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Amathia (Maltia)
15 novembre 2355
25° giorno di Ethan a Tersain
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Amathia, la capitale di Maltia, è davvero una città sorprendente. L’intera superficie superiore del frammento sul quale sorge è coperta di edifici, disposti in una serie di circoli sempre più alti che danno alla metropoli un aspetto assai imponente. Le grandi strutture che ne costituiscono la zona più elevata spandono ricchezza da tutti i lati, contrapponendosi a quelli meno eleganti ma pur sempre di buona fattura posti in basso.

L’ammiraglio Ivor Jericho trova sempre piacevole ammirare Amathia quando la sua nave si appresta a raggiungerla. Presto, comunque, deve spostare la sua attenzione sulla parte inferiore dell’isola. Del resto, è lì che la corazzata deve attraccare.
La faccia magnetica negativa del frammento somiglia alla radice di un dente. Lungo le sue fiancate sono costruite particolari strutture metalliche simili a ganci. Alcune navi vi stanno appese, perpendicolarmente alla base dell’isola. Entro qualche minuto lo stesso dovrà essere per la corazzata Diamanti.
Ivor Jericho coordina le complesse manovre di attracco. Il grosso scafo s’inclina, avvicinandosi a bassa velocità ad alcuni dei ganci liberi e ponendosi parallelo ad essi. Il magnetismo del frammento si fa sentire, costringendo l’equipaggio a tenersi alle sbarre poste in punti strategici per non precipitare lungo i corridoi.
Arrivato alla giusta posizione, il vascello si appressa alla parete rocciosa, quindi cala finché non rimane appeso agli appigli. L’ammiraglio fa disporre secondo la giusta inclinazione i magnekinítiras e ordina di accenderli; allora, compensato dai dispositivi, il magnetismo del frammento svanisce dalla nave, e l’equipaggio comincia a fluttuare.
Nuotando nell’aria, gli uomini a bordo raggiungono le uscite, che già sono state collegate ai corridoi sotterranei del frammento. Ivor Jericho stesso abbandona la corazzata, e insieme ai suoi ufficiali muove verso la superficie.
Ancora una volta, si domanda perché lo abbiano chiamato all’improvviso alla capitale.
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Epos (Maltia)
Stesso giorno
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Da quel che ho capito, i navigli sono velivoli specializzati nel trasporto dei militari. Quello che abbiamo sottratto ai repubblicani non è veloce quanto il velivus, né è equipaggiato con le luci di segnalazione usate dalla Resistenza per farsi riconoscere dagli amici. Non essendovi nemmeno dei razzi colorati per identificarsi come alleati, quando arriva in vista della Epos Samuel è costretto a fermare l’aeromobile a mezz’aria. Lì attende che una nave giunga a controllare la nostra identità. Ricevuto l’ok, riprende il viaggio fino al centro operativo.
Siamo tutti distrutti dal sonno: pur di abbandonare velocemente il luogo dove siamo stati attaccati, timorosi che arrivassero rinforzi della Repubblica, non abbiamo dormito neanche questa notte. E così sono più di due giorni di fila che stiamo svegli. Nonostante ciò, una volta atterrati ci dirigiamo per prima cosa dal capitano.
«Va bene» fa questi, al termine del nostro resoconto. «Molte cose già le sapevo dai rapporti degli altri».
«Sono tornati tutti?» chiede Samuel.
«Sì» annuisce Martin Young. «Di quelli che sono ripartiti insieme a voi, almeno».
«È stata una disfatta» dichiara il pilota.
«Non per colpa vostra. Contro le aspettative, la Repubblica era informata dell’operazione, anche se non sappiamo in che misura e in che modo».
Il capitano ci fissa per alcuni secondi.
«Il manufatto, dunque, non era lì» constata.
«No» conferma Antony.
«Né vi è mai stato».
«Il luogo non era compatibile con le descrizioni».
«Mmh… è stato un nostro errore di valutazione».
Martin mi osserva.
«In battaglia sei stato determinante» afferma. «Ma la tua iniziativa di allontanarti ci ha messi in pericolo».
Mi corruccio.
