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Epos (Maltia)
20 novembre 2355
30° giorno di Ethan a Tersain
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Dopo la decisione del capitano di non farmi uscire dalla Epos per qualche tempo, sono tornato ad aiutare filosofi e genieri nel lavoro di sviluppo tecnologico della Resistenza. Dawn mi ha detto che Antony e Samuel continuano a partire in missione, tuttavia per il momento lei non vi sta prendendo parte.
La giovane prosegue nel cercare di spingermi a imparare a combattere. Di solito la assecondo, ma non manco di far notare quanto a mio parere l’allenamento sia una perdita di tempo, e che io non sono la persona adatta a un ruolo “offensivo”.
«Se proprio devo inquadrarmi, penso di essere più un elemento di supporto» asserisco un giorno, mentre lotto con la ribelle.
«Ah, sì?» fa lei, minacciandomi col proprio bastone. «Uno che lancia fiamme dalle mani e abbatte a calci e pugni i soldati nemici può essere un semplice supporto?»
«Ho avuto fortuna» replico, saltando indietro per evitare un attacco. «Ho sopraffatto solo due soldati col corpo a corpo, e in entrambi i casi li ho colti di sorpresa».
«Scemenze!»
Dawn attacca all’improvviso, muovendo rapida l’asta verso di me. Io reagisco d’istinto, ponendo un braccio a difesa. L’arma impatta sull’arto, dandomi dolore, ma io la afferro e tiro a me. Dawn viene trascinata a sua volta, ed io sferro un calcio frontale contro di lei. La ribelle si gira per schivarlo, al che io colpisco il bastone con la mano libera, torcendolo e strappandolo all’avversaria.
Di nuovo separati, ci guardiamo: i ruoli si sono invertiti, e ora sono io quello armato. Dawn sorride.
«Vedi?» dice. «Ti stai abituando. Sei più forte, più veloce, ed eviti meno il dolore».
«Ma se non sto facendo esercizio fisico!» obietto.
«Combattere con me non lo è?»
«Non è sufficiente. Non sono fisiologicamente portato all’accrescere la mia forza» affermo. «Guardami: sono smilzo, senza massa muscolare. Non sono mai stato molto meglio di così, neanche quando facevo sport. L’unica cosa buona che ho è l’essere veloce…»
Prima che io finisca di parlare, la ragazza mi si avventa contro. Io metto il bastone a difesa, ma lei non ne è impressionata, e mi è addosso in un attimo. Un suo pugno corre al mio stomaco. Io giro l’asta, deviando il braccio di Dawn, ma già l’altra mano della ribelle ha afferrato la canottiera che indosso mentre mi alleno. Io provo a spingerla via, ma ormai lei sta partendo con una sorta di mossa di judo.
Con uno sforzo, mi svincolo e le agguanto le braccia. La ragazza mi punta una mano al petto e grida. Un lampo di luce, ed io mi sento respinto da una forza impressionante. Uso tutti i muscoli per rimanere aggrappato a Dawn, per cui l’energia del vento da ella generato si comprime fra i nostri corpi, spingendoli qualche centimetro in aria. Terminata la mayea, ricadiamo sul pavimento.
«Urgh…» grugnisco, intanto che subito la giovane tenta di ghermirmi con le gambe.
Il bastone è ormai abbandonato, e noi due siamo impegnati in una furiosa lotta a terra. La ribelle è superiore a me sia per tecnica che per forza fisica, e per quanto io sia abile a sgusciar via dai suoi afferramenti, alla fine lei ha la meglio e mi blocca.
«Beh» dice la ragazza, che mi sta poggiata sul petto mentre mi torce un braccio. «Intanto non saresti durato due secondi se qualche settimana fa ti avessi fatto una cosa del genere».
Io sbuffo. Poi mi rendo conto di quanto siano a contatto i nostri corpi. Trattengo una reazione di sorpresa.
Da quando Dawn ha iniziato ad allenarmi così, situazioni come questa sono diventate inevitabili. Con mia somma sorpresa, la giovane non si fa il minimo problema a entrare in contatto fisico con me. Non è sfacciataggine: direi che, semplicemente, non ci vede nulla di male, o di malizioso.
Mi fa quasi sentire quello strano, ed io mi sono un po’ dovuto abituare. Rispetto a quella volta in cui, a mensa, ho avuto una reazione estrema alla sua vicinanza, ora sono ben più tranquillo.
