’è messo a prenderlo a pugni. Gli altri erano talmente sorpresi che quando li abbiamo caricati hanno reagito tardi. È stato un bene evitare lo scontro a fuoco… le nostre armi erano zuppe d’acqua e fango, chissà se avrebbero sparato a dovere».
«D’accordo, ma cos’era quell’esplosione?»
«Il ragazzo… a un certo punto ha… beh, sembrava una mayea di fuoco. Ha creato delle fiamme nelle mani, e le ha scagliate su un soldato. L’ha bello che arrostito: era ancora vivo, ma non so se sopravvivrà con ustioni simili».
«Quindi è un mago?»
«Così parrebbe».
Ci metto un po’ a riconoscere una delle due voci: sembra quella di Sisoes. L’altra, invece, non so di chi sia.
Sento di essere steso su un terreno umido e dissestato. Ho gli occhi chiusi, e nessuna voglia di alzarmi.
Avverto una mano posarsi sulla mia guancia.
«Ha ripreso calore».
La voce di Dawn.
«Bene. Quando l’ho raccolto, avrei detto che fosse morto, per quanto era freddo» asserisce Sisoes.
Apro gli occhi. Vedo Dawn in piedi vicino alla mia testa. Lei s’accorge subito di essere fissata.
«Ethan!» esclama. «Come ti senti?»
«Io…»
Sono fradicio, ho un gran freddo, e dolore in molti punti. Però, la mia vista non è più rossa. Anche per questo, mi rendo conto di vedere perlopiù grazie a un brillante simbolo dell’universo creato dalla ragazza.
Provo a sollevare la testa, e di colpo sento dell’acqua finirmi in gola. Tossisco, sputando quel liquido, raccoltosi probabilmente in qualche cavità paranasale durante la mia permanenza subacquea.
«Dove siamo?» chiedo.
Sopra di noi c’è un tetto di foglie: siamo in una boscaglia. L’acqua gocciola in quantità consistente dai rami soprastanti, dunque forse piove ancora. In verità, la luce è troppo poca per fare valutazioni. Non può essere solo a causa delle nuvole; considerato quante ore siamo rimasti sottoterra, dev’essersi fatta sera, o notte.
Eppure, quando eravamo nelle rovine, persino quel poco lucore è riuscito ad attirare i ribelli verso la spaccatura apertasi nel soffitto. Adesso capisco che dev’essersi creata nei crolli causati dal peso dell’acqua. Ci ha davvero salvati.
«Nei boschi vicino alle rovine» risponde Samuel.
Controllo chi è presente. Vedo tutti i Sanders, nonché Sisoes, Hilarion e Kendeas. E poi ci sono altri due uomini che non conosco.
Chiaramente, mi sono perso qualcosa.
«Ti spiego io» dice Dawn. «Abbiamo messo fuori combattimento i soldati, quindi siamo corsi qui. C’erano altri militari in arrivo… è probabile che ci stiano cercando».
«E infatti dobbiamo andarcene subito» s’intromette Antony. «Sbaracchiamo… ora».
Con un po’ di fatica, comincio a rialzarmi. Intanto chiedo a Dawn:
«Da quanto ero svenuto?»
«Pochi minuti» risponde lei, aiutandomi a tirarmi in piedi.
Accenno ai ribelli aggiuntisi al gruppo.
«Gli uomini che facevano la guardia alle rovine mentre noi le esploravamo… sono loro?» domando.
«Questi erano al villaggio» scuote la testa ella. «Non hanno potuto avvisarci dei movimenti dei soldati, così sono rimasti tutto il tempo qui vicino a controllare la situazione, e ci hanno aiutati quando siamo fuggiti. Gli uomini di guardia… non c’erano. Visto che, quando eravamo sottoterra, abbiamo sentito degli spari, non credo che…»
«Ho capito».
Provo a mettere a fuoco quanto è successo prima che svenissi. I miei ricordi sono piuttosto confusi, però rammento cos’è accaduto.
