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Epos (Maltia)
16 novembre 2355
26° giorno di Ethan a Tersain
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Dopo la mia scenata davanti alla stanza del capitano, pur con qualche pausa dormo per tutto il giorno e la notte. Quando mi sveglio, è mattino molto presto.
Indossati i vestiti coi quali sono giunto dall’Inghilterra, esco dalla mia cabina e mi dirigo verso uno dei laboratori.
Come immaginavo, quando entro nella stanza trovo Archeos. L’anziano è da solo, impegnato a studiare una serie di fogli e mappe. Nel sentire qualcuno alle proprie spalle, l’uomo si volta.
«Oh, Ethan!» mi accoglie. «Fatti vedere! Stai be…?»
«Archeos… devo parlarti».
Il filosofo pare sorpreso dalla decisione nel mio tono. In effetti, non è da me. Ma oggi mi sono alzato con una forte risoluzione nel cuore. Ciò che ho cominciato ieri con le mie parole forti, ora voglio portarlo avanti anche in un altro contesto.
«Ma certo» dice il ribelle. «Ma… che succede, Ethan?»
Mi avvicino.
«Mi avete mandato allo sbaraglio, senza sapere granché di quel che facevo, e lo capisco» inizio. «Ma pensavo non aveste molte informazioni da darmi. Però l’ho capito: mi avete nascosto qualcosa non da niente, riguardo a tutta la storia di Energheia».
«Cosa te lo fa pensare?» domanda Aimond, chiaramente attento a non lasciar trasparire emozioni dal volto.
«Altri membri della spedizione avevano indicazioni di qualche tipo… una descrizione del luogo dove si troverebbe Energheia» affermo. «E poi, c’è una serie di informazioni a voi note che presuppongono sappiate ben di più».
Già. È il momento di affrontare questa cosa.
«Per esempio, quando dite che Energheia è un manufatto molto importante, io non credo che lo abbiate sentito dalle vostre spie senza conoscere nulla di più» prendo ad elencare. «O ancora, eravate sicuri che il codice per leggere la mappa fosse nel luogo dove la mappa stessa è stata ritrovata… è difficile crederla un’intuizione. Idem riguardo alla vostra certezza che la mappa dei Profeti sia immune al problema della deriva delle isole. E inoltre, quando mi avete spiegato per la prima volta di Energheia, ho notato uno strano silenzio al momento di pronunciarne il nome; pareva quasi che vi venisse istintivo parlarmene con solennità o reverenza, e un motivo ci sarà».
«Mmh… immagino di sì» ammette l’anziano, al termine del mio fiume di parole. «D’accordo, Ethan. Siediti. Sappi, comunque, che non ti avremmo tenuto all’oscuro ancora a lungo. Dovevamo fare delle valutazioni sui tuoi comportamenti, nonché vedere se fossi davvero così degno di fiducia».
«Mi sono sentito un idiota a non sapere che dovevo trovare» replico. «Passi il fatto che non vi fidate di me; vi comprendo, anche se la cosa mi ferisce un po’. Ma a parte quello, a che servivo, in missione, se nemmeno conoscevo i dettagli su ciò che cercavo?»
«Hai ragione. Ora ovvieremo» assicura Archeos. «Penso che Martin capirà se decido arbitrariamente di dirti ogni cosa. Ormai, io non ho più riserve su di te».
Parole vuote, se non saranno seguite dai fatti. Adesso vedremo se sarò io, a potermi fidare.

Sediamo uno di fronte all’altro. Il filosofo intreccia le dita delle mani, e dice:
«Abbiamo saputo tutto questo dai nostri infiltrati nei ranghi della Repubblica. Come ti abbiamo detto, i repubblicani cercano i manufatti dei Profeti Stellari, e ve ne sono alcuni di particolare importanza. Fra essi c’è una triade di oggetti… ora, qui si sfiora il campo delle leggende, ma di fatto dovrebbero essere tre reliquie legate fra loro, ognuna con una peculiarità, e che insieme possono avere un notevole valore. Purtroppo, non siamo risaliti al nome della triade o alla sua funzione. Conosciamo, però, il nome di uno degli elementi che la compongono».
