Energheia – Capitolo 41: L’incomodo

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Epos (Maltia)

5 dicembre 2355

45° giorno di Ethan a Tersain

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Un sorriso compiaciuto mi si forma in volto. Manifestandosi a pochi millimetri dalla mia pelle, la piccola vampa continua ad agitarsi, appena più grande di quella che si vedrebbe su una comune candela.

«Quando hai…?» fa Dawn, stupefatta.

«Dopo che la febbre è passata» spiego. «Pare che la malattia mi abbia… stimolato».

«Quindi, hai capito come funziona?»

«Più o meno» annuisco.

Me ne sono accorto negli ultimi giorni. Fra le reminiscenze rimastemi addosso dal delirio, ce n’era una fortemente legata alle mie sensazioni di quando ho usato la presunta mayea. Già… era come se tali percezioni fossero diventate più chiare nella mia mente: più forti, concrete… non inafferrabili come le sentivo in precedenza.

Così, quando per curiosità ho provato a vedere se potevo usarle… quasi in modo naturale, ciò che ho fatto in situazioni estreme si è verificato di nuovo, pur in scala ridotta. E ben presto, mi sono accorto che non solo il fuoco era coinvolto.

«Ora ne sono certo: posso manipolare sia le fiamme, sia l’ilectron» rivelo. «Generarli, però, è una cosa un po’ faticosa, specie per il fuoco: ho prima bisogno di aumentare la mia temperatura corporea, cosa che brucia molte energie. È normale che la mayea attinga alle proprie forze fisiche?»

«È… insolito» esita la ribelle.

«Allora, immagino si possa aggiungere alle stranezze delle mie capacità. Fra l’altro, se esagero pare che vada in ipotermia. In pratica, creo il fuoco attingendo calore dal mio corpo».

«Sembra una… mayea rischiosa da usare» osserva Dawn.

«Infatti» concordo. «Ecco perché preferisco di gran lunga manipolare fiamme già presenti nell’ambiente».

Chiudo la mano, così da spegnere la fiamma. Mai, per un solo momento, il calore di questa mi ha ustionato.

«Purtroppo, sembra che riesca a ricreare giusto una frazione delle capacità che ho manifestato quando eravamo in pericolo» aggiungo.

Mi poggio una mano sul petto.

«E come se dovessi ancora… risvegliarmi».

«Risvegliarti?» ripete la maltiana.

«Sento che è il termine più adatto a descrivere la cosa».

«Mmh…»

Avvicino le mani, movimento reso un po’ difficoltoso dal braccio steccato. Socchiudo gli occhi, pensando a una separazione di energie… cariche che si allontanano, pronte però a colmare la distanza messa a forza tra di esse. E come a concretizzare tale concetto, fra i miei palmi cominciano a guizzare piccole scariche elettriche.

Questo è l’altro trucco che ho scoperto di poter usare dopo il delirio.

«Allora… congratulazioni» fa Dawn, battendo alcune volte le mani. «Potrebbe essere utile, in futuro».

«Non finché sono confinato qui» replico. «E col braccio rotto, mi sarà impossibile andare in missione per un bel po’».

La ribelle non risponde. Piuttosto, con pochi passi copre la distanza che ci separa, mi prende a braccetto e mi trascina con decisione fuori dalla stanza. Lì mi lascia andare, e continuando a non proferire parola inizia a camminare lungo il corridoio, come incoraggiandomi a seguirla.

Camminiamo in silenzio per diverso tempo, vagando per la nave senza una meta precisa. Non mi faccio troppe domande sul bizzarro comportamento di Dawn: ormai mi sono abituato all’imprevedibilità della giovane. Immagino che il suo sia una sorta di tentativo di evitare un mio nuovo discorso deprimente.

Non che volessi lamentarmi penso. Ma… non importa.

Anche se magari la ribelle ha frainteso, apprezzo il gesto.

«Faremo sì di farti riabilitare» dice Dawn all’improvviso. «Sia nel fisico che agli occhi del capitano».

Sorrido senza rispondere. Non so quanto sarà facile… ma la sua sicurezza è confortante, già solo per il fatto che mi fa sentire la vicinanza della ribelle.

A un tratto, mentre passiamo nei pressi della mensa, qualcuno affianca Dawn.

«Ehilà!» si rivolge questi alla ragazza.

Squadro il tizio appena arrivato. È un giovane di bell’aspetto, dal fisico atletico, all’apparenza un poco più grande di me e anche un po’ più alto, con folti capelli neri e occhi del medesimo colore.

La maltiana si ferma, e così faccio io.