«Dovremo riconsiderare la tua affidabilità sul campo» m’informa l’uomo. «Per un po’, rimarrai sulla nave».
Dovevo aspettarmelo penso. E così, mi ridurranno di nuovo la libertà.
«Capitano» interviene Dawn. «Lui non…»
«Ho già deciso» la interrompe Martin.
Non pare arrabbiato, ma il suo è un tono che non ammette repliche.
«Ma…»
«Potete andare».
Prima che la giovane protesti ancora, Samuel la prende per la spalla e la conduce fuori. Anche io ed Antony usciamo.
«Mi sembra un’esagerazione» si lamenta Dawn, una volta in corridoio.
«È già tanto se non lo fa rinchiudere» ribatte Samuel. «Ethan, se rivuoi fiducia dovrai darti da fare e comportarti bene».
Non l’ha detto in tono aggressivo. Tuttavia, le implicazioni di un’affermazione del genere mi provocano un forte fastidio. Uno che, per una volta, non voglio lasciar correre come farei di solito.
«Chiariamo un paio di cose» mi irrito. «Intanto, io con la vostra guerra non dovrei c’entrare niente, né dovrei aver motivo di parteciparvi e accollarmi i rischi e le nefandezze che essa comporta. È per questo che me ne sono andato. E ovviamente non vi ho avvisati, perché potendo non mi avreste certo fatto andar via, vero?»
Già… le ragioni che mi hanno fatto allontanare non sono venute meno. Io a queste persone non devo nulla. Ho fatto i salti mortali per farmi accettare, quasi avessi una qualche colpa cui rimediare, eppure ai ribelli non ho fatto proprio nulla di male. Né avevo ragione di sentirmi obbligato a rimanere.
Dirmi che devo guadagnarmi la loro fiducia, come se dovessero farmi una concessione che mi devo meritare… è un non senso.
Attendo una risposta, che non giunge. O meglio, quando Antony replica, non lo fa con una controargomentazione diretta. Piuttosto…
«Potevi anche non tornare, allora» dichiara.
«Sì» dico. «Potevo… ma sono tornato. Il perché? Mi sono accorto che simpatizzo per la vostra causa… e visto che ormai sono qui, bloccato in questo mondo, vorrei almeno che i vostri obiettivi si realizzassero… perché ciò significherebbe un miglioramento del luogo dove comunque dovrò vivere».
Infatti. È ovvio che è meglio ragionare come se non potessi più tornare a casa. Non ho alcuna ragione per credere che ci sia speranza di scoprire un sistema per invertire… qualunque cosa mi abbia portato qui.
Ergo, se proprio devo rimanere, devo pure scontrarmi col fatto che la nazione in cui mi trovo non è tutta rose e fiori. Ho visto poco… pochissimo di come vanno le cose, e ho sentito perlopiù le opinioni dei ribelli. Anche Ahis, essendo un ex-membro della Resistenza, è da considerarsi di parte, ma… quel che ho colto nella mia breve fuga mi è bastato a crearmi una vaga proiezione del problema generale.
Maltia non è un luogo dove chi è svantaggiato può vivere bene. Nemmeno la Terra lo è, certo, ma qui la causa è più palese e facile da identificare. Ed io, avendo la possibilità di essere con chi può far qualcosa al riguardo… e potendo dargli gli strumenti per avere una maggiore probabilità di successo… non posso tirarmi indietro. Per la prima volta, ho sentito di poter davvero fare la differenza.
Non intendo rinunciarci. Non così.
«Ma lo faccio per mia scelta, e non perché mi forzate» preciso. «Nulla mi vietava di andarmene per sempre, ma ho deciso di rimanere con voi».
Mi interrompo. Quindi, aggiungo:
«E poi, tenendo da parte la Resistenza, ho un debito verso Dawn e vostro padre. Non è tanto grande da farmi ritenere di dover contribuire a liberarlo… ma voglio comunque aiutare anche in quello».
«Perché?» domanda Samuel.
«Perché così ho stabilito» rispondo.
Insomma, devo davvero spiegarglielo? Mi pare una cosa quasi ovvia.