«Energheia».
«Esatto» conferma Archeos. «Presumo che il nome sia legato alla funzione dell’oggetto, ma anche così la parola “energia” non mi dice niente. Comunque, questo è quel che i nostri hanno raccolto fra le fila nemiche».
«Di quasi tutto ciò, però, mi avevate parlato nonostante il rischio che io fossi una spia» osservo. «Perché?»
«Sono informazioni che la Repubblica già aveva» risponde l’uomo. «Inoltre, se pure il nemico capisse che ne siamo a conoscenza, la cosa non avrebbe importanza. Quel che non ti abbiamo detto è quanto segue. Intanto, una premessa… qualcosa che, in verità, non è un segreto. Il nome Energheia ricorre spesso nei racconti antichi, e se ne parla come un omaggio dei Profeti al Dono».
«Dono?»
«Un dono degli dei» afferma l’anziano. «È una sorta di mito, che induce molti a una certa reverenza verso un simile oggetto, il cui nome rappresenta l’essenza stessa di ciò che muove l’universo. Ma non devi preoccupartene; non è tirando in ballo favole e religioni che conduciamo le nostre indagini. C’è, invece, qualcosa di più importante da sapere, che speriamo sia nota solo a noi: abbiamo compiuto alcune ricerche in conseguenza dei risultati dello spionaggio. Incrociando le informazioni coi racconti sui Profeti, sono emersi due riferimenti, uno alla triade e uno a Energheia. Per quanto concerne quest’ultima, sappiamo come dovrebbe essere il luogo dove fu lasciata dai Profeti: una grande torre di marmo e granito su una piccola isola, circondata da una nube di frammenti di dimensioni ridotte e detriti di edifici antichi».
«E riguardo alla triade?»
«Abbiamo un indizio sulla sua funzione» spiega il filosofo. «Una specie di poesia, o un indovinello. Tradotta senza star troppo a pensare alla musicalità dei termini, essa dice: la prima per sentire, e guidare verso quella che segue; la seconda per maneggiare, e poter così accedere all’ultima; la terza per raccogliere, e con le altre ricreare l’uomo».
«Ricreare l’uomo?» ripeto, la fronte aggrottata.
«Qualunque cosa voglia dire» scrolla le spalle Archeos. «Sentire, maneggiare e raccogliere… ma quale sia l’oggetto di tali azioni è un mistero».
«Mmh…» faccio, non sapendo bene come gestire l’informazione. «Lasciando stare questo… perché ci avete mandati a Fairworth? Era evidente che non rispondeva alla descrizione».
«Perché non sappiamo se la torre è rimasta integra, né se la nube di frammenti circostante esiste ancora» risponde l’anziano. «Quella è una delle isole segnate sulla mappa, e vista l’alta concentrazione di frammenti nei dintorni, la si è ritenuta un buon candidato. Ma a quanto pare, di marmo e granito non c’era traccia, fra le rovine».
«No…»
«La chiave della mappa… ti chiedevi come sapevamo dove fosse, vero?» dice il maltiano. «Quella è un’informazione di un nostro… contatto. Idem per il fatto che la mappa sia immune alla deriva delle isole. Posso garantire sull’affidabilità della fonte… ma per proteggere il contatto in questione, eviterei di scendere in dettagli, se non ti dispiace».
Mi accontenterò. Non che m’interessi sapere un nome che dimenticherei all’istante.
Il filosofo termina di parlare. Sono diventato taciturno. Archeos mi osserva per alcuni attimi. Dunque…
«Come stai?» chiede.
Io lo guardo.
«In che senso?»
«So che ti sei allontanato… e poi sei tornato».
«Riguardo a quello… starò bene».
Non percepisco giudizio nello sguardo del maltiano. L’anziano sembra quasi ritenere comprensibili le mie azioni.
