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Epos (Maltia)
30 novembre 2355
40° giorno di Ethan a Tersain
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Si scopre che Jim è venuto a chiamarmi su richiesta di Archeos. In particolare, il filosofo voleva avvisarmi dell’attracco della Epos domani.
«Caricheremo a bordo le prime partite di acciaio prodotto secondo le tue istruzioni» spiega l’anziano. «Lo useremo per rinforzare la nave».
Wow, sono stati veloci. Insomma, non mi aspettavo che in un mese mettessero insieme delle linee di produzione in grado di dare risultati concreti. Bisogna dire che, per quanto a corto di risorse, la Resistenza sa come sfruttare ciò che ha. Fra l’altro, non devo dimenticare che questo mondo ha una tecnologia da non trascurare, capace in certi ambiti di far impallidire quella terrestre.
«Prima che tu lo chieda, sappi che non ti lasceremo scendere a terra» afferma Archeos.
Immaginavo. Dopo la mia fuga, servirà ancora tempo perché si fidino.
Come il filosofo mi spiega di lì a breve, pare però che aiuterò insieme a lui a organizzare le operazioni di carico del materiale.
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Stesso luogo
1 dicembre 2355
41° giorno di Ethan a Tersain
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Così, nel primo pomeriggio del giorno successivo, la Epos si affianca a un’isola piuttosto separata dalla civiltà. Diverse costruzioni sono scavate nella roccia, difficili da distinguere se non ci si avvicina abbastanza.
L’aeronave attracca in una sorta di baia naturale del frammento, celandosi in parte alla vista. Le operazioni di carico si svolgono attraverso l’hangar, nel quale vengono montate apposite gru. L’equipaggio inizia a tirare a bordo grandi sbarre di acciaio, accumulandole in mucchi ai bordi degli stanzoni di solito adibiti a contenere i velivoli.
«Ma… quanto ce n’è?» domando io, che in una tuta simile a quelle dei meccanici terrestri affianco Archeos nel catalogare il materiale.
«Abbastanza per rifare metà dello scafo» dichiara l’anziano. «Con questo, la Epos diventerà una fortezza volante».
«E a cosa serve?» chiedo. «Voglio dire… la Epos è un centro operativo. Si arrischierebbe mai a scendere in campo?»
«In casi eccezionali lo farebbe eccome» annuisce il filosofo. «Ed è anche successo. Ogni volta la Repubblica ha ricevuto una sonora lezione. Farebbe carte false per scovare l’ubicazione della Epos e mandare una flotta a distruggerla».
Mi guardo intorno, osservando i vari mucchi di spranghe metalliche. Mentre levo lo sguardo su dei soppalchi ai bordi della stanza, vi individuo sopra la figura familiare di Dawn. La ragazza sta aiutando nel trasporto di alcune casse di rifornimenti. Io continuo a fissarla finché lei non volge lo sguardo nella mia direzione. Allora le faccio un cenno di saluto. La ribelle pare vederlo, poiché risponde alla stessa maniera.
«Ethan, concentrato» mi riprende Archeos.
Torno a scorrere una lista che ho fra le mani.
«Quel carico sembra completo» dice l’anziano, indicando un mucchio di spranghe vicino ad una delle gru. «Puoi andare a contare i pezzi?»
Annuisco e mi dirigo al luogo designato. Diversi genieri sono già lì, impegnati a valutare lo stato del metallo. Nipria è fra loro.
«Sono venute bene?» le chiedo.
«Perfette» annuisce lei. «Faremo grandi cose, con queste».
«Tu non tanto, visto che non ci lavorerai» interviene uno dei genieri.
«Oh, ci lavorerò eccome» replica Nipria, con tono impertinente. «Che vi piaccia o no, mi sposterete dalle sale macchine, ve lo dico io».
Il geniere alza le mani in un gesto di resa, per poi tornare a darsi da fare.
«Spero che il lavoro non si dilunghi fino al pomeriggio» si augura la giovane.
«Lo spero anch’io» concordo. «Non voglio rimandare la visita al motore».
Il mio tono poteva sembrare sarcastico, così sorrido quanto più gentilmente posso per far capire che non mi dispiace fare attività del genere con Nipria. Lei ricambia, appena prima che il gruppo di genieri venga chiamato da un’altra parte.
«Ci vediamo dopo, allora» dice la ragazza.
«Non vedo l’ora».
Mentre i genieri se ne vanno, noto che Archeos mi fa segno da lontano di darmi una mossa.
«Dunque…» mormoro, rivolgendomi verso le spranghe.