Cyrus e la figlia mi hanno soccorso, e in qualche modo hanno preso le mie parti. Sento una gratitudine lieve, ma consistente per tali azioni, che non è andata via neppure dopo settimane. Se ho una possibilità di far qualcosa per loro, per quanto piccola… voglio farla.
Per una volta che ho ricevuto un minimo di gentilezza, non posso volerne dare un po’ in cambio a mia volta?
Cala il silenzio. So che ho parlato a voce molto alta, pur trovandomi ancora di fronte alla stanza del capitano. Ma non m’importa.
«Non vogliamo certo forzare le tue decisioni» dice il pilota. «Se hai ritrovato i tuoi ideali in quelli della Resistenza, allora sono contento. Ma dovrai comunque assoggettarti alle nostre regole».
«Simpatiche parole, da parte di qualcuno che cerca di restaurare la democrazia» commento, ironico.
«Siamo in regime militare, non possiamo concederci tutte le libertà cui aspiriamo» afferma Samuel. «È per questo che lottiamo».
Comprensibile, non posso negarlo. Nondimeno…
«Sarà così… ma io non voglio distruggere i miei valori in questa guerra» dichiaro. «E nessuno mi costringerà a compiere azioni che non mi piacciono… o a non compierne quando ritengo che vadano eseguite».
Infatti. Su questo punto non posso proprio negoziare, anche se significa rendere più complicata la mia posizione sulla Epos. Ora che so a cosa sto andando incontro, è l’unico modo che ho per preservare me stesso… o meglio, la mia parte più interiore e idealista, dallo schifo con cui sto venendo contaminato.
«Perché sia chiaro: adesso voi potete farmi ciò che volete, o minacciarmi di quel che vi pare» proclamo, «ma della mia coscienza dovrò rispondere io… ed io voglio vivere e morire senza rimorsi».

Ciò detto, giro sui tacchi e mi allontano in direzione del mio alloggio.
◊◊◊
«È un po’ nervosetto, eh?» fa Samuel, quando Ethan non è più in vista.
Antony e Dawn non commentano.
«Beh… un po’ lo invidio» aggiunge il pilota. «Vorrei poter dire le sue stesse cose».
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Amathia (Maltia)
Stesso giorno
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«Ammiraglio Jericho».
Con movimento impeccabile, Ivor Jericho porta la mano destra al cuore, salutando l’uomo che ha di fronte. È davanti a Thyrsos Iaria, uno dei gran generali delle forze militari di Maltia, e dunque qualcuno ben più in alto nei gradi rispetto a lui.
«Sono felice che abbiate potuto rispondere così in fretta alla convocazione» si compiace il gran generale.
«La vostra chiamata manifestava una certa urgenza» replica Ivor.
«Invero».
Si trovano nell’Asterio, l’enorme palazzo nel quale si gestiscono gli affari più importanti della Repubblica, nonché luogo di riunione del Dodecagono. La magnificenza del luogo è impressionante, tanto che Ivor ancora non vi è abituato nonostante la propria posizione piuttosto prestigiosa.
«Accomodiamoci di là» dice il gran generale, accennando a una stanza laterale al corridoio dove si sono incontrati.
Entrano nella saletta, finemente arredata e con un paio di ampi divani uno di fronte all’altro. Senza alcun disagio, Thyrsos Iaria siede su uno di essi. Ivor Jericho, invece, è un po’ più rigido nell’occupare quello contrapposto. Su un tavolino posto fra i due, il generale fa servire un rinfresco, e frattanto prosegue con i convenevoli.
«Ho saputo dei vostri successi nell’Arcipelago di Carbone» afferma. «Come nella cattura di un importante membro della Resistenza».
«Sono onorato che le mie azioni giungano alle vostre orecchie, ma ho fatto solo il mio dovere» dichiara Ivor.
«E non vi si può chiedere più che quello. Avete una brillante carriera alle spalle, costellata da molti risultati simili».
«Mi onorate».
«Non mi sorprendo che siate divenuto ammiraglio. Ma è un peccato non poter fare il vostro dovere ancora meglio, vero?»
Jericho guarda il superiore senza riuscire a celare la perplessità. Dove vuole arrivare?
