Energheia – Capitolo 43: La nostra stanza

Inarco le sopracciglia: sembra che Dawn stia mimando una mossa di arti marziali per far vedere a Jervis come fare. Lui annuisce appena. Nessuno dei due si è accorto di me.

A un certo punto, il giovane dice:

«Non so… dovrei provarla personalmente».

Nella mia testa si forma un’immagine dell’uno e dell’altra a contatto in una lotta corpo a corpo. Me lo sento dentro: questo è proprio ciò a cui punta il ribelle.

«Non ti conviene» ribatte lei.

«Suvvia!»

«Ti farei male!»

Non riesco a trattenermi…

«E-ehm» faccio.

I due si voltano. Jervis si mostra seccato, mentre Dawn è sorpresa.

«Quando sei entrato?» domanda la ragazza.

«Trenta secondi fa» rispondo. «Sembra che dovrò andare altrove…»

«Aspetta» mi blocca ella.

E mi fa cenno di avvicinarmi. Io la raggiungo, perplesso.

Non mi aspettavo che avrebbe cercato di parlarmi. Anche se non abbiamo comunicato affatto da quando l’ho incontrata ieri, avverto come se il nostro rapporto fosse divenuto… strano. È complicato da spiegare, perché è una cosa intuitiva, più che basata su fatti chiari e misurabili.

«Che c’è?» le chiedo.

«Jim si comporta in modo un po’ insolito» mi spiega lei. «Potresti pensarci tu?»

Ah, si tratta di questo. Non so cosa mi aspettassi, ma… non ne sono contento.

«Non credo abbia bisogno che io badi a lui» replico, la delusione a rendermi laconico.

«Non vorrei che si cacciasse nei guai».

«Parli del ragazzino di prima, no?» interviene Jervis. «Non preoccuparti: imparerà sulla pelle a comportarsi bene. Giovanotto, puoi andare».

Una scossa mi attraversa la spina dorsale. Quell’ultima frase… è penetrata fino a zone della mia mente che, di solito, se ne stanno buone. Da là sento scaturire un’irritazione anomala, dalla genesi quasi primitiva.

Ho un paio di contrazioni nervose all’occhio destro. Fisso di sottecchi Jervis, poi lo ignoro e torno a parlare a Dawn.

«Ha un atteggiamento diverso anche con me» affermo. «Ma è normale: è l’età».

Un’uscita, la mia, piuttosto scontata, se non quasi fuori luogo, visto che io e lei siamo pochi anni più grandi di Jim, e di certo ancora soggetti agli stessi “sbalzi” che caratterizzano l’adolescenza.

Ma dopo le parole di Jervis, ho provato il desiderio di indugiare qui un momento di più, solo per non dar l’impressione di star assecondando il ribelle. Non m’importa se, per farlo, devo dire banalità dalle quali di solito mi asterrei.

Non che lei sembri trovarle tali. Piuttosto, annuisce.

«Va bene, va bene» fa Jervis. «Si può stare un po’ tranquilli, ora? Siamo venuti qui apposta per non essere seccati».

Lo guardo un attimo. Non c’è altro che potrei dire, a questo punto. Stringo i denti, quindi mi volto per avviarmi verso la porta.

Ancora una volta… ancora una volta, lascerò che le cose vadano come devono andare.

Prima che muova il primo passo, però, con la coda dell’occhio vedo il giovane porre una mano sulla spalla della ribelle. Nel farlo…

«Questa è in pratica la stanza mia e di Dawn» aggiunge.

Mi blocco. Dentro di me, la parte della mia mente che è stata stimolata dalle precedenti parole di Jervis si gonfia, come una massa di sensazioni e pulsioni caricate di un’immensa energia latente.

Rimango fisso sul posto per alcuni secondi, le spalle rivolte ai due ribelli. Mi sento sull’orlo di un precipizio interiore… uno nel quale provo un incredibile desiderio di gettarmi, gesto dal quale solo un filo di razionalità mi frena.

Smettila… smettila, maledetto. Smettila di parlarmi a questo modo… di farmi sentire così lontano da Dawn.

E… smettila, Ethan. Smettila di subire. Smettila di rifiutarti di opporre resistenza, futile o meno che sia.

«Che c’è, giovanotto?» chiede ancora una volta Jervis.

Un’altra scarica nella mia mente. E con essa, sento il raziocinio abbandonarmi. Ogni freno inibitore che, finora, mi ha trattenuto… quelli dei quali tanto mi fido, e che in passato mi hanno protetto dal fare diverse stupidaggini… viene meno.

Proprio ciò che, pochi giorni prima di finire a Tersain, stava per accadere con Justin, quando si divertiva a sbattermi in testa un libro a scuola.

