All’improvviso, di fronte alla necessità di sopravvivere insieme, ogni pregressa ostilità fra me ed Antony pare venir meno. Come fossimo d’accordo, ci mettiamo schiena contro schiena. Quindi, sparando ai soldati per costringerli a mettersi al riparo, cominciamo a spostarci con passi veloci, nella direzione in cui sono andati i nostri compagni.

In qualche modo, riusciamo a indietreggiare fino al punto dove i ribelli si stanno raggruppando. Là, con la copertura degli altri, possiamo abbassare momentaneamente le armi.
«Prendete possesso dei velivus» dice il vice brigadiere, approfittando di un momento di tregua. «Ma non salite a bordo se la fregata non si allontana. Nascondetevi mentre noi facciamo precipitare quel battello».
Si riferisce a una nave di medie dimensioni qui vicino, ormeggiata a un molo che s’allunga nel nulla come tutti gli altri.
«Mi unisco a voi» si offre la sorella, che pare aver abbandonato il fucile, forse perché a corto di colpi. «In due siete pochi».
Solleva il proprio bastone, come a indicare che può ancora combattere.
«Attenti» ammonisce Antony. «Pioggia e buio ci favoriscono, ma una volta finito non dobbiamo farci notare dalla fregata, o sarà tutto inutile».
Così, io e i due Sanders corriamo al vicino molo sospeso. Nel percorrerlo al di là del bordo del frammento, con solo il cielo ad aprirsi sotto di noi, constato con sorpresa che la gravità è presente anche oltre il limite dell’isola. Non solo: punta sempre verso il basso, almeno dal mio punto di vista.
Mi riprometto di chiedere ad Archeos delucidazioni sull’esatta natura della misteriosa forza attrattiva delle isole. Ovviamente, se sopravvivrò.
Antony sale sul vascello qui ormeggiato, all’apparenza vuoto, mentre io e Dawn rimaniamo di guardia sul molo. Poco lontano si odono i rumori della battaglia per conquistare i velivus.
Ci vogliono un paio di minuti prima che il ribelle torni fuori. Il motore del battello è ora acceso, e la nave ha cominciato man mano a spostarsi di lato. Vedo che è agganciata a dei pali che sporgono dal molo. Con quel movimento laterale sta lentamente scivolando oltre essi, liberandosi.
«Andiamo via» sprona Antony, raggiungendoci con un salto. «Potrebbero volare delle schegge».
Ci affrettiamo ad abbandonare il molo. Poco dopo, con un rumore sinistro il battello s’inclina. Senza nessuno a gestirne i movimenti, striscia la fiancata lungo i pali che ancora tentano di reggerlo, e il metallo si deforma. Poi, la nave è libera…
… e prende a precipitare.
«L’hanno vista» annuncia Antony.
La fregata si sta animando: dai suoi motori giunge un rombo, e lo scafo comincia a muoversi per inseguire il battello.
«Ci sono cascati!» gioisco.
«Attento!»
Sento uno scalpiccio dietro di me, e con la coda dell’occhio vedo un soldato caricarmi spada in pugno. Prima di poter reagire, odo un grido di Dawn, e una folata di vento spazza il gendarme bloccandone l’avanzata. Subito Antony punta il fucile, ma da esso non viene fuori alcun dardo.
«Tsk!» fa il giovane Sanders.
Getta l’arma, probabilmente scarica, e brandisce una spada rubata a chissà quale repubblicano. Con essa affronta l’avversario, ancora sbilanciato dalla mayea di Dawn.
I due si scambiano un paio di colpi, poi si fermano un attimo a squadrarsi.
«Non è che hai un po’ di quel fuoco, vero?» grida il vice brigadiere.
Ce l’ha con me. Ma anche se, prima, ho dato qualche segno di poter infine controllare quella specie di mayea, arrivare a creare delle fiamme…
«Non credo di poterlo usare» rispondo.
«Allora dovrò fare da me».
Antony e il soldato riprendono a duellare.
Forse dovrei aiutare? mi chiedo. Ma se sparo mentre sono in mischia, rischio di colpire Antony.
Dawn, da parte sua, col bastone ben stretto fra le mani prova ad aggirare lo scontro, in modo da prendere il militare sul fianco. Quello, però, è piuttosto in gamba, e riesce ad evitare l’accerchiamento. Così, si dispone ad affrontare i due fratelli frontalmente.
«Ah!» grida la ribelle, scagliando di nuovo la mayea.