Sospiro.
«Stavolta penso di aver davvero ucciso qualcuno» dico. «Chissà quanti di quelli che ho ferito non ce l’hanno fatta».
«Non fartene una colpa. Avevi poca scelta».
In effetti, non mi sento così male al riguardo. O meglio… sto evitando di rimuginarci troppo proprio affinché non accada. A livello razionale, so di aver agito per proteggere me e altre persone. Ma non voglio scoprire cosa mi accadrà nella testa se comincio a riflettere seriamente sulla cosa.
Questo non significa, però, che in fondo al cuore la cosa non mi turbi. E ora, finisco per parlarne, sia pur con fare meditabondo.
«Ho perso il controllo» affermo. «Strano… le mie capacità sono venute fuori di nuovo, e per diverse volte. Credo di star cominciando a capire come usarle».
«Davvero?»
«Se penso a una cosa come fosse energia… riesco a influire su di essa» spiego. «O meglio, è il significato che associo all’energia che mi permette di concentrarmi e fare ciò. Il fuoco e il calore rispondono a questi pensieri».
«Hai detto… energia?» chiede Archeos.
«Sì».
«Mh… curioso. Continua, dai».
«Non c’è granché da dire» asserisco. «Sono sicuro di riuscire a usare la mayea, ma riguardo al controllo che ne ho… beh, è poco più che nullo».
«A sentirti, però, sembra tu abbia incrinato la barriera fra il suo uso inconsapevole e quello volontario» osserva il filosofo. «Significa che, ora, dovresti sapere dove battere per imparare a gestire la tua strana mayea».
«La trovi strana anche tu?»
«Non ha i simboli, no? È vero che non sono da considerarsi un assoluto, ma di solito appaiono. Persino nei motori mayeutici, se guardi bene quando sono accesi, vedrai i simboli. E lo stesso vale per le armi mayeutiche».
«Non ci ho fatto caso».
«Penso fossi più impegnato a combattere».
«Sì…»
La conversazione pare, ormai, giunta al termine. Nel percepirlo, mi alzo.
«Vado a far colazione» annuncio. «Sono ancora a stomaco vuoto».
«Oh, sì, è meglio» annuisce Archeos. «Ti aspetto al secondo laboratorio, allora».
«A dopo».
Tutto sommato, posso considerarlo un successo. Almeno, ora ho un’idea un po’ più chiara di ciò in cui sono stato invischiato.
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Amathia (Maltia)
Stesso giorno
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«Bentornato, signore» saluta un servo, nel vedere Ivor Jericho entrare in casa propria.
Il neo-nominato ammiraglio di flotta fa un cenno col capo e tira dritto, varcando il portone principale. Individuata una domestica, le chiede:
«Dov’è mia moglie?»
«Nella sua stanza, signore» risponde la donna.
Ivor sale le scale, raggiungendo la camera indicata. Là bussa alla porta chiusa.
«Sono io» dice.
«Oh!»
Mentre l’uomo apre l’uscio, vede la moglie affrettarsi verso di lui. Un sorriso affiora sul volto di solito serioso dell’ammiraglio.
«Mi hai proprio sorpresa» asserisce la donna, cingendolo. «Come mai questo inatteso ritorno?»
«Mi hanno richiamato per darmi nuovi ordini» spiega Jericho, ricambiando l’abbraccio. «Dovrò partire presto. Ma… c’è un’altra sorpresa. Ne parlerò dopo. Liara è in casa?»
«Sta facendo lezione. Però credo che potrà interrompere per riabbracciare suo padre».
«Più tardi» decide l’uomo. «Ora ho un’urgente faccenda da sbrigare. Ma volevo prima salutarti».
Lei annuisce.
«Non ci metterò molto» assicura il marito. «E poi avremo tempo per noi».
«Buon lavoro» sorride la donna.
Ben più che di buon umore, Ivor raggiunge il proprio studio e ordina di far entrare un ospite rimasto in attesa fuori dalla casa. Questi, un ufficiale sotto il suo comando, lo raggiunge.