Prendo a contare i pezzi costituenti il grande mucchio di metallo. Vicino a me, una gru continua a lavorare, tirando a bordo ulteriore acciaio.
«Quarantacinque» borbotto, segnando il risultato del conteggio. «Sono tutte».
D’un tratto, odo un forte rumore sopra di me. Levo lo sguardo, giusto in tempo per vedere le spranghe caricate dalla gru che scivolano via dalle catene che le reggono.
Mi rendo conto all’istante del grave pericolo. Mentre le barre colpiscono il vicino mucchio di acciaio, piego le ginocchia per scattare via. Alcuni pali cascano intorno a me, che mi scanso d’istinto.
Al che vedo qualcosa cadermi dal taschino e finire sul pavimento.
Cosa…?
Lo riconosco: è il ciondolo che Dawn mi ha dato ieri, rimasto da allora nella tasca della camicia, da me indossata sotto la tuta.
Un attimo. Esito solo attimo, prima di allungare una mano a recuperarlo. Quel gesto mi fa indugiare troppo: quando le mie dita stringono la catenina, una delle stanghe rotolate giù dal mucchio mi raggiunge.
Dannazion…

Alzo il braccio sinistro a difesa. Il bordo della barra mi colpisce sull’avambraccio, e un’esplosione di dolore riempie il mio cervello. Spinto dal peso dell’oggetto, finisco sul pavimento. Lì lancio un grido, la mano dell’arto sano che corre a proteggere quello colpito.
Giramenti di testa. Un’ombra che cala sulla mia vista. Un fischio che mi colma le orecchie.
Il dolore è tale che la mia coscienza vacilla. Chiudendo saldamente le palpebre nel cercare di non svenire, odo delle esclamazioni di sconcerto, e poi i passi di persone che si avvicinano correndo. Vengo circondato dai soccorritori.
«Chiamate un medico!» grida uno. «Sta perdendo sangue!»
«Come ha fatto a ferirsi?»
«Dev’essere stata la parte tagliente della barra».
«Ethan!»
Riaprendo gli occhi, mi guardo intorno. Dawn mi ha raggiunto.
«È rotto» dice un uomo, valutando il mio braccio.
La semplice consapevolezza del significato di tali parole basta ad amplificare i miei giramenti di testa. Serro di nuovo le palpebre, mentre un moto di nausea mi porta sul punto di vomitare.
Sento un’altra voce familiare. Potrebbe essere Nipria, ma non ho più la forza per accertarmene. Ormai ho perso il controllo di me stesso, sopraffatto da dolore ed emozioni.
In breve, scivolo nell’incoscienza.
◊◊◊
Dopo un tempo indefinito nel quale la mia coscienza va e viene, mi riprendo nello iatreo della Epos. È il dolore a svegliarmi: il braccio sinistro mi fa molto male. Girando la testa, posso constatare di essere in canottiera, e che l’arto colpito è stato bendato e steccato.
Sono collocato su una brandina in una delle grandi stanze comuni dello iatreo. A parte i vari malati e feriti nei dintorni, la prima persona che vedo è la filosofa Ehliana.
Allertata del mio risveglio dal mio vicino di letto, la donna mi si avvicina celere.
«Come ti senti?» mi chiede.
«Mi fa male il braccio… molto male».
Ovviamente. Immagino ci fosse già arrivata da sé.
«Ti sei fratturato il radio, e hai anche una lacerazione di cute e muscolo» afferma la filosofa, posandomi una mano sulla spalla dell’arto sano. «Riesci a resistere? È meglio non esagerare con gli antidolorifici».
«Ci proverò».
Mi accorgo di stringere qualcosa nella mano destra. La apro, scoprendo che è la catenella con appesa la croce. A quanto pare, l’ho tenuta tutto il tempo.
Dal braccio ferito giunge una fitta. Chiudo gli occhi, tentando di scacciare il dolore che minaccia di farmi svenire di nuovo. Rialzo le palpebre quando sento delle voci concitate avvicinarsi. All’ingresso dello iatreo vedo Hoping che cerca di impedire a qualcuno di accedere.
Ehliana raggiunge il collega, cominciando a discutere a sua volta. Io riconosco le voci di chi prova a entrare: sono Dawn e Nipria. A un certo punto, odo anche quella di Archeos. Allora, Hoping ed Ehliana paiono arrendersi, e permettono l’ingresso delle ragazze nella stanza.
Nipria si fionda dentro come un razzo. Si guarda intorno, scandagliando l’ambiente. Quando mi individua, io sollevo la mano destra in un vago cenno di saluto. La geniera risponde correndo verso il letto, tanto che sono portato a scostarmi come ad evitare un impatto. Naturalmente, questo non avviene, e il movimento mi provoca solo un’altra fitta di dolore.