Pare come lo strascico di memorie lasciate da un sogno. Il quasi annegamento… la furia della battaglia… il fuoco che divampa dalla mia pelle. E più di tutto, un calore intenso.
Calore… energia…
Queste parole sono impresse nella mia mente. Levo una mano, tenendo il palmo di fronte al viso. Non ci sono segni di bruciature.
Avrei giurato che prima mi stavo scottando.
Fisso a lungo le mie dita, pensando al calore provato mentre combattevo. Dawn mi osserva con perplessità. Poi sbatte le palpebre, sorpresa.
Dalla mia mano, bagnata dalla pioggia, si sta levando del vapore.

«Beh, se non è mayea quella!» fa Sisoes, anch’egli tutto intento ad osservarmi. «Non hai detto di essere un mago, quando Kendeas ha chiesto».
«Non c’è un simbolo» dice Dawn, fissando allibita la mia mano. «Non c’è…»
Io non parlo. Sento un gran calore sul palmo, e sono sicuro che dovrei bruciarmi, solo che la pelle rimane intatta. Quel tepore… è come se fosse un qualcosa di palpabile, ghermito in un’invisibile stretta creata dalla mia mente.
Io… ora non c’è più alcun dubbio: sto manipolando il calore… e prima, ho controllato il fuoco! Adesso, avverto con chiarezza la sensazione che mi permette di farlo, come quella che si prova nel muovere un qualsiasi muscolo!
Pur ancora un po’ intontito, la meraviglia è tale da spingermi a cercare di capire di più. Dunque, mi concentro sul pensiero di aumentare ancora la temperatura.
Ma non ottengo alcun risultato apprezzabile. Allora, dopo qualche attimo, lascio l’incorporea presa che mantenevo sul calore. Il vapore smette all’istante di fluire.
Cos…?
Mi sento di nuovo freddo. Rabbrividisco.
«Ehi!» fa Dawn, posandomi una mano sul braccio. «Tutto be…?»
Avverto una sorta di scarica elettrica attraversarmi per un attimo. Subito a seguire, torno a sentirmi riscaldato. La ragazza, invece, fa un verso di sorpresa e allontana di botto la mano.
«Freddo…» dice, scuotendo l’arto. «Sei… freddo…»
«Freddo?» ripeto io. «Non è vero… cioè, poco fa ho avuto freddo, ma ora sto bene».
Lei riprova ad avvicinare la mano. Mi tocca con cautela, ma stavolta non si ritrae.
«Strano» asserisce. «Ora sei normale».
«Questo genere di esperimenti di coppia li facciamo dopo, va bene?» interviene Sisoes.
Dawn mi toglie la mano dal braccio, stringendo le labbra e scostando lo sguardo dal mio. È imbarazzata? Infastidita? Di sicuro lo sono io. Era proprio necessario, quel commento?
Ma al ribelle non importa.
«Ci sono i repubblicani, qua in giro» prosegue piuttosto, «e dobbiamo assolutamente raggiungere i velivus… sempre che siano ancora lì, cosa di cui dubito».
«La sorveglianza era stretta, al porto» dice uno dei nuovi arrivati. «Ormai sarà bloccato. Dovremo arrangiare un modo per andarcene».
«Intanto torniamo al villaggio» decide Antony. «Dobbiamo riunirci al resto del gruppo».
«Non possiamo andare da Aniketos» lo avvisa l’altro. «I repubblicani l’hanno preso».
«Dannazione».
Antony si volge verso me e Dawn. Quindi, raccoglie qualcosa poggiato a un albero.
«Sapete usarli?»
Sta porgendoci un paio di fucili mayeutici, forse sottratti ai soldati con cui abbiamo combattuto.
Sento un vuoto nel petto. Pian piano, sto iniziando a elaborare sul fondo della mente cos’è accaduto nel combattimento di poco fa. L’immagine del soldato che sparisce nelle fiamme da me scagliate appare a tratti nei miei ricordi.