«Leggo la confusione sul vostro volto» constata il gran generale, un mezzo sorriso a incurvargli le labbra. «Vi spiegherò subito: ho un particolare incarico che vorrei assegnarvi. Trattasi d’una faccenda di ingente rilievo, che vi porterà ampio prestigio e benefici in carriera».
«Tutto pur di servire la Repubblica» dice Ivor.
«Già. Avete sentito parlare dell’ammiraglio generale Pandromio?»
«Sissignore. Un uomo di notevole levatura».
«Sì… ma costui ci ha un tantino scontentati, di recente» asserisce Thyrsos. «La Repubblica, come saprete, cerca di migliorare le proprie conoscenze tecnologiche tramite l’acquisizione e lo studio delle reliquie dei Profeti Stellari. Ve ne sono alcune di peculiare rilevanza, che potrebbero portarci grandi progressi. All’ammiraglio generale Pandromio era affidato il compito di rintracciarle».
Thyrsos fa una pausa. Ivor rimane in silenzio, attendendo che il gran generale prosegua.
«È stato un po’ deludente» ammette Thyrsos. «È riuscito a recuperare una magnifica reliquia… a modo suo. In effetti, è diventata parte di lui».
«Prego?»
«È proprio come avete capito. Quell’oggettino ha uno strano modo di operare, e Pandromio non è stato cauto nell’interagirvi. La reliquia è divenuta parte del suo corpo, dandogli la capacità di usarla».
«Cosa intendente con… usarla?»
«Ha acquisito una sorta di sesto senso: una percezione sottilissima dell’ambiente circostante, e delle fluttuazioni nelle forze che lo circondano. Non abbiamo ben capito cosa percepisce di preciso, ma quel che può fare ora è stupefacente. Non sa usare la mayea, ma può cogliere ciò che avviene nelle menti altrui; accorgersi della presenza di un dispositivo a ilectron in un’altra stanza; persino avvertire una grande ma lontana esplosione quando essa non è né visibile né udibile. Tanto per fare degli esempi».
«Sorprendente».
«Già. Ma poco utile, se non possiamo studiarlo» dice Thyrsos con fare rammaricato. «Quella roba gli è finita in tutto il corpo, e per qualche motivo, se ne estraiamo un po’ si distrugge».
«Sembra che parliate di una polvere».
«Sì… ma sospettiamo si tratti di tanti piccoli dispositivi frutto di un raffinatissimo lavoro di costruzione. Non è, però, questo il nocciolo del discorso. Di fatto, anche se con tale acquisizione l’ammiraglio generale ha ottenuto un vantaggio, a noi è rimasto ben poco da analizzare. Ma non era l’unica grande reliquia da recuperare. Pandromio ha preso ad alcuni pirati una mappa creata dai Profeti Stellari stessi, che avrebbe dovuto condurci a un altro manufatto di estrema importanza. La mappa non è leggibile senza un codice, quindi non è stato possibile consultarla immediatamente. Mentre essa veniva trasportata in un luogo dove tentare di forzarne l’accesso, la Resistenza è riuscita a strapparla agli uomini di Pandromio con un’azione a sorpresa».
«Un evento… imbarazzante».
«Molto. Fortuna che l’ammiraglio generale possiede quell’insolita capacità donatagli dalla reliquia. Ha… come dire? Sì… ha registrato le fluttuazioni provenienti dalla mappa, che in effetti potrebbe basare il proprio funzionamento sulle forze che Pandromio riesce a rilevare. In sostanza, dai ricordi di quelle percezioni ha creato una replica mentale della mappa. Purtroppo, senza codice anche tale copia era inutile. Tuttavia, Pandromio è risalito ai compagni dei pirati cui aveva preso la mappa, ed è riuscito a conoscere il luogo dove essa era stata rinvenuta. Lì ha trovato il codice per leggerla. La sua semplice vista, per quanto fosse scritto in una forma non comprensibile, ha sbloccato la proiezione mentale che egli aveva della mappa, e lui ha potuto visualizzarne il contenuto».
«Mirabolante» commenta Ivor Jericho, sinceramente molto interessato al discorso.