Però non mi sento proprio a mio agio a rimanere troppo bloccato in questa posizione, dunque le domando:
«Ora puoi lasciarmi?»
«Prima tu».
Io batto le palpebre con perplessità, prima di accorgermi di starle ancora tenendo un braccio con la mano libera. La lascio, e lo stesso fa ella.
«Questo è davvero imbarazzante» asserisco, massaggiando l’arto tortomi da Dawn. «Io, un ragazzo, sculacciato così da una ragazza».
«Non so se considerarlo un insulto o un complimento» replica Dawn, sedutasi vicino a me. «Ma sarò positiva, e penserò al secondo».
Mentre io mi tiro a sedere, lei incrocia le gambe e chiede:
«Qualche progresso con la mayea?»
«Macché» sbuffo. «Provo a fare come dici tu, ma forse mi manca la giusta “spinta”. Per giunta, ormai il ricordo di quando creai le fiamme non è più tanto fresco, per cui non riesco nemmeno a rievocare bene nella mente le sensazioni che ho avvertito allora».
«Mmh… immagino che la mayea verrà fuori di nuovo, prima o poi» sentenzia Dawn. «Anche se ti auguro di non essere costretto a finire in un’altra situazione di pericolo perché ciò avvenga».
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Stesso luogo
30 novembre 2355
40° giorno di Ethan a Tersain
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Dal mio ritorno sulla Epos passano un paio di settimane. Secondo i miei calcoli, mi trovo a Tersain da più di un mese. Se fossi ancora sulla Terra, sarebbe l’ultimo giorno di novembre.
Anche questo mondo sembra soggetto ai cicli stagionali, tant’è che la temperatura va scendendo col passare del tempo. Eventi metereologici come la nevicata cui assistei con Nipria divengono più frequenti, e i frammenti si fanno innevati, divenendo più difficili da distinguere fra le nuvole.
Un pomeriggio, recandomi nella stanza dove troverò Dawn per l’allenamento, lungo un corridoio incrocio proprio Nipria. È da parecchio che non la vedo; in effetti, l’ultima volta risale a quando la ragazza si è affacciata alla mia cabina il giorno dopo il mio rientro dalla missione.
«Ciao!» la saluto.
La geniera mi guarda e dà una risposta impacciata, praticamente incomprensibile.
Certo che, a volte, è davvero timida.
«Lavori ancora nella sala macchine inferiore, vero?» le chiedo io, provando a farla sciogliere.
«Oh… la maggior parte del tempo, sì» conferma la ribelle. «Ehm… tu, invece, sempre con Archeos?»
«Già».
«Uhm… sì, a proposito… visto che ci siamo…»
Nipria respira a fondo, quindi prosegue:
«Volevo dirtelo prima, ma poi non è capitata l’occasione».
«Che cosa?»
«Pensavo… siccome lavori a queste cose… potrebbe interessarti vedere il motore principale della Epos».
Si riferisce a quello che mi è stato descritto come un impressionante propulsore mayeutico posto sul retro dell’aeronave. Pur avendone osservato la porzione che sporge dal vascello, non ne ho mai guardato la parte interna, ma pare che sia enorme, complesso, e ovviamente di vitale importanza. Da esso dipende la gran parte della spinta che ci permette di viaggiare.
Certo, non è posto dove mi aspetterei di essere invitato a fare un giro turistico. Ma immagino che Nipria abbia una sua peculiare deformazione professionale, perciò…
«Non che sia un fanatico di queste cose» rido. «Ma mi farà piacere un’altra chiacchierata con te. Visitare il motore è una buona scusa».
«Oh…» mormora lei, facendosi rossa.
Mica l’ho offesa, con la mia risata, vero? Ah, cavolo, volevo solo essere un po’ simpatico. Faccio davvero schifo, in queste cose.
Però la sua espressione non sembra arrabbiata.
«Bene!» s’illumina anzi, il tono di voce che le si fa molto più sicuro. «Allora, se vuoi, possiamo andare ora».

Ehi, ehi, apprezzo davvero questa disponibilità, ma ho anche dei programmi da incastrare!
«Scusami, Nipria, ma adesso non è possibile» rifiuto. «Dawn mi aspetta: mi sta allenando per prepararmi ad eventuali missioni future».