Hanno detto che non l’ho ucciso, giusto? O almeno, non era ancora morto. Posso rimanere nel dubbio, no?
Però, ora dovrò di nuovo rivolgere un’arma contro qualcuno…
«So usare la pistola, ma questi…» esito, cercando di non pensarci.
«Meglio di niente» replica Antony. «La pistola potrebbe incepparsi a tradimento, dopo essere stata tanto a mollo».
Accettiamo i fucili. Io osservo il mio. Non ha un foro all’estremità; piuttosto, la canna è un liscio cilindro con piccole protuberanze appuntite che emergono a intervalli regolari.
«Ethan, tu prendi la mira e spara» dice Dawn. «Non sarà troppo diverso dalle pistole. Il grilletto è al solito posto».
Non è quello il problema. Per quanto lo tenga a bada, non posso ignorare del tutto il turbamento che va prendendomi. Ora, sta riemergendo il ricordo della furia da cui ero guidato nel combattere.
Ho provato davvero emozioni tanto estreme? È… spaventoso.
«Andiamo» ordina Antony, prendendo un’arma anche per sé.
Di lì a breve, muoviamo rapidi attraverso il bosco, stando ben attenti a mantenerci nascosti. Il rumore della pioggia e l’oscurità giocano a nostro vantaggio, coprendoci l’avanzata.
Dopo qualche minuto, tutti e nove emergiamo dalla boscaglia. Levo lo sguardo: il cielo è scuro a causa di una nube nera spaventosamente vicina al frammento. Ho un fremito. Prima ho sentito dei tuoni; se cominciano a cadere fulmini…
Non di nuovo penso, guardando la canna metallica del mio fucile.
L’essere emotivamente scombussolato mi sta rendendo ipersensibile a molte cose.
Proprio mentre giro il capo di lato, una saetta illumina per un istante il paesaggio. Così, riesco a intravedere la zona dove sta l’accesso alle rovine in cui siamo quasi annegati. Solo ora, da questa prospettiva e senza un combattimento cui pensare, scorgo davvero in che condizioni versa quella parte del frammento: un vasto acquitrino sembra essere stato creato dalla pioggia. Uno specchio d’acqua formatosi in poche ore, molto ampio, che ben spiega come il sotterraneo abbia potuto allagarsi in pochi minuti.
Il “lago” non si estende, comunque, nella piana che abbiamo attraversato per arrivare ai resti dell’antico edificio, quindi il villaggio risulta al sicuro. Nell’insediamento, distante alcune centinaia di metri, si vedono delle luci accese. Sui terreni che lo circondano, quattro figure scure stanno muovendosi dalla direzione delle rovine per tornare alle case. Anche nella penombra è chiaro che si tratta di gendarmi, ognuno con in mano quella che potrebbe essere una torcia.
«Vogliono dare l’allarme» dice Antony. «Certo non si aspettavano che fuggissimo».
«Intercettiamoli» aggiunge Samuel.
Ecco. Ci siamo. Nel momento in cui realizzo che stiamo cercando lo scontro, sento le viscere aggrovigliarmisi. Ma l’unica mia scelta è seguire gli altri.
Dawn fa sparire il simbolo dell’universo luminoso, e il nostro gruppo corre verso le figure dei repubblicani diretti al paese. Grazie al frastuono della pioggia, i soldati non ci sentono arrivare finché non gli siamo quasi addosso. Allora si voltano. Si alzano delle grida…
… e poi iniziano gli spari.
Il rumore delle armi mayeutiche mi pare quello di un qualche strumento elettronico, di quelli usati per le musiche moderne della Terra. Suoni bassi e vibranti, ad accompagnare scariche di dardi luminescenti che si formano intorno alle canne dei fucili per volare verso i bersagli.
Io e gli altri ci pieghiamo nell’erba alta per occultarci, e prima di rendermene conto, ho già puntato la mia arma. La tensione è alle stelle, intanto che vedo le raffiche brillanti che schizzano a cercare di colpirci… a cercare di COLPIRMI.