Infine… mi sento cedere. Ma non è una furia cieca a colmarmi. È strana… calda e gelida assieme… passionale e ragionata. A muoverla, più che pure pulsioni… c’è un desiderio. Il desiderio di non rimanere a far nulla.

Mi volto lentamente. I miei occhi incontrarono quelli del giovane. Ho un tic alla palpebra, prima che un sorriso freddo m’invada il volto.

E parole che quasi non riconosco come mie lasciano le mie labbra.

«Hai detto di voler imparare qualche mossa, vero?» dico.

«Eh?»

Jervis ha appena il tempo di fare quel verso di perplessità, prima di ritrovarsi una mia mano alla base del collo, giusto dove inizia il petto. Emette un singulto stupefatto, a seguito del quale con un urlo io lo spingo all’indietro con tutta la forza che ho, mandandolo contro un muro.

Continuando a premergli vicino alla gola, dove posso fargli quasi sentire di star per essere strangolato, ma senza che ciò accada davvero, ignoro una serie di calci e pugni che mi assesta l’altro. Poi, con un grande sforzo tiro di lato l’avversario… che, sorprendentemente, perde l’equilibrio, gettato a terra dall’impeto che ho convogliato in quella singola manovra.

Subito, Jervis si rialza massaggiandosi il collo.

«Hai esagerato, giovano…»

«E piantala di chiamarmi giovanotto!» ruggisco.

Prima di rendermene conto, la mia destra è stretta in un pugno. Sono fuori di me. Senso di perdita, frustrazione, bisogno di ribellarmi al dolore che ho dentro… tutte insieme, queste sensazioni si stanno fomentando a vicenda, erompendo in una malsana manifestazione fisica. Eppure, non me ne importa… spinto da quel desiderio di agire, io sto dando il mio beneplacito a una tale esplosione.

Questo tizio, a causa del quale sto provando tante emozioni negative… voglio solo che la smetta di mancarmi di rispetto.

Così, levo il braccio sano… e puntando alla spalla del ribelle, meno un cazzotto. Lui lo para. Quindi ne blocca un altro.

«Sarai appena un paio d’anni più grande di me!» esclamo. «Non fare tanto l’adulto!»

Infine, Jervis risponde all’attacco. Io schivo un primo pugno diretto al mio viso, mentre un altro mi colpisce allo zigomo. Quasi non avverto il dolore, intanto che con un urlo mi getto al busto dell’avversario, tempestandolo di pugni.

«Ehi!» sento gridare a Dawn, allarmata. «Smettetela!»

«Finiscila, ragazzino!» sbraita il ribelle. «Non sarò certo pietoso solo perché hai un braccio…»

Un pugno lo centra sulla mandibola: per la precisione, l’ho colpito col braccio rotto. Un male assurdo mi risale al cervello da lì. Tuttavia…

«Questo è per Jim, idiota!» esclamo comunque, ignorando il dolore.

E intanto che Jervis vacilla stordito, ne afferro una gamba, tirandola in alto. Lui perde di stabilità, e barcolla all’indietro. È allora che un mio calcio frontale lo raggiunge in pieno, schiantandolo contro un muro.

Finito a sedere a terra, il giovane alza lo sguardo, ansimando furioso, come pronto a fare sul serio. Lì la sua espressione si congela: di fronte al ribelle, io sto facendo sfavillare una fiammella sul palmo.

Non una del tipo che ho saputo creare dopo il delirio, piccola come quella di una candela… questa pare più la vampa di una fiaccola. Quasi che la mia furia la stesse alimentando, superando i limiti che finora non ho saputo valicare.

Ethan affronta Jervis con una piccola fiamma di mayea accesa sulla mano.

«Per inciso» ringhio. «Questa è la stanza MIA e di DAWN! Non la vostra, ma la NOSTRA!»

E stringo con violenza la mano, spegnendo la fiamma. Il risultato che dovevo ottenere l’ho raggiunto: Jervis sa che ho la mayea… e che con me potrebbe farsi male davvero.

«Ma dai!» fa il ribelle, guardingo, la sua irritazione ben controllata dalla razionalità che di certo lo sta ammonendo dal correre rischi in uno scontro serio. «Sei un patetico ragazzino, e lei non vorrà uno come te rispetto a me».

Un calcio raggiunge a sorpresa il busto del ribelle. Gli occhi gli escono dalle orbite. Il giovane fissa stupito l’autore dell’attacco: non me, bensì Dawn.

«Ethan non è patetico» prorompe la ragazza, che è giunta all’improvviso. «E si dà il caso che ti sia fatto un’idea sbagliata: di te m’interessava solo che m’insegnassi a usare meglio le armi da fuoco. Se stavi pensando ad altro, allora eri fuori strada».