«Ciao» saluta Dawn.

«Volevo giusto cercarti» continua il giovane, non prestando alcuna attenzione a me. «Oggi non sei venuta all’armeria».

«No» ammette lei. «Mi stavo esercitando con la mayea».

«Beh, se hai finito c’è ancora tempo» afferma lui, strizzandole l’occhio.

«Ecco…»

Dawn mi fissa. Io rispondo al suo sguardo, poi mi stringo nelle spalle.

«Se devi andare, vai» le dico.

«Ma… visto che non ci vedevamo da un po’, volevo…»

«Uh?» fa lo sconosciuto, guardandomi come se mi avesse visto soltanto in questo momento. «Ciao, ragazzino».

«Ragazzino?»

«Avrai… quindici anni?»

So di avere un aspetto piuttosto fanciullesco per la mia età, ma qui si esagera…

«Temo di aver due anni di più» preciso, assumendo involontariamente un tono freddo.

Non che essere scambiato per qualcuno più piccolo mi infastidisca di per sé… ma c’è qualcosa che non mi piace nell’atteggiamento di sufficienza con cui mi si è rivolto questo tizio.

«Oh, perdonami» replica il giovane. «Ma non si direbbe proprio. Per te non c’è problema se faccio allenare Dawn con qualche arma seria, no?»

Per qualche motivo, mi sento irritato da tali parole. Ciononostante, trattengo una smorfia infastidita e rispondo:

«Se lei vuole, non ho problemi».

«Allora forza, Dawn» esorta lo sconosciuto, posandole un braccio sulle spalle. «Andiamo?»

«Ehm… va bene» assente lei.

La ragazza mi lancia un ultimo sguardo, poi segue il giovane lungo il corridoio. Io rimango impalato vicino alla porta della mensa. Sto ancora fissando i due che si allontanano quando qualcuno esce dalla soglia e mi avvicina.

«Ehi… ti fai fregare così?»

Abbasso gli occhi. Di fronte a me c’è Jim. Questi mi guarda con aria di disappunto.

«Che è quella faccia?» prosegue il ribelle.

«Che faccia?»

«Razza d’idiota. Scommetto che non sai nemmeno che sta succedendo, vero?»

«Perché, invece di essere tanto criptico, non mi spieghi che intendi?»

«Vieni…»

Il ragazzino mi conduce attraverso il passaggio, nella stessa direzione dalla quale siamo arrivati io e Dawn.

«Quello è Jervis d’Arcady» mi spiega. «Non lo conosci, no?»

«No» ammetto.

«Uno che fa strage di cuori. Lavora all’armeria, per cui non mi stupisco che tu non abbia idea di chi sia: lì non ti fanno entrare».

Intanto che Jim mi parla, qualcosa mi si agita nella memoria. Sarà stato il sentire il nome Jervis, non so… ma un’immagine emerge dalle nebbie dei ricordi: quella della scena che ho intravisto, in cui Ehliana interrompeva la sua relazione con…

… Jervis… si chiamava così? Lo ricordo ancora?

«Va bene, e allora?» replico.

«Allora, sono giorni che quel bellimbusto vede Dawn per “allenarla”» afferma il ribelle. «Lo noto quando va a prenderla al magazzino dove lavora lei… sai, passa dalla sala macchine dove sto io».

Lo guardo senza manifestare emozioni.

«Potresti anche mostrarti più arrabbiato, eh?» fa Jim.

«Perché?»

«Come, perché? Quello ti ruba la ragazza!»

«Hai frainteso» dichiaro. «Non mi crea problemi se…»

Lascio la frase in sospeso. All’improvviso, ho sentito che, se l’avessi continuata, sarei suonato incredibilmente falso. Non tanto a Jim… quanto a me stesso.

«Oh, invece te ne crea sì!» esclama il ribelle. «Anche se ammetto che hai la possibilità di scelta, fra Nipria e chissà chi altre».

Ma che accidenti va dicendo?

Assumo un’espressione seccata. Mi sta mettendo in imbarazzo: non sono abituato a certi discorsi, specie con Jim, che oltre ad essere più piccolo di me non è neanche un conoscente così intimo.

Per giunta, sta costruendo chissà che immagine nella sua mente… davvero pensa che io stia intrattenendo quel genere di rapporti? Insomma, stiamo parlando di me! Quello che, in anni e anni, non è stato capace di fare neppure un passo concreto con Lizzie!

«Dubito, però, che un’intromissione di quel tizio ti faccia piacere» conclude il ragazzino.

«Ti dico che non c’è problema».