Al che, l’istinto di conservazione prende il sopravvento. Non sto troppo a pensare: individuo un punto da cui partono i dardi avversari… il mio dito esita sul grilletto… poi, improvviso un colpo nemico mi passa a un soffio dalla testa. Allora, premo il grilletto.
Un dardo violaceo sprizza dalle sporgenze sulla canna del fucile, seguito da un gridolino di dolore. Forse ho fatto centro. Un urlo giunge anche dalla nostra parte. Io lo ignoro, ora sparando ancora e ancora, la mente svuotata dai pensieri, a far posto solo all’istinto.
A un certo punto i contrattacchi nemici smettono di arrivare. Attendiamo un po’, in allerta, dunque ci alziamo e andiamo a controllare. I repubblicani sono tutti e quattro a terra, morti o moribondi.
Sisoes comincia a dare i colpi di grazia. Una scena alla quale volgo il capo di lato per non guardare.
Non so se mi sconcerta di più quello, o lo stato mentale in cui versavo fino a poco fa. I pensieri e i dubbi stanno tornando a fluire, ma mi inquieta come li abbia messi da parte in favore della pura e semplice sopravvivenza.
Intanto, Kendeas si avvicina ad Antony.
«Abbiamo perso Hilarion» gli dice.
«Non possiamo portarlo con noi» risponde il vice brigadiere. «Prendiamo il suo fucile e andiamo».
«Cosa?» faccio. «Lo lasciamo qui?»
«È morto».
«Ma… non c’entra!»

Nemmeno io so cosa mi spinge a protestare così, proprio ora. Forse, vorrei solo vedere un po’ di umanità in questa situazione assurda.
«È un tuo compagno!» insisto. «Non…»
«Ethan» m’interrompe Samuel. «Basta».
Sono stupefatto. Cerco di sopportare che si stia uccidendo della gente, pensando che è il solo modo di sopravvivere. Ma questo…
«Ethan» interviene Dawn. «Non possiamo portarlo… o rischiamo di morire pure noi».
Abbasso lo sguardo.
Anche così, però…
«Muoviamoci» sprona Antony.
Non c’è nulla che io possa fare. Nulla che possa dire.
Io e gli altri sette superstiti ci mettiamo in marcia. Fisso il mio fucile. Ho visto il tipo di ferite che infligge: come se un fluido tremendamente caldo, se non un acido, liquefacesse la zona colpita. La mayea può essere spaventosa.
Non pensarci ora.
Raggiungiamo le case. In giro non c’è quasi nessuno, e quando le poche persone in strada vedono i fucili, si dileguano in fretta. Subito, il nostro gruppo muove verso il porto.
«Una fregata» dice Samuel.
«Hanno fatto le cose per bene» commenta Antony. «Chissà da chi hanno avuto la soffiata».
A quelle parole, guardo meglio davanti a me. Allora noto una grossa aeronave sospesa appena oltre il bordo del frammento, nei pressi del porto. Non è grande quanto la corazzata che vidi quando Cyrus Sanders fu catturato, ma fa comunque la sua bella figura.

Dunque, quest’altra nave si chiama fregata. Se la terminologia di Maltia corrisponde almeno grossolanamente a quella inglese, dovrebbe trattarsi di un vascello meno potente e più mobile di bestie come quella che attaccò il frammento di Dawn.
«Fermiamoci» ordina Antony.
Ci accovacciamo nell’erba vicino alla strada che unisce l’insediamento al porto.
«Anche se raggiungiamo il velivus, con quella non ci metteranno molto ad abbatterci» asserisce Samuel, riferendosi alla fregata.
«Che si fa?» chiede Sisoes.
«Non lo so… devo pensarci un attimo» prende tempo Antony, corrugando la fronte e posandosi una mano sporca di fango sul mento.
«Servirebbe un diversivo» afferma Kendeas.