Fisso la ribelle come inebetito. Anche Jervis è stupefatto. In entrambi, la rabbia è, di colpo, passata in secondo piano.

«Ma che dici, cara?» fa il ribelle.

«Non chiamarmi cara!»

Dawn lo prende per un orecchio e lo tira verso la porta. Lì lo lascia andare, non prima di averlo strattonato di modo da farlo finire seduto a terra.

«Oh, che stupida… perché non ho capito cosa stavi cercando di fare?» sbotta ella.

«Ma… sul serio? Non era ovvio…?» prova a replicare Jervis.

«Sta zitto…» lo blocca lei, una mano che va agli occhi, a massaggiare le palpebre chiuse. «Vattene… vattene e bast…»

Al che, di colpo, sulla soglia appare Jim. Ha un largo sorriso in volto, totalmente privo di sorpresa… come se avesse seguito l’intera scena di nascosto. Rapido, il ragazzino piomba alle spalle di Jervis… e prima che questi possa reagire in alcun modo, gli sferra una serie di cazzotti. Nulla di troppo forte, mi pare… tanto che, all’inizio, non mi è chiaro perché lo faccia. Poi…

«Mi prendo il merito di averlo pestato» dichiara. «Tutto da solo, ovvio. Vado a costituirmi… vorranno di certo punirmi, per questo».

Ciò detto, Jim mi fa l’occhiolino e trascina fuori dalla stanza Jervis, il quale fra dolore e confusione ormai fatica a reagire. Dawn ed io ci ritroviamo ad osservare la soglia oltre la quale sono spariti i due. Dunque ci guardiamo…

… e ci lasciamo sfuggire entrambi un sorriso.

◊◊◊

«Gli mostravo quelle mosse come una sorta di scambio» spiega Dawn.

Lei ed io siamo seduti vicino alla porta della sala degli allenamenti, le schiene appoggiate alla parete. L’uscio è chiuso, di modo che nessuno venga a disturbarci. Questa stanza tende a diventare piuttosto affollata, di recente.

«Voglio migliorare sotto tutti gli aspetti: lotta, combattimento all’arma bianca, mayea, armi da fuoco…» prosegue la giovane. «L’ho incontrato in magazzino. Ha detto di essere dell’armeria, per cui ho pensato di farmi insegnare a usar meglio le armi, giacché finché non guarivi non potevo allenarmi nel corpo a corpo con te».

Mi sento ancora il corpo pieno di adrenalina, sebbene pian piano l’agitazione dello scontro stia scemando. Inizio già a chiedermi cosa mi sia passato per la testa… il mio comportamento è stato davvero inqualificabile.

Ancora, però, non me ne importa molto. Io… per quanto odi la violenza, in quel momento sento che ho fatto la cosa giusta.

«Potevi dirmelo subito» faccio presente. «Invece di raccontarmi la storia della mayea d’influenza mentale come motivo per non vedermi».

«Ma quella vale comunque» obietta Dawn. «Non passavo certo le giornate con quel tipo; avrei potuto vederti a prescindere, anche se magari un po’ di meno».

«Non ti sei fatta sentire granché, però. Davvero era per quel timore assurdo sulla mayea?»

Forse, “assurdo” è una parola troppo forte… ma non sono molto in me, e il mio linguaggio è poco diplomatico, rispetto al solito.

«No… non solo. È che di recente mi sembravi strano, e inoltre non volevo turbare il tuo riposo» rivela Dawn. «Ciò che ha detto Nipria… mi ha fatto pensare che, forse, un po’ ha ragione. Meglio se recuperi in pace, senza forzare gli allenamenti».

Non rispondo. Francamente, non so che pensare.

«Ehi» fa la ribelle, afferrandomi la mano. «Scusa, eh?»

A tale gesto… i residui di rabbia si sciolgono.

«Non c’è qualcosa di cui scusarsi» replico.

Le rivolgo un sorriso. Mi rendo conto di essere molto più tranquillo, rispetto a prima.

«Mi ha solo lasciato… perplesso, tutto questo» ammetto. «Mi sono abituato al nostro tempo insieme… e poi sei quella che conosco da più tempo, qui. Mi sento un po’ perso a non vederti più… o a non avere la tua attenzione».

Non so nemmeno io perché le sto confidando una cosa del genere. Di solito me ne vergognerei, eppure… ora voglio solo aprire il mio cuore a lei.

«Scemo» dice Dawn. «Dai, mi è sembrato che ti adattassi: con Nipria parevi divertirti, ieri».