«Ah… quella ragazza» fa la geniera, mentre la sua espressione felice si raffredda. «Va bene, e domani?»
«Sì, perché no?» assento. «Le chiederò di iniziare prima, così avrò tempo dopo».
«La vedi pure domani?»
«Sì. Non mi dà tregua».
«Ma… perché tutto questo allenamento?» domanda Nipria. «Sei un filosofo. Te l’avevo già detto: non dovresti combattere».
«Il mio non è un ruolo di combattente, infatti» annuisco. «Però, Dawn crede che debba essere preparato, perché le missioni sono spesso pericolose».
«Non mi piace questa storia» asserisce la giovane, corrucciata. «Non va bene che…»
La sua frase viene stroncata da una serie di forti colpi di tosse, che di punto in bianco le tolgono il fiato. La ragazza si piega su se stessa, sussultando. Allarmato, io alzo una mano come a poggiargliela sulla schiena.
«Scusa…» biascica la geniera, con le dita che ancora le coprono la bocca. «Devo andare».
«Tutto ok?»
«Non preoccuparti» risponde lei. «Vado».
E si allontana in tutta fretta.
Ma cos’è successo?
Sembrava piuttosto intenso, come attacco. Forse è ammalata? Immagino che, in un ambiente ristretto come la Epos, sia facile che le affezioni respiratorie si diffondano. Fra l’altro, credo che la dieta non sempre bilanciata cui ci costringono i rifornimenti intermittenti possa ridurre le difese immunitarie dell’equipaggio.
Ma quella non pareva tosse da raffreddore, a dire il vero. Allergia, magari?
Impensierito, raggiungo la stanza degli allenamenti. Dawn è lì, seduta a gambe incrociate presso una parete. Ha gli occhi serrati, e tiene qualcosa fra le mani.
«Dawn?» la chiamo.
Lei apre le palpebre e mi guarda.
«Che fai?» le chiedo.
«Mi esercito con la mayea» spiega la ribelle.
La avvicino e siedo di fronte a lei. Osservo ciò che la ragazza regge: un piccolo pezzo di metallo, recuperato chissà dove.
«E quello?» domando.
«Ora vedrai».
Dawn chiude gli occhi. Inspira con forza, dopodiché mormora:
«Sideros, cambia forma».
Qualche centimetro sopra le sue mani, accostate a mo’ di coppa, si forma una luce. Questa inizia con l’essere un puntino, poi si espande, creando un cerchio. Diversi simboli appaiono lungo il bordo del circolo: perlopiù lettere, ma anche qualche numero.

Il metallo nei palmi di Dawn si deforma. Come fosse liquido, diviene prima una sorta di sfera, quindi si allunga in quattro direzioni. Io osservo con meraviglia come il pezzo di materia informe si trasforma, infine, in una piccola croce celtica con attaccata una catenella.
«Wow» commento, quando la ragazza apre le palpebre.
«È venuto bene?» chiede lei, sollevando il ciondolo. «Un po’ semplice, forse».
«Ma è sorprendente!» affermo, genuinamente colpito. «Non avevo mai visto manipolare la materia. E tutti quei simboli!»
«Ah, tu non avevi ancora osservato dei simboli multipli» comprende la ribelle.
Dal contesto, presumo si riferisca all’usare più simboli dell’universo insieme per produrre una mayea più complessa.
«Solo quando hai creato una palla di fuoco» rispondo. «Ma questa era ben altra cosa».
Dawn fissa il ninnolo. Dunque me lo porge.
«Tienilo tu».
«Io?»
«Sì. Visto che ne sei così entusiasta».
Non ho un motivo per rifiutare. Per quanto piccolo, è un regalo, e mi sembra sgradevole non accettarlo.
Afferro, perciò, la catenina che la giovane mi offre.
«Grazie» dico. «Anche se non sono il tipo che porta addosso simboli religiosi».
Sembra che Dawn stia per replicare, ma poi tace. Forse non sa a cosa mi stessi riferendo. A Tersain ho sentito parlare di Dio, ma mai di cristianesimo. Oh, ma a ben pensarci, la croce celtica non è necessariamente un simbolo cristiano… credo. Ne capisco poco, di queste cose.