Pur nell’agitazione del momento, un’idea mi balena in testa. È vaga, e non so quanto valga, ma so che dobbiamo andarcene da qui, e preferisco fare una figura da sciocco che scartare una potenziale possibilità di salvezza.
«Non si potrebbe… fargli credere che siamo su un’altra nave?» propongo quindi.
«Che intendi?» domanda Samuel.
«Forse ho capito» annuisce Antony. «Ma come?»
«Già: ci sarà il blocco delle partenze» dice uno degli uomini aggiuntisi al gruppo. «Senza navi che salpano, non possiamo dare quell’impressione».
Purtroppo, la mia idea era solo a uno stadio embrionale. Non ho pensato a come metterla effettivamente in pratica.
«Facciamo cadere una nave» suggerisce Dawn.
Tutti la guardano.
«Irrompiamo nel porto, raggiungiamo una delle navi ormeggiate sul bordo e la sganciamo» continua lei. «Quella precipiterà fino al limite del magnetismo del frammento, e anche di più se non trova troppa aria a far resistenza. La fregata potrebbe spararle e distruggerla, e allora penseranno di averci uccisi. Se invece la segue, possiamo prendere un velivus e fuggire nella direzione opposta. Di sicuro, se davvero nessuna nave può partire, attirerà l’attenzione del nemico».
«Ha senso» approva Antony. «L’importante è che sulla fregata non capiscano che siamo ancora sull’isola, altrimenti mangeranno la foglia».
Ha accolto il piano piuttosto in fretta. Dobbiamo essere proprio nei guai, se non c’è tempo di pensare di più. In effetti, su un frammento tanto piccolo, siamo come topi in trappola. Uccidendo i soldati di prima, i ribelli hanno guadagnato tempo, ma non ci vorrà molto perché altri si accorgano che ci siamo liberati, e allora passeranno al setaccio questo posto con forze troppo grandi per poterle affrontare.
Quando giungiamo al porto, troviamo gli ultimi quattro membri della Resistenza rimasti al paese. Sono di guardia all’ingresso, in attesa.
«Alla buonora» dicono nel vederci. «Ma purtroppo non c’è modo di andarsene».
«Abbiamo un piano» li ragguaglia il vice brigadiere. «Prendete le armi. Dobbiamo irrompere».
Il giovane spiega in fretta come agiremo. Quindi, il nostro gruppo avanza nel porto. Questo è costituito da un insieme di magazzini e altri edifici, raccolti intorno a banchine e moli. Fra le costruzioni si snodano vicoli che permettono di muoversi senza essere visti.
Grazie alle informazioni degli uomini appena incontrati, individuiamo subito la posizione dei soldati di guardia.
«Non si aspettano il nostro arrivo» constata Antony.
Comincia a dare ordini per accerchiare i nemici, quando un’esclamazione risuona alle nostre spalle:
«Ehi! Che state facendo?»
Nonostante l’ora e la pioggia, al porto c’è ancora qualcuno che lavora. Al suo grido i soldati si allarmano, e mettono mano alle armi.
Di nuovo, un’ondata di tensione mi travolge.
Coprendosi dietro il muro di un edificio, Antony e gli altri cominciano a sparare. Io stesso mi fiondo al riparo della copertura.
I militari rispondono al fuoco. Poi, un oggetto vola in mezzo a noi. Lo seguo con lo sguardo, e mi coglie un orribile presentimento.
Nei videogiochi e nei film, quando i nemici lanciano qualcosa su di te, è un pessimo segno.
«Disperdersi!» ordina il vice brigadiere.
Scattiamo in tutte le direzioni. Poco dopo, uno scoppio viene da dove sostavamo un attimo fa. Un fischio fastidioso mi riempie le orecchie a seguito del rumore.
Granate? Hanno anche quelle?
Mi ritrovo di fianco al maggiore dei Sanders, l’unico ribelle nei miei paraggi. Alcuni soldati corrono verso di noi dai vicoli vicini.
«Non dobbiamo farci impegnare» afferma Antony. «Raggiungiamo gli altri».