Il soldato resiste alla spinta dell’aria, e para un attacco a sorpresa di Antony. Con un abile movimento del braccio, riesce ad aprire la difesa del giovane. Sta per approfittarne, quando il bastone di Dawn lo colpisce all’altezza del pomo d’Adamo. L’uomo emette uno strano verso, portandosi una mano alla gola.
Un attimo dopo, la spada di Antony lo raggiunge al fianco.
◊◊◊
Quando la fregata si è allontanata abbastanza perché non possa intercettarli con le sue armi contraeree, i tre velivus riconquistati dai ribelli prendono il volo e schizzano in varie direzioni, dividendosi per aumentare le possibilità di fuga. Alcuni piccoli velivoli repubblicani partono al loro inseguimento, ma la massiccia copertura delle nubi li ostacola, e Samuel riesce a portare il proprio gruppo fuori visuale.
Approssimatosi ai frammenti vicini, il pilota comincia uno slalom in mezzo ad essi per far perdere del tutto le tracce. Infine raggiunge un tratto di cielo libero dalle isole, e inizia il viaggio per emergere dalla perturbazione.
Pur sollevato per essere scampato alla morte, provo una certa angoscia. Ora che posso dirmi salvo, la scarica di adrenalina è finita, lasciandomi con un’enorme stanchezza. Eppure, il cuore mi batte ancora forte, come se da un momento all’altro io dovessi ricominciare a combattere per sopravvivere.
Saldamente imbracato al mio sedile, mi strofino i pugni: mi fanno male le nocche, e lo stesso vale per diverse zone del corpo. Colpa del mio lottare col soldato che ho aggredito appena emerso dalle rovine. Tuttora, non ricordo bene quei momenti, ma sono abbastanza sicuro di aver ricevuto un bel po’ di percosse.
Combattere… non mi piace.
Nella mia testa, si affollano frammenti di memorie delle scene in cui sono stato coinvolto nelle ultime ore. Un crescente senso di nausea mi sta afferrando lo stomaco.
◊◊◊
Diverse ore dopo, all’alba e col temporale ormai alle nostre spalle, Samuel atterra a qualche chilometro da una cittadina. Questa si trova su un frammento particolarmente vasto, dotato anche di una piccola catena montuosa. Intorno alla zolla volante, altre isole sono ad essa legate da quelle che paiono radici di alberi.
«Perché questa sosta?» chiede Dawn.
«Il velivus fa uno strano rumore» risponde il pilota. «Non vorrei che i repubblicani gli avessero fatto qualcosa».
Scendiamo dal mezzo, adagiato in un’area erbosa al riparo di una zona collinare. Io muovo con passo malfermo lontano dal velivolo, le gambe intorpidite dal viaggio. Dawn, invece, decide di assistere i fratelli mentre controllano i motori.
◊◊◊
«Una cinghia è usurata» brontola Samuel dopo un po’. «Nessuna manomissione, si direbbe. Ma devo sostituirla».
Intanto che lui ed Antony iniziano a smontare il pezzo, Dawn domanda:
«Sentite… quante persone abbiamo perso?»
«Fra dispersi e morti… cinque al momento della partenza dei velivus» risponde il vice brigadiere.
«Un terzo di quelli impiegati in missione» aggiunge il fratello. «È andata molto male».
«Abbiamo inferto almeno il triplo delle perdite ai repubblicani» osserva il maggiore dei Sanders.
«Già… ma non c’è da andarne così fieri, no?» replica Samuel. «Il fatto di spargere il sangue dei nostri fratelli, molti dei quali militano nell’esercito per necessità e non per credo…»
«Sappiamo che non c’è alternativa».
«Infatti sono il primo a non aver pietà, quando mi trovo davanti un nemico ferito» annuisce il pilota.
Sembra una specie di momento di confessione delle emozioni e dei sensi di colpa generati da quanto accaduto a Fairworth.
«Saremo giudicati» dichiara Antony. «Quando arriverà il momento… ora, però, dobbiamo fare ciò che crediamo giusto».
Si volge verso Dawn, che ha ascoltato in silenzio la conversazione dei due.
«Questa è la guerra» afferma il giovane. «Non c’è spazio per i sentimenti. L’atteggiamento di Ethan quando abbiamo lasciato Hilarion è quello di chi non l’ha ancora compreso».
«Lui… non gli è mai capitato di trovarsi in simili situazioni» lo giustifica lei. «E neanche a me».
«Ethan deve almeno difendersi, ma non è costretto a fare la parte più sporca del lavoro» asserisce Samuel. «Nemmeno tu, Dawn. Il capitano vi ha messi a contatto con questa realtà per farvi capire cosa significa. Tu hai manifestato il desiderio di contribuire a liberare papà… e per farlo stavi pensando a un’azione violenta. Beh, è così che funziona la violenza. E può andar peggio».