Il ribelle rimane in silenzio per qualche secondo. Poi si gira all’improvviso e torna indietro.

«Basta» sbotta. «Vedi tu che vuoi fare. Non posso stare a spronarti per queste cose».

Io lo guardo allontanarsi, perplesso e anche irritato per le sue sfacciate parole. O almeno… presumo che a farmi arrabbiare siano state esse. O c’è dell’altro?

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Epos (Maltia)

6 dicembre 2355

46° giorno di Ethan a Tersain

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Il giorno successivo, provo a cercare Dawn, ma non la trovo nella sala degli allenamenti. Secondo le nostre vecchie abitudini, dovremmo incontrarci qui intorno a quest’ora, ma in realtà – dopo che ieri siamo stati separati a sorpresa – non abbiamo avuto la possibilità di confermarlo.

Per darle un po’ di tempo per arrivare, decido di aspettare esercitandomi un minimo con la mayea. In verità, c’è poco che possa fare al riguardo, a parte replicare i piccoli trucchi cui ho accesso a seguito del delirio. Mi sto almeno impegnando per non dimenticare di nuovo le sensazioni che mi permettono di usare la mayea, ma miglioramenti significativi nella mia abilità con essa non ce ne sono, per il momento.

Anche se, con Archeos, ieri sul ponte di coperta ho provato a muovere una grossa vampa generata bruciando una bella quantità di combustibile. Quello sì che è stato uno spettacolo: sono stato in grado di spostare intere lingue di fuoco nell’aria, ben più grandi della fiammella che posso generare spontaneamente nella mano.

Ma in questo ambiente chiuso non posso permettermi esercizi del genere. Così, dopo aver creato diverse volte dei fuocherelli nel palmo, senza riuscire mai a renderli molto più grossi del solito, mi stanco e mi preparo ad andarmene. Allora nella stanza entra Nipria.

«Eri qui» mi sorride lei, scorgendomi.

«Ehi, Nipria!» la saluto.

«Non c’è Dawn?» domanda la geniera, guardandosi intorno.

«Pare che oggi non sia venuta ad allenarsi».

«Non ti ha detto nulla?»

«No… forse non si aspettava che ci sarei stato».

E mostro il braccio steccato. Con un cenno d’assenso, la ragazza chiude la porta e si stiracchia.

«Beh, volevo dare un’occhiata a come fate questi allenamenti» dichiara, «ma pazienza».

Mi sorride.

«Disturbo se sto un po’ qui?»

«No… stavo per andarmene» rispondo. «Mi esercitavo con la mayea, ma mi son già scocciato».

«Posso vederla?» chiede Nipria, venendomi incontro.

Apro la mano e ne faccio scaturire una fiamma. Lei avvicina il volto ad osservarla.

«Non capisco come fate voi magi a non bruciarvi» dice la ribelle.

Non so come ci riescono gli altri, ma io credo di manipolare istintivamente il calore per tenerlo lontano dalla pelle. Non posso, però, affermarlo con sicurezza. Di certo, più ho preso confidenza con questa capacità, più si sono ridotti dolore e disagio dati dal calore che subisco nell’usarla, fino a sparite del tutto.

Faccio spegnere il fuoco. Al che, la geniera mi prende la mano e ne tocca il palmo.

«È calda» constata.

«Divento sempre più caldo del normale, quando creo il fuoco» spiego.

«Oh…»

Nipria non mi lascia andare. Solleva il volto a guardarmi. Ed è allora, nell’incrociarne lo sguardo… che mi pare di leggervi qualcosa di inaspettato… qualcosa che mi mette a disagio.

Non sono sicuro di cosa sia. Non riesco a focalizzare l’attenzione su un dettaglio particolare, ma l’insieme mi dà una percezione d’intensità che quegli occhi convogliano con forza nei miei. Una cui non sono minimamente abituato.

Il mio cuore accelera di colpo. Le pupille di lei non mi abbandonano, e le sue mani stringono un po’ di più la mia.

«Ethan…» comincia a dire Nipria.

Viene interrotta da un suono di risate in corridoio. Un attimo dopo, la porta della stanza si apre ed entrano Dawn e il tizio dell’armeria, Jervis. La ragazza sta ridendo, ma si blocca quando vede me e Nipria. Quest’ultima mi tiene ancora la mano, terribilmente vicina a me.

Thanks For Reading! Thomas: Questa storia sta diventando una romcom. Elena (illustratrice): Beh, viste le premesse… immagino dovesse succedere, prima o poi. Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

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Sarei felicissimo di sapere cosa ne pensi del capitolo!

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