«Ethan! Come stai? Ti fa male?» squittisce Nipria.
Non so se sto fraintendendo i suoi movimenti, o il suo modo di inclinarsi verso di me, ma pare come trattenersi dal gettarmi le braccia al collo.
Faccio un amaro sorriso e scuoto la testa in quello che credo un gesto rassicurante. Vedo Dawn avvicinarsi con lentezza, e subito dietro Archeos che se la prende più comoda di tutti.
«Ciao» dico, quando Dawn mi raggiunge.
Lei non risponde. Mi fissa per un lungo istante, dunque volge lo sguardo alla mia mano destra, dalla quale sporge la catenina del ciondolo. Torna a guardarmi. Poi esclama:
«Sei un idiota!»
E abbatte i pugni sul mio petto. Io sobbalzo per la sorpresa, ma la ribelle non ha messo molta forza nel gesto. Piuttosto, rimanendo piegata su di me, mi afferra per i bordi della canottiera.
«Perché hai perso tempo a raccogliere quella cosa?» prorompe. «Scemo!»
«Ma…» faccio io, stupefatto da una simile reazione. «Non volevo si rovinasse. Sarebbe stato brutto nei tuoi confronti…»
Chiaro, non è che in quel momento ho avuto chissà quanto tempo per pensare. Si può dire che mi sono mosso sotto la… spinta del cuore, se vogliamo.
La ritengo una cosa positivo: un segno di come io tenga a qualcosa donatomi da Dawn. Eppure…
«Cretino! Non sai dare priorità alle cose?» ribatte lei con foga. «Stupido… stupido… potevi finire ammazzato per una scemenza simile…»
Finalmente pare calmarsi. Continuando a stringere la mia canottiera, mi osserva il braccio sinistro. Io mi guardo intorno. Nipria è bloccata con un’espressione di stupore e indecisione sul volto. Più in là, Ehliana pareva essere sul punto d’intervenire a fermare Dawn, ma Archeos le ha messo una mano sulla spalla per bloccarla.
Dev’essere una situazione strana per tutti. Me compreso. In verità, la reazione di Dawn mi fa un po’ male, ma non troppo. In fondo, ho capito cosa intende. È arrabbiata con me, sì… ma perché si è preoccupata. Non riesco a prendermela a male per questo, anche se sta usando parole forti.
La ribelle torna a fissarmi negli occhi.
«Prenderai tante legnate, per questo» dice, stavolta con tono più moderato. «Ma così tante che ci penserai due volte, prima di fare di nuovo qualcosa talmente stupido».
«Credo di aver già subito la mia punizione, non trovi?» cerco di scherzare, sì da normalizzare un po’ la discussione.
«Meglio andare sul sicuro» replica Dawn.
E mi cinge la testa con un braccio, spingendosela sulla spalla. È un gesto veloce, di cui a malapena faccio in tempo a rendermi conto mentre accade, e che mi lascia stupito e confuso. Poi la giovane si stacca da me e si raddrizza.
Cos’è stato? Non ha mai fatto una cosa del genere. Io… ok, mi ha fatto venire il batticuore.
«Adesso sì che perderai l’allenamento!» esclama ella. «Devi cercare di rialzarti in fretta».
«Non mi pare il momento per queste cose» interviene Nipria. «Sta male. Deve riposare, e tu pensi a giocare alla lotta?»
«Penso solo a una sua rapida ripresa» risponde Dawn, fissandola sbigottita.
«Oh, si vede» dice la geniera, sarcastica.
Pare controllare la voce a fatica, come se stesse per esplodere. Avverto come una vibrazione tesa nell’aria, a darmi una sensazione spiacevole. È la prima volta che vedo la ribelle così nervosa.
«Farlo riprendere solo per cacciarlo in altri guai, vero?» prosegue. «Con le vostre pericolose missioni…»
«Nipria, suvvia, non è colpa di Dawn se coinvolgiamo Ethan in missione» s’intromette Archeos.
«Oh, no, ma con quei suoi allenamenti lei lo incoraggia a combattere» afferma la geniera, irremovibile. «E poi finisce ogni volta che si fa male!»

«Io… non lo incoraggio» nega Dawn, gli occhi sgranati. «Anche stando a bordo è riuscito a ferirsi peggio che in missione. Se si fa male, è perché non è capace di badare a se stesso. Per questo lo alleno».
Non so badare a me stesso?
Io seguo il litigio con disappunto crescente. Non è che mi faccia piacere sentir parlar male di me.