Mezz’ora dopo, il pilota ha finito il lavoro. Mentre si pulisce le mani sporche di grasso, avvisa:
«Prepariamoci a partire».
«Samuel…» gli si avvicina Dawn, allontanatasi qualche minuto prima. «Non trovo Ethan».
«Sarà andato a cercarsi un cespuglio».
«No… non lo vedo da quando abbiamo cominciato a lavorare al velivus» afferma lei.
«Antony» chiama Samuel. «Hai sentito?»
Quello sbuffa. Dunque, i tre si spargono nei dintorni, gridando il nome di Ethan. Attendono mezz’ora, ma del ragazzo neanche l’ombra. Non è nel velivus, e neppure nell’area circostante.
«Dove sarà finito?» si domanda Dawn.
«Forse ha fatto la cosa più sensata» risponde Antony. «Ci ha lasciati… insieme ai pericoli che ci attiriamo addosso».
◊◊◊
Al termine di una frettolosa camminata, raggiungo il centro abitato che avevo scorto a qualche chilometro da dove è atterrato il velivus. Mi volto per l’ennesima volta, accertando con sollievo che non sono seguito. A causa delle colline presso cui è atterrato, il velivus non è nemmeno visibile.
Ora, fra gli edifici non sarò più esposto allo sguardo.
Converrà spostarmi su un’altra isola… mi pare di aver visto dei ponti al capo opposto della città.
Stretto nella mia mantella marrone, comincio a camminare per le vie affollate. È mattina: abbiamo lasciato il villaggio a tarda notte, e volato finché il sole non è sorto. Mi sento molto stanco, ma devo procedere ancora un po’ per esser certo di non farmi rintracciare.
È un peccato abbandonare le mie cose sulla Epos… ma alla fin fine, non mi servivano davvero.
Ho preso la decisione appena mi sono accorto di potermi allontanare senza essere notato. Non è stato semplice; non ho potuto rifletterci quanto avrei voluto, ma nel rendermi conto che avevo poco tempo e che un’occasione del genere chissà quando si sarebbe ripresentata, mi sono forzato a una scelta affrettata. E le emozioni negative accumulate durante il volo mi hanno spinto in una chiara direzione.
Quel che è accaduto la notte scorsa è stato eccessivo. Passi il doversi solo difendere, ma ora mi stanno coinvolgendo eccessivamente in un conflitto con cui io non ho nulla a che fare. Ho ucciso delle persone, o perlomeno ho aiutato a farlo, e preso parte alle azioni di un gruppo che neanche porta via i corpi dei propri caduti.
È troppo penso di nuovo. Per quanto possa aver desiderato vivere un’avventura… questo non è ciò che volevo. Non ero in grado di capire cosa significasse.
Purtroppo, resta vero quel che giusto ieri ho detto a Dawn, nelle rovine: in questo mondo frammentato, sarà dura per me farcela da solo. Ma non mi resta che ingegnarmi. Rispetto a quando ero appena arrivato, un minimo di conoscenze di base ce le ho. Dovrò farmele bastare.
Giunto ai ponti, ne attraverso uno dal quale si può raggiungere un’isola con una città più grande. Prima di arrivare al centro urbano, però, c’è un po’ di strada da fare nelle campagne.
Mentre cammino fra i campi coltivati, noto un edificio lungo la via. Pare una sorta di locanda.
Forse dovrei fermarmi.
Entro nel locale e mi rivolgo al proprietario, un uomo alto e robusto dalla pelle assai abbronzata.
«Straniero, eh?» replica l’uomo, quando gli chiedo se posso mangiare qualcosa in cambio di un po’ di lavoro. «Beh, si può fare».
◊◊◊
Dopo diverse ore ad aiutare fra magazzino e cucina, mi viene permesso di sedere di fronte a un piatto di carne. Intanto che ingurgito il cibo come se non mi nutrissi da giorni, il padrone del locale, che si chiama Ahis, commenta:
«Eri proprio affamato, nevvero?»
La bocca ancora piena, annuisco, guardandomi in giro alla ricerca di un tovagliolo per pulirmi le mani unte. L’uomo me ne porge uno.
«A te» dice. «Da dove vieni?»
Siamo in cucina, lontano dagli altri clienti. Una volta inghiottito, improvviso:
«Vengo… dal continente fluttuante».
È l’unico posto diverso da Maltia di cui ho sentito parlare. Spero che, fingendomi di una terra straniera, sarà più difficile tradirmi su quanto poco so.
«Ne hai fatta di strada» si meraviglia l’uomo. «Eh… com’è vivere con solo mezzo cielo?»