La ribelle si alza dandosi qualche pacca per togliere la polvere dai pantaloni, quindi poggia le mani sui fianchi.
«Mettilo in tasca, casomai si rompesse mentre lottiamo» raccomanda.
Obbedisco. Tolta la camicia così da stare solo in canottiera, mi volgo a fronteggiare Dawn.
«Domani approderemo a un frammento» annuncia la ragazza, afferrando il bastone.
«La Epos attraccherà?»
«Già. È una piccola isola con sopra un complesso industriale della Resistenza».
«Sarà una cosa tranquilla?»
«Non preoccuparti» mi strizza l’occhio la giovane. «Caricheremo del materiale e nulla di più. La Repubblica non sa che quel frammento è occupato dalla Resistenza, né pattuglia l’area circostante».
Fa roteare l’asta nella mano per qualche secondo, dopodiché la batte a terra.
«E ora, cominciamo».
«Aspetta» la fermo io. «Volevo chiederti: domani possiamo iniziare e finire un po’ prima?»
«Va bene. Come mai?»
«Nipria vuole mostrarmi il motore principale della Epos» spiego.
Dawn rimane in silenzio un paio di secondi. Poi sorride.
«Non c’è problema» assente. «Vuoi saltare l’allenamento, giacché?»
«No, no, non è necessario».
«Davvero! Così avrete più tempo!»
«Ormai il tuo allenamento è un’abitudine» dichiaro. «Non ci rinuncerò. Un po’ mi diverto in questa attività con te».
Mi viene naturale fare un largo sorriso.
Che strani discorsi che faccio… oh beh, non ha importanza.
Una volta ogni tanto, invece di stare sempre in guardia, posso pure essere un minimo aperto riguardo a quel che provo. Del resto, è vero: anche se poco mi aggrada l’attività in sé, il tempo passato in compagnia della ragazza mi fa piacere.
Dawn si avvicina e mi poggia un’estremità del bastone sul petto.
«Non pentirti di ciò che hai detto» mi ammonisce, con un finto tono minaccioso.
«Oh, no… ma tu ti pentirai di aver abbassato la guardia!»
E scanso l’asta, afferrando i polsi di lei.
«Che…? Non vale!»
«In amore e in guerra tutto è lecito!» replico, riuscendo a farle mollare l’arma.
«Questo non è nessuno dei due, però!»
Con una mossa repentina, Dawn trasforma lo scontro in una lotta a terra, nella quale è specialista. Bloccate le mie braccia, rimane sopra di me a fissarmi con un po’ di fiatone.
«Mi hai lasciato fare… non hai opposto resistenza» osserva.
«No» ammetto io. «Era per riparare all’attacco a sorpresa».
«Non farlo quando combatterai seriamente».
«Non inseguo l’onore a questo punto» sorrido. «Anzi…»
Piego gli avambracci, raggiungendo i fianchi di Dawn.
«Aspetta… fermo!»
La ribelle comincia a contorcersi, senza riuscire a trattenere le risate. La sto solleticando, costringendola ad allentare la presa sulle mie braccia. Non ho idea di cosa mi prenda, a concedermi tanta libertà. Devo essere di uno strano umore.
«Dai, smettila!»
«Non finché non mi libererò».
«Ma che diavolo…?»
Nell’udire quell’esclamazione, ci blocchiamo e rivolgiamo gli sguardi verso la porta. Jim è entrato senza che ce ne accorgessimo, e ci osserva con sguardo stupefatto. Poi il ribelle scoppia in una risata esageratamente forte, che lo lascia quasi subito senza fiato.
«Oh, scusate!» parla a fatica. «Tolgo il disturbo!»
«Che…?» faccio, sentendo di esser divenuto all’istante color porpora.
Dawn mi ha lasciato, per cui in un lampo mi alzo in piedi.
«No, non scomodarti» continua a ridere Jim, facendo per andarsene. «Dirò ad Archeos che eri “impegnato”».
«Oh no… fermo… bastardo!»
E lanciando esclamazioni incoerenti, corro dietro al ribelle, già sparito in corridoio a tutta velocità.
◊◊◊
Intanto che Ethan si fionda oltre la porta, nella stanza degli allenamenti Dawn si mette a sedere. Un vago sorriso le aleggia sul volto.
Quasi inconsapevolmente, comincia a dondolare sul posto.