«L’ammiraglio generale Pandromio… devo vederlo» afferma Ivor. «Contattatelo dicendo che voglio incontrarlo e definire le prossime mosse».
Neanche un’ora dopo, un servo annuncia l’arrivo dell’ammiraglio generale. Jericho si alza per accogliere il suo nuovo sottoposto. Prova un po’ di disagio nel pensare che fino a qualche ora prima le loro posizioni sarebbero potute essere invertite.
L’ammiraglio generale è un uomo di grande stazza. Mascella squadrata, corti capelli biondi, sembrerebbe aver superato i quaranta, ma il suo fisico è allenato in modo insolito per un ufficiale non più giovane. Dev’essere cieco dall’occhio destro, dilatato e lattiginoso.
Al suo ingresso nello studio, Ivor ha un brivido nell’osservarne la possanza.
«Mi avete mandato a chiamare, ammiraglio di flotta?» chiede Pandromio, sottolineando il grado.
«Sì» risponde Jericho.
«Come posso esservi utile?»
«Come forse saprete, ora mi occuperò io del recupero delle reliquie appartenute ai Profeti Stellari» riferisce Ivor. «Voi dovrete seguirmi nella ricerca, dato che possedete nella vostra testa la mappa per trovare i manufatti. Confermate?»
«È proprio così. Ho la mappa e la chiave per leggerla».
«Ma avete altresì una particolare capacità nell’effettuare interrogatori… dico bene?»
L’ammiraglio Pandromio lo fissa in silenzio per alcuni secondi. Poi sorride. O forse è un ghigno?
«Sì» dichiara. «Volete che vi spieghi i dettagli?»
«Sarei interessato a conoscerli».
«Io sento i piccoli ronzii nelle teste delle persone» afferma l’uomo. «Posso capirli. Avvertire cosa uno prova, se dice il vero o mente, e a volte anche quel che pensa».

Ivor si piega involontariamente indietro. Pandromio sorride di nuovo.
«Non dovete temere: da questa distanza non riesco a percepire cose così raffinate» assicura.
«Bene… ad ogni modo, tale capacità mi servirà subito. Avete presente l’uomo che avete catturato a Fairworth? Un certo Aniketos Sinatora…»
«Ma certo! Volete che lo interroghi?»
«Sì… è non solo lui. C’è pure…»
«Cyrus Sanders, immagino».
«Siete sicuro di non poter usare la vostra capacità da lì?» domanda Ivor, accigliandosi.
«Non ne ho bisogno per capire queste cose» ghigna ancora Pandromio. «Necessitate d’informazioni per procedere, e prima avete parlato di interrogatori, quindi è normale farmi usare le mie capacità sui prigionieri. Cyrus Sanders, poi, attende di essere “ascoltato” da parecchio tempo a questa parte, ed è un esponente di spicco della Resistenza, con la quale ci scontreremo per il recupero dei manufatti. Era abbastanza facile indovinare che fosse una delle persone da interrogare».
«Visto che sapete tutto, non c’è bisogno di spiegarvi che tipo di informazioni dovete raccogliere, presumo».
«No, infatti» conferma Pandromio. «Vi farò sapere quanto scoprirò».
«Bene. Allora andate, e informatemi fra oggi e domani».
«Sarà fatto. Buona serata, ammiraglio di flotta».
E con un inchino che pare sardonico, Pandromio esce dalla stanza. Ivor Jericho non riesce a trattenere un nuovo brivido. Quell’uomo gli dà una pessima sensazione. Se non fosse necessario, se ne terrebbe alla larga.
«Papà?»
Nella stanza si affaccia una fanciulla. A Ivor brillano gli occhi quando la vede.
«Liara» dice, alzandosi.
La giovane corre ad abbracciare il padre. Pur sorridendo, questi non può non lanciare un’occhiata sospettosa alla porta socchiusa, come a sincerarsi che Pandromio se ne sia andato.