«Prego?» chiedo.
«Dicono che lì ci sia tanta terra che non si riesce a guardare il cielo sottostante, se non percorrendo centinaia di chilometri fino a un bordo» asserisce l’uomo. «Non è così?»
«Ah… in quel senso sì. Pare quasi che il mondo non sia frammentato».
«Uh… troppo da concepire, per me».
In quel momento, un tipo dal vestiario modesto entra in cucina guardandosi intorno nervosamente. Nello scorgerlo, il padrone del locale lo chiama:
«Jebeof».
«Ahis» fa l’uomo.
In due si vengono incontro.
«Che ti è successo?» domanda Ahis.
«Quel patrizio…» inizia Jebeof, chiaramente turbato. «Stavolta è arrivato alle minacce».
«Che t’ha detto?» chiede l’altro, preoccupato.
«Farà distruggere tutte le mie campagne… e i miei edifici…» racconta Jebeof. «Ha detto che farà così… se non gli mando mia figlia».
«Dannato animale!» prorompe Ahis.
Io ascolto in silenzio la conversazione, ora dimentico della carne rimasta. I sottintesi che ho percepito sono bastati a darmi un improvviso vuoto allo stomaco.
Sul serio? Siamo a questo livello?
«Non so cosa fare» si lamenta Jebeof. «Io non voglio cedere ai suoi ricatti, ma che farò se mette in pratica le sue minacce?»
«È un problema grosso…»
«Per di più, Liena ha detto di voler andare… non vuole che per colpa sua io perda tutto il mio lavoro. È disposta a soffrire pur di…»
«Ma è assurdo!» esclama Ahis. «Accidenti… i nobili stanno davvero esagerando. Sai di quante malefatte del genere sento parlare?»
Quando il locandiere ha consolato e dato qualche consiglio a Jebeof, torna da me.
«Meglio non averci a che fare, coi patrizi» sentenzia. «Lì nel continente fluttuante non li avete, vero?»
Scuoto la testa.
«Ah… che bello» sospira Ahis. «Sono peggio di ladri, assassini e violentatori, perché compiono le stesse azioni, ma senza problemi con la giustizia. Tanto, la legge la fanno loro».
«Ma… nessuno fa niente per fargli abbassare la cresta?» domando.
«E come?» replica l’uomo. «Hanno l’esercito, le risorse… e non tutti vogliono liberarsene. Quei leoni della Resistenza combattono per cercare di contrastarli, ma è un’impresa difficile senza i mezzi adeguati. È già tanto che gli oppositori esistano ancora. Alcuni vivono vite da reietti pur di coronare il sogno di restaurare la vecchia Repubblica. È ammirevole».
«Ma devono rinunciare alla propria morale per combattere» osservo. «Guerreggiare, uccidere… senza provar pietà…»
«Sì… persino questo è un loro grande sacrificio» afferma l’uomo. «Danno tutto per raggiungere lo scopo… ma io non penso che ne vengano corrotti. Sanno quel che va fatto, e lo fanno, perché vogliono concretizzare i loro obiettivi. Stringono i denti, in modo da fare ciò che è giusto… anche quando a loro può non sembrarlo».
Rimango in silenzio.
«Potresti non essere convinto» aggiunge Ahis. «E forse non lo sono neppure loro. Ma nonostante tutto, agiscono piuttosto che non far nulla».
◊◊◊
Sono seduto sul retro della locanda. Nel riflettere, osservo il cielo: giunge il tramonto, e col calare del sole anche la temperatura va diminuendo. Per questo, dopo averla tolta finché ero al chiuso, ora indosso di nuovo la mantella.
«Ti fermerai qui stasera?»
Alle mie spalle è arrivato Ahis, un pesante indumento marrone appeso al braccio.
«Penso di sì… posso?»
«Finché lavori…»
Stiamo in silenzio, osservando i campi alle spalle dell’edificio. Lì, i contadini lasciano la terra per tornare alle loro case.
«Presto il locale si riempirà di gente» presagisce il locandiere. «Ma c’è ancora un po’ di tempo».
«Signor Ahis» dico. «Crede sia giusto partecipare a un conflitto cui non si appartiene?»
«Una domanda tanto complicata quanto improvvisa» osserva l’uomo. «Giusto… per chi?»
«Io… non so. Immagino per la propria coscienza».
«Ah, ma questo è un fatto personale» asserisce l’uomo. «Cosa accade in quel conflitto? C’è qualcosa per cui si vorrebbe lottare? Un nostro ideale viene violato da una delle parti in gioco? Ci sono molti motivi per prendere parte a uno scontro, ma se ciò sia in contrasto con la nostra coscienza… bisogna deciderlo da sé».