Nel vedere Ehliana avvicinarsi, per provare a distrarmi le chiedo:
«Da quanto tempo sono qui?»
«Quasi un’ora» risponde la filosofa.
Sospiro, storcendo il viso per una nuova fitta di dolore. Mi scappa un gemito, che pare porre fine alla discussione delle ragazze.
«Penso vi stiate comportando in modo irrispettoso» afferma Ehliana, una nota severa nella voce, approfittando del momento di silenzio. «Vi abbiamo permesso di fargli visita, ma ora deve riposare… come tutti gli altri pazienti. Potreste uscire a discutere fuori?»
«Ha ragione» aggiunge Archeos. «Forza. Potrete andare a trovarlo più tardi».
Le due ribelli indugiano un attimo, dunque annuiscono all’unisono. Sembrano essersi accorte di quanta confusione hanno fatto.
Non mi va che si sentano in colpa.
«Mi spiace… credo che non potrò né allenarmi né vedere il motore» mi scuso quindi, sincero.
«Ma no, per quello ci sarà tempo, figurati!» replica la geniera con voce squillante, agitando le mani di fronte a sé.
«Pensa solo a guarire» si accoda Dawn. «A dopo, allora».
E con ciò, prima lei e poi Nipria lasciano il fianco del letto ed escono dalla stanza.
«Che gioventù energica» commenta un paziente in un giaciglio vicino.
«A chi lo dici» conviene Archeos.
Il filosofo mi si affianca.
«Come ti senti?» mi chiede.
«Mettendo da parte l’orgoglio… uno schifo» rispondo. «Da piccolo mi ruppi un braccio cadendo dalla bici, ma non lo ricordavo così doloroso».
«Hai una ferita complicata» afferma l’anziano. «Ma cercheremo di farla guarire al meglio».
Io annuisco, e con un sospiro chiudo gli occhi. Mi sento sfiancato, e mi riaddormenterei volentieri per sfuggire al dolore.
«Riposa» raccomanda Archeos. «Ehliana e Hoping si prenderanno cura di te».
E pure il filosofo se ne va.
Bene… ci mancava questa penso. Sono solo sfortunato, o qualcuno mi vuole male?
Levo lo sguardo al soffitto, anche se con la mente immagino di guardare il cielo. Di solito non metto in relazione gli eventi della mia vita con una qualche volontà al di là dell’umana percezione.
Tuttavia, se si tratta solo di porsi degli oziosi quesiti, o di portare avanti delle intime riflessioni esistenziali…
Tu che ne dici? finisco per chiedere dentro di me.
E lì termina questo momentaneo interrogativo religioso.
◊◊◊
Diverse ore dopo, Ehliana passa dal letto di Ethan a controllarne lo stato. Il ragazzo pare addormentato, per cui la filosofa può almeno sperare che non stia soffrendo troppo.
Nelle ultime settimane, ha avuto diverse occasioni per degli scambi di pareri col giovane. Per Archeos non è una priorità, ma l’anziano ha comunque lasciato che qualche volta Ethan si dedichi anche alla trasmissione di conoscenze utili in medicina.
E il ragazzo è stato di parola, riguardo alla propria offerta d’aiuto.
Così, fra lui ed Ehliana ha iniziato a crearsi un rapporto cortese e collaborativo.
Certo che farsi male per un motivo del genere… sembra proprio un ingenuo. Ma lo è davvero?
La filosofa sarebbe curiosa di metterlo un po’ alla prova. Tuttavia, ora deve pensare alla sua guarigione. Adesso in particolare, ella deve fargli qualche controllo, perciò lo tocca gentilmente per destarlo.
Il giovane non reagisce. Allora, piegandosi su di lui, la donna lo scuote piano.
«Ethan» gli dice, passandogli una mano sulla guancia.
La filosofa corruga la fronte, spostando le dita lungo il volto e sul collo del ragazzo. Si raddrizza di colpo.
«Ethan» ripete, scrollandolo con più forza.
Borbottando qualcosa, lui apre un poco gli occhi. Sono lucidi, e il giovane si guarda intorno spaesato.
«Hoping» chiama Ehliana.
«Che succede?» chiede il medico, avvicinandosi.
«Ha la febbre» riferisce la donna. «Molto alta».
«Hai controllato la ferita?»
«Stavo per farlo».
La filosofa scioglie con cautela le bende che coprono l’arto lesionato di Ethan. Quando le ha rimosse, lei e il collega osservano l’ampia lacerazione che attraversa l’avambraccio del ragazzo.
«Ahi» fa Hoping.
La pelle intorno al taglio suturato è molto arrossata, e dalla lesione emerge un po’ di sostanza giallastra.