«Eh?» faccio io, imbarazzato. «In realtà, non succedeva proprio nulla… credo…»

Mi gratto la testa, impacciato. In effetti, il dubbio che ieri qualcosa stesse succedendo è concreto…

«Di sicuro non da parte mia» dichiaro infine.

«No… non ti ci vedo» ride lei.

E questo che vuol significare? Mi sento quasi offeso.

«Ehi…» prosegue subito la ragazza, prima che io protesti. «Quando non ci sono Antony e Samuel, tu sei la persona a me più vicina, qui, lo sai?»

«Io?»

«Già… se ci pensi, abbiamo vissuto l’ultimo periodo insieme. L’attacco della Repubblica al mio frammento, le missioni… e poi, c’è la tua promessa. Ci conto, eh?»

Vignetta doppia con Dawn che sorride ed Ethan che arrossisce imbarazzato.

Sento il mio cuore accelerare. Pulsanti ondate di emozioni paiono irradiarne a tratti, inondandomi il petto e lo stomaco. Io… accidenti, non ho mai vissuto un’esperienza simile. Mi fa girare la testa!

«Sì» dico, la voce che quasi mi trema. «Ti aiuter…»

Mi blocco, storcendo la faccia in una smorfia di dolore. Con tutte queste sensazioni a farmi sentire il capo leggero, stavo cercando una posizione più stabile… e nel farlo, mi sono appoggiato troppo dove non dovevo.

«Che c’è?» chiede Dawn.

«Il braccio…» gemo, tenendomi l’arto sinistro. «Forse non dovevo usarlo per tirare un pugno…»

◊◊◊

Non appena sente bussare alla porta della propria cabina, Nipria va di corsa ad aprire.

«Ethan, sei in rita…»

Si blocca. Oltre la soglia c’è Jim.

«Spiacente» fa lui, con un ghigno. «Ethan è finito di nuovo allo iatreo. Ha pensato bene di sforzare il braccio rotto».

«Che?» esclama la geniera, agitata.

«Tranquilla, dicono che non è niente, solo un sacco di dolore» la rassicura il ribelle. «Però oggi non potrà venire con te a guardar motori e robe simili. Dovrai aspettare un’altra volta».

«Non importa… basta che si riprenda» dice lei, sollevata.

«Oh, lo farà, lo farà» garantisce il ragazzino. «Vedremo se mi riprenderò io, piuttosto, dopo aver spalato carbone anche la sera».

«Cosa? Perché?»

«Punizione per zuffa» spiega Jim, facendo spallucce. «Ethan mi deve un grosso favore».

«Eh?»

«Non far caso a quel che ho detto».

E il ribelle si allontana lungo il corridoio. Un sorriso gli balugina sul volto.

«Questo è per Jim, eh?» borbotta.

Razza d’idiota… era per Dawn che dovevi combattere. Oh, beh… sono contento che alla buonora ti sia fatto valere.

◊◊◊

Nello studio del capitano, Martin Young e Archeos si fissano in silenzio. Entrambi sono pensierosi, in parte anche a causa di quanto è accaduto pochi giorni prima ad Ethan, quando ha raggiunto il picco nella sua malattia e scatenato un putiferio.

«Aimond… tu cosa suggerisci?» domanda il capitano.

«Penso che Ethan dovrebbe continuare a partecipare» asserisce il filosofo.

«Siamo sicuri che non sarà fonte di danno?»

«No» scuote la testa l’anziano. «Ma non me la sento d’ignorare i segni… né le intuizioni».

Martin Young si fa indietro sulla propria sedia, appoggiandosi allo schienale.

«Mmh… energia, eh?» mormora.

Aimond Lacelet si stringe nelle spalle.

«Ad ogni modo» aggiunge il capitano, «i fratelli Sanders sono tornati. Possiamo mandarli da Agathe».

Archeos non risponde, limitandosi a fissare l’uomo.

«Pensi che debba inserire anche lui?» chiede Martin.

L’anziano alza un sopracciglio, come a indicare ovvietà nella risposta.

«D’accordo» fa il capitano, levando le mani in segno di resa. «A questo punto, potremmo pure dare un nome alla loro squadra».

«Che ne dici di Energia?» ridacchia Archeos.

«Ma fammi il piacere!»

Thanks For Reading! Thomas: Per carità, non fate come Ethan! Elena (illustratrice): Ti riferisci al suo iniziare una rissa, o al fatto che abbia tirato un pugno col braccio rotto? Thomas: Grazie di cuore per aver letto questo capitolo! Se ti va, lasciami una reazione qui sotto… e magari un commento: mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi! Ti aspetto anche sui miei social per tutti gli aggiornamenti!

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