«Io… sto fuggendo da un conflitto che non mi riguarda» rivelo. «Ci sono rimasto coinvolto contro la mia volontà, e non mi è piaciuto quel che ho visto. Me ne sono allontanato perché… mi stava costringendo a commettere azioni sgradevoli».
«Sì» dice il locandiere. «Può andare a finire così, e se davvero non ti riguardava, nessuno potrà accusarti di essere scappato. Ma…»
Fa un passo avanti, portandosi al mio fianco.
«Entrando in contatto con un conflitto, potresti sentire di dovervi prender parte» prosegue. «C’è un motivo di parteciparvi? Se sì, allora l’evitarlo diventerà davvero una fuga. In questa repubblica vi sono abusi da parte dei patrizi, e il popolo reagisce con la nascita di gruppi come la Resistenza. Ricorda un po’ ciò che accade nelle mie terre d’origine, nel continente fluttuante».

Ho un tremito. Quest’uomo… è del continente fluttuante? Ma prima ha finto di non sapere come vanno le cose, là! Quindi…
«Lì ci sono nazioni con governi simili a qui» spiega Ahis. «Qualcosa paragonabile ai patrizi, che controlla il resto del popolo senza che questo si ribelli. Ecco perché, quando sono venuto a Maltia, mi ha colpito scoprire una situazione analoga ma con qualcuno che vi resisteva… e non ho potuto non esserne toccato, trovando motivo di combattere anch’io in questi arcipelaghi. Per tale ragione, la mia successiva uscita dal combattimento è stata una fuga».
Afferra l’indumento appeso al suo braccio e lo indossa: è una cappa marrone, molto simile a quella che in questo momento porto io.
«E me ne pento ogni giorno» conclude l’uomo.
Lo guardo meravigliato. Questa persona… è un ex-ribelle!
Ora si spiega. Quando ha visto la mia mantella, l’ha riconosciuta! Non ha mai creduto alle mie frottole sul continente fluttuante: mi metteva solo alla prova!
E pare aver intuito perfettamente perché mi trovo qui, smarrito.
«Accadrà lo stesso anche a te?» chiede il locandiere. «Potrai vivere in pace con te stesso?»
Mi ha proprio fregato. Ma comunque sia, non è ostile. Anzi… le sue parole penetrano ancor più in profondità, ora che mi ha rivelato chi è.
Abbasso lo sguardo, pensoso. Poi mi alzo.
«Grazie, signor Ahis» dico. «Credo, però, che stanotte dormirò altrove».
«Davvero?» fa lui. «È dove ti troverai? Fra compagni?»
«Io… potrebbe essere».
«Allora fa’ presto» mi sprona l’uomo, facendomi l’occhiolino. «E porta loro i miei saluti».
Sorrido. Quindi mi volto e prendo a marciare lungo la via che conduce ai ponti.
◊◊◊
Prima, scappando, ho agito d’impulso. No, non è esatto: ho colto un’occasione che, in base ai miei piani originari, era troppo ghiotta per ignorarla. Tuttavia, nel farlo non ho tenuto conto di qualcosa… ovvero, del fatto che molto sia cambiato, da quando ho messo in piedi il mio programma per sopravvivere a Tersain.
Distanziandomi dai ribelli, però, e dal percorso che stavo seguendo assieme a loro, mi è diventato molto più chiaro da cosa mi sono distaccato. Come se, allontanandomene, il quadro generale fosse divenuto più chiaro. Ciò che ho udito alla locanda, e ciò che ha detto Ahis, hanno completato lo scenario che mi si delineava nella mente. Sì… le cose, adesso, sono diverse.
Andarmene per la mia strada nell’ignoto di Maltia… non ha senso! Non adesso… non prima di aver chiarito meglio la posizione che voglio assumere.
Percorrere all’indietro la strada mi richiede parecchio tempo, tant’è che nel mentre il sole cala del tutto. Torno alla prima cittadina che ho attraversato, e da lì muovo verso i territori aperti, in direzione di uno dei bordi del frammento. Un lieve vento si alza, facendomi svolazzare la mantella alle spalle.
Alla fine, giungo al posto dove ho lasciato il velivus. So che non lo troverò, ma sono voluto andare lo stesso. Qualora, in caso…
Ma… cos’è successo?
Nel luogo dove prima c’era il velivolo, illuminati dall’ultima luce del crepuscolo, ora sono sparsi dei rottami anneriti. È accaduto qualcosa di violento… e dei fratelli Sanders non c’è traccia.