«Vero? Quando si tratta dei Profeti Stellari, sembra di assistere a veri e propri miracoli» concorda il superiore. «Pandromio ha, così, avuto un’immagine mentale di diverse isole importanti per i Profeti… e della loro ubicazione. Non è, però, stato tanto furbo da distruggere il codice. Forse per l’emozione di aver tra le mani una simile fonte d’informazioni, ha trascurato alcune precauzioni. Nel luogo dove aveva trovato il codice ha lasciato solo una piccola pattuglia a studiare l’area alla ricerca di altri elementi utili. Per cui, quando la Resistenza ha scoperto la posizione del codice ed è andata a prenderlo, ha avuto vita facile ad abbattere i soldati e a procurarsi l’informazione».
«Ma questo è…»
«Un vero smacco, sì. I ribelli hanno persino fatto esplodere il codice… convinti, forse, che non l’avessimo ancora letto. Probabilmente ritenevano anche che noi, non avendo la mappa originale, non lo potessimo comunque usare».
«Ritenevano?»
«Ormai avranno cambiato idea. Pandromio ha pensato bene di tendere un po’ di trappole alla Resistenza: dei frammenti segnati sulla mappa, ha messo alcune pattuglie su quelli di cui già ha individuato l’ubicazione. I ribelli devono aver compreso il codice e acceduto alla mappa, oppure hanno avuto qualche notizia incompleta dalle loro spie; di fatto, hanno mandato una spedizione su una delle isole “trappola”. Sono finiti nella rete, e avremmo potuto interrogarli su quanto sanno: se hanno interpretato il codice, avranno informazioni di cui noi non siamo al corrente. Ma sono fuggiti, e solo cinque di loro sono caduti, contro diciassette dei nostri. Hanno ingannato Pandromio con un trucco da bambini, facendogli inseguire il velivolo sbagliato, dopodiché si sono dileguati. Con le capacità ottenute dalla reliquia, l’ammiraglio generale ha rilevato dov’erano diretti, e ha mandato degli inseguitori. Alcuni di questi hanno raggiunto un aeromobile dei fuggitivi, ma non sono riusciti né a catturarli né a ucciderli. E con quell’operazione si sono aggiunte altre nove perdite. Una magra figura, considerando la nostra superiorità di mezzi».
«Ma almeno il manufatto indicato dalla mappa è stato recuperato?»
«No… individuare il frammento esatto dove dovrebbe trovarsi non è facile, e oltretutto non è nemmeno semplice capire a quali isole corrispondano quelle segnate sulla mappa. Gran parte di esse non è neanche nel territorio di Maltia».
«Piuttosto sconveniente».
«È così. Pandromio è l’unico che può far ricerche al riguardo… ma crediamo che le sue abilità acquisite ne abbiamo alterato la capacità di giudizio. Ecco perché pensiamo che vada guidato… o usato. Ed ecco perché abbiamo posato gli occhi su di voi, ammiraglio Jericho».
E dunque, sta per dirgli il perché della sua convocazione.
«Cosa desiderate che faccia?» chiede Ivor.
«Abbiamo rimosso l’ammiraglio generale dal comando dell’operazione, e vogliamo affidare tale ruolo a voi» dice Thyrsos. «Sarà vostro il compito di trovare i manufatti, facendo buon uso delle informazioni possedute da Pandromio».

«Ma… signore, se permettete» obietta Ivor. «L’ammiraglio generale Pandromio è un mio superiore. Non può essere ai miei ordini».
«Non vi dovete preoccupare» assicura il gran generale. «È probabile che egli sarà un po’ restio ad aiutare chi è stato messo al suo posto, ma dovrà farlo… perché, se voi accettate il comando dell’operazione, sarete immediatamente elevato al grado di ammiraglio di flotta».
«Ammiraglio… di flotta, signore?»
«Sì: sarete un grado sopra l’ammiraglio generale Pandromio, e guiderete una flottiglia alla ricerca dei manufatti».
Questo significa due avanzamenti di grado in un colpo solo. Ivor Jericho è scioccato, ma al contempo eccitato.
«Io… ne sarò onorato, signore